Premetto che mi sento bene: non ho febbre, respiro bene, ho solo un po’ di tosse, leggera, la tipica tosse del fumatore, che non mi abbandona quasi mai, negli ultimi anni. E pure mia moglie, che condivide con me gli spazi relativamente ridotti del nostro appartamento, è nelle stesse condizioni. Stamattina, con lei, abbiamo fatto una passeggiata sul sentiero lungo le rive del fiume Mella, che scorre a poche centinaia di metri da casa nostra. Abbiamo risalito la riva occidentale per 5 km, fino a Concesio, all’inizio della Val Trompia, incontrando, nell’arco di due ore (da mezzogiorno alle due) tre ciclisti e cinque pedoni, che si sono tenuti a debita distanza. Tre di questi pedoni, tre ragazze sui 25/30 anni, hanno addirittura abbassato lo sguardo ed evitato di salutare, pur essendo passate a circa due metri da noi. Forse temevano che pure lo sguardo e le vibrazioni sonore potessero essere contagiosi. A poche centinaia di metri dal sentiero vedevamo e sentivamo il traffico di camion ed auto della tangenziale che unisce via Oberdan con via Triumplina, e vedevamo il fumo bianco uscire dalla Ori-Martin di S. Bartolomeo. Sono ormai cinque giorni, da sabato 8 marzo in mattinata, che abbiamo deciso di “auto-isolarci” in casa, riducendo le uscite al minimo obbligatorio (sostanzialmente all’acquisto di cibo e veloci visite a mia madre 95enne ogni due giorni, anche per portarle la spesa). Per il resto libri, film, telefonate con amici sparsi per l’Italia e per l’Europa (soprattutto Spagna e Portogallo) che ci comunicano l’espandersi dell’epidemia anche da loro. Nel pomeriggio, mentre leggevo al sole, in giardino, mi ha colpito il sovrapporsi di due rumori: la sirena dell’ambulanza (che si è fatta sempre più presente negli ultimi giorni, purtroppo) e il gracchiare sinistro di una cornacchia. Mi è venuto in mente un film spagnolo, credo di Saura: Cria cuervos […..y te sacarán los ojos]!

