Sono giorni di tensione sulle isole di Chio e Lesbo: il malcontento della popolazione si mescola pericolosamente all’emergenza creata ad arte dei rifugiati. Una testimonianza sul campo

Di Greta Albertari

L’aria che si respira nell’isola di Chio nel Dodecaneso, che dal 2015 ospita uno degli hotspot dell’Unione europea, è quella di un assedio. Da giorni l’isola è bloccata, i negozi sono chiusi, non si esce di casa se non per prendere parte alle proteste e agli scontri, le scuole sono chiuse, le Ong hanno interrotto le loro attività, i richiedenti asilo che camminano solitamente per le strade della cittadina non si vedono. La città è deserta e se c’è qualcuno per strada sta certamente andando verso i punti di ritrovo delle continue manifestazioni che hanno luogo qui come nella vicina isola di Lesbo. Manifestando, la popolazione locale si oppone all’inizio dei lavori per l’apertura, sulle isole, di centri di detenzione per richiedenti asilo che dovrebbero rimpiazzare gli esistenti campi aperti. 

Una situazione lungamente preannunciata ma iniziata concretamente lunedì 24 febbraio quando, da una nave civile che attracca nel porto di Mesta sull’isola di Chio, escono marciando 300 poliziotti Mat (squadre speciali di polizia antisommossa), accompagnati da macchine escavatrici per l’inizio dei lavori di costruzione dei centri. «Siamo in guerra e non lo sapevamo?» si sente dire da un locale sconcertato che riprende l’attracco-attacco. Attracco peraltro inaspettato: orario e porto di arrivo non erano noti, dal momento che i sistemi di geo-localizzazione dell’imbarcazione risultavano disattivati dopo la partenza; una nave fantasma che navigava non vista verso le isole del Dodecaneso trasportando al suo interno l’implementazione di un controverso piano governativo. Le schermaglie tra Mat e locali iniziano immediatamente, caratterizzate dal subitaneo utilizzo di gas lacrimogeni e altri agenti chimici lanciati a distanza verso i manifestanti.

Martedì iniziano le manifestazioni. Camminando verso la piazza principale della cittadina di Chio si percepisce immediatamente la portata degli avvenimenti. La polizia è ovunque, in divisa o in borghese. I negozi sono chiusi, ma le strade della città non sono mai state così piene. Centinaia di persone sciamano verso l’irriconoscibile piazza Vounaki. Solitamente vuota e ampia, oggi ospita centinaia di teste. Quello che di solito è il punto di ritrovo di tutti i richiedenti asilo che attendono i taxi per il campo di Vial, che parlottano, mangiano, chiacchierano, aspettano, è ora ricoperto da un tappeto di persone. Non si vede nessun richiedente; oggi Chio è dei chiotici. La scelta di piazza Vounaki quale luogo di raduno è data certamente dal fatto che essa sia la piazza principale della città, ma non secondario è il valore simbolico di tale scelta: un riappropriarsi di spazi perduti, da molti considerati sottratti, rubati. Sulla piazza troneggia il grande cartello dei colori della bandiera greca: «όχι, no more soul prisons in the Northern Aegean». 

Intanto le proteste continuano e si intensificano in tutta l’isola, sempre più violente. Scontri davanti alla centrale di polizia, scontri in città, scontri sulla strada tra le montagne di Epos, dove stanno iniziando i lavori per la creazione del centro di detenzione. Scontri paralleli sulla vicina isola di Lesbo. Immagini potenti, di scontri tra poliziotti e locali, tra il governo e la propria gente, che si chiede il perché di questa totale assenza di dialogo, dell’utilizzo indiscriminato di gas lacrimogeni contro la popolazione locale che protesta contro le espropriazioni, contro l’ulteriore e definitiva trasformazione delle isole in un «Alcatraz europea», contro la cristallizzazione di una situazione che perde sempre più i connotati di qualcosa di temporaneo ed emergenziale, diventando formalmente strutturale. Immagini di donne dallo sguardo deciso che piangono davanti alle telecamere mentre tossiscono soffocate dal gas lacrimogeno. Immagini di uomini di mezza età che si chiedono che governo sia quello che non intavola un dialogo ma lancia lacrimogeni a duecento metri di distanza, verso famiglie con bambini e anziani che protestano contro l’apertura di prigioni nelle loro isole. Si parla di «guerra chimica» , di «guerra civile» , parole forti che rimbombano da tutte le parti, l’invasione militare di uno stato da parte di sé stesso. La violenza repressiva è generalizzata. Le immagini sono quelle di una guerriglia, ma i combattenti non sono come ci si aspetta: non sono estremisti, non sono giovani con caschi e passamontagna, questa narrazione non funziona questa volta. I manifestanti sono residenti di isole demograficamente vecchie, sono signori di mezza età, pensionati, padri e madri, sono il fruttivendolo, il panettiere, il tassista che oggi scioperano. Sono persone che probabilmente non hanno mai partecipato a una manifestazione – figuriamoci, nella conservatrice Chio! – e ora si ritrovano a fronteggiare con sassi e pentole le forze dell’ordine dello stesso governo per il quale magari hanno anche votato.