In questi giorni cupi, immerso in un clima sociale per me completamente nuovo (faccio parte, per mia fortuna, della prima generazione che non ha mai provato la guerra sulla propria pelle), un clima in cui l’individualismo esasperato, quasi fisico, si mescola ad uno sforzo collettivo (medici, infermieri, OSS, ecc.) encomiabile, ho cercato di riflettere, con scarsi risultati, viste le mie lacune in termini di cultura medico-scientifica. Dopo aver scartato le facilone e un po’ infantili ipotesi complottiste (cinesi, americani, satanisti, ecc.) e dopo aver fatto un’autocritica intima per la mia sottovalutazione del pericolo (di cui ero portatore fino a una decina di giorni fa), sentendo la rabbia crescere dentro di me (odio starmene a casa, e odio la TV: ho sempre considerato il bar una specie di sacra istituzione serale e notturna!) ho cercato di mettere a fuoco le poche cose che mi sembrano chiare.       1) Questa situazione non “fa il gioco dei padroni”. Vero, l’individualismo esasperato, il vedere negli altri esseri umani soprattutto un pericolo, lo stare chiusi ognuno nel proprio buco, magari ad ascoltare le varie “voci del padrone” sembrerebbe la quintessenza dell’homo homini lupus hobbesiano, la perfetta sintesi di un’ideologia che vede nella concorrenza tra singoli atomizzati il non plus ultra della società del “libero mercato”. Ma, è una banalità affermarlo, senza la cooperazione tra i produttori, e il successivo assalto di masse assatanate di consumi, non c’è possibilità di estrazione di plusvalore e di valorizzazione del capitale, non è vero? Lo sappiamo che la Confindustria preme per lasciar aperta “l’attività produttiva” (tanto lor signori mica ci stanno, in fabbrica, a contatto con decine o centinaia di possibili “infettati”), ma credo che dovranno far buon viso a cattivo gioco in tempi brevi.     2) Il grosso problema, sottolineato da tutti gli scienziati, non è tanto il tasso di mortalità dovuto al virus (tra il 2 e il 4%), inferiore a molte altre infezioni, quanto la rapidità di diffusione che porta migliaia di persone a dover accedere ai servizi di terapia intensiva.        3) Il sotto-dimensionamento dei servizi di terapia intensiva è dovuto in gran parte ai tagli alla sanità pubblica che, da almeno un quarto di secolo, colpiscono l’Italia e un po’ tutte le società capitalistiche. Tagli fatti un po’ da tutti i governi (di destra, di centro, di centro-sinistra) da quando, in seguito alla moda neoliberista inaugurata dalle super-canaglie anglo-americane Thatcher e Reagan (e prima di loro dal dittatore cileno Pinochet) la cieca ideologia dei Chicago Boys si è trasformata in una specie di religione-superstizione indiscutibile. Per cui la sanità (come l’istruzione, le pensioni, ecc.) si è andata trasformando, da un diritto e un servizio pubblico di base, in un affare miliardario in cui immergere gli artigli voraci dei privati. Anzi, per essere precisi, sta tornando ad essere un affare, com’era prima degli anni ’50 e ’60 (per paesi più avanzati del nostro prima degli anni ’20 e ’30) per tutti i paesi capitalistici (esclusa l’allora Russia sovietica). Un processo non ancora portato a compimento, per fortuna (se non negli USA e negli altri paesi con strutture sanitarie simili, cioè il cosiddetto Terzo Mondo, ed anche lì con contraddizioni) ma che vede una più o meno lenta erosione del diritto alla salute.    4) Questo preoccupante groviglio di contraddizioni, destinato a quanto pare ad aggravarsi (fino a che punto?) probabilmente costituirà uno spartiacque nella nostra società: credo che nemmeno le grandi crisi economiche (quella del ’74/’75 o quella, ancor più grave, iniziata nel 2008) abbiano avuto effetti paragonabili per profondità ed estensione. Forse solo la guerra, pur coi dovuti distinguo ed attenuazioni, è paragonabile in termini di trauma sociologico. Certo, i 650 mila morti della Grande Guerra, i 400 mila della seconda (più le distruzioni nelle città) sono ben più terribili delle poche centinaia di morti del Covid-19. Ma la mia generazione, e ancor più quella dei nostri figli e nipoti, è una generazione, da questo punto di vista, di “mezze seghe”, disabituata ai disagi estesi, profondi e prolungati.   5) Come si uscirà da questa crisi inaspettata? Difficile dirlo, anche perché non è possibile prevederne gli sviluppi. Se la crisi comincerà a retrocedere fra qualche settimana, lasciando uno strascico di poche migliaia di morti (come pare stia accadendo in Cina) è un conto. Se si prolungherà per mesi, portando i morti a decine di migliaia, sarà un altro conto. Astrattamente, dovrebbe essere un’occasione, per quanto tristissima, per rilanciare alcuni temi cari alla sinistra e al movimento operaio, come la nazionalizzazione dell’industria farmaceutica e la ri-pubblicizzazione totale della sanità (o almeno iniziare a invertire la tendenza ormai trentennale alla privatizzazione). E magari rimettere al centro dell’attenzione di massa i problemi del conflitto tra profitto individuale e vita umana e collettività, sia nella declinazione eco-socialista sia in quella più ampiamente anticapitalista. Il miope egoismo dimostrato da Confindustria in questi giorni dovrebbe essere chiaro agli occhi di tutti, e presta benissimo il fianco ai nostri attacchi. Tra l’altro la difficoltà a trovare un “capro espiatorio” straniero (dopo i primi penosi balbettamenti anti-cinesi di fascisti e leghisti, rientrati in gran parte dopo la “scoperta” di essere diventati “noi italiani” gli untori d’Europa) rende più difficile la “distrazione di massa” della demagogia razzista. Ma è anche possibile, stante l’estrema debolezza delle nostre voci, che si esca da questo incubo con ancor più autoritarismo, ancor più individualismo, ancor più arretramento politico, sociale e culturale. Il nostro “paghi chi non ha mai pagato” rischia di restare una voce nel deserto. E “loro” sanno approfittare molto più di “noi” di tutte le situazioni di crisi, come dimostra la storia degli ultimi decenni.

Chi vivrà, vedrà. E mentre lo dico, mi metto scaramanticamente le mani sulle palle.

FG