La situazione non tarda a degenerare. Nel pomeriggio di mercoledì i manifestanti prendono d’assalto gli hotel dove risiedono i poliziotti Mat. Agenti di polizia feriti nelle loro camere, i loro effetti personali gettati in strada e bruciati, finestre rotte, arresti. Ancora scontri sulle montagne fino a tarda sera. Divampano incendi che si propagano con il vento tipico di queste isole, che anche oggi non smette di soffiare. A tutto questo si contrappone lo scenario surreale della città di Chio, deserta, chiusa, spenta e vuota. Sono solo le 18, orario in cui i negozi riaprono, la vita ricomincia e il porto è sempre acceso e brulicante di vita, ma oggi no, persino il porto è silenzioso, immobile, chiuso e buio.

La giornata di giovedì inizia con la notizia di un nuovo sciopero generale e con una piccola vittoria per la popolazione locale che ha visto parte delle forze Mat ripartire dalle isole di Chio e Lesbo. Partenza che non passa inosservata, ancora scontri, immagini di Mat in semi-divisa, in abiti civili ma con caschi e manganelli che attaccano gli ultimi manifestanti al porto, vandalizzano le ultime auto. Nel pomeriggio si tengono ad Atene le prime negoziazioni tra rappresentanti del governo e delle isole. Ci si chiede perché avvengano solo ora, dopo tutta questa violenza. Perché il dialogo sia la strada scelta solo dopo giorni di scontri violenti, feriti da ambo le parti, danni a oggetti, roghi nelle foreste, utilizzo di armi da fuoco, gas lacrimogeni e bombe molotov. Ci si chiede se tutto questo finirà con questa piccola vittoria degli isolani che già annunciano che non si fermeranno fino a che non avranno impedito la creazione dei centri. 

Sono giorni pieni di complessità. Se non si partecipa alle manifestazioni si resta chiusi in casa, ascoltando da lontano i suoni della strada e cercando di capire. Difficile schierarsi e difficile capire chi si stia schierando, e per che cosa esattamente. Si cercano di analizzare le ragioni di queste migliaia di persone che si ritrovano unite, anche loro malgrado. Persone di destra e di sinistra, pro e contro i rifugiati, i rifugiati non c’entrano nemmeno più, non se ne parla e non li si vede da giorni. Sono manifestazioni-calderone che racchiudono recriminazioni di anni, tanti scontenti sulla gestione delle isole da parte del governo centrale. Il centro di detenzione un ulteriore passo, la famosa goccia che fa traboccare un vaso pieno di persone che da tempo si sentono abbandonate da una parte e invase dall’altra. La lettura di una crisi artificialmente e appositamente creata dal governo sembra prevalere. L’immagine di queste isole di detenzione che tengono prigionieri non solo migliaia di richiedenti asilo ma anche migliaia di abitanti sembra emergere lentamente. La tensione montava dagli inizi del nuovo anno, con l’entrata in vigore della nuova legge sull’asilo e delle susseguenti nuove restrizioni volte a disincentivare gli arrivi. Riduzione dei trasferimenti verso la terraferma. Aumento dei rimpatri. Nemmeno ai tempi del picco della «crisi dei rifugiati» del 2015 i campi delle isole erano così affollati, non lo sono mai stati, hanno sempre funzionato da campi di transito, mai da buchi neri in cui le persone restano a tempo indeterminato come ora.

Emerge forse adesso l’intenzione strategica della creazione di uno stato di eccezione nel quale intervenire con mano ferma e autoritaria. Riprendendo e riadattando le parole del filosofo Giorgio Agamben, emerge l’immagine di un piano in cui «la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo». Ma in questo piano forse qualcosa non è andato questa volta. Ci si aspettava una resistenza minima, forse da parte delle sinistre, dei centri sociali, dei rappresentanti delle Ong, minoranze in isole stanche. Ci si aspettava forse un’accoglienza nei confronti di coloro che arrivavano per soddisfare il bisogno di sicurezza che isole piene di stranieri suscitano – i Mat arrivavano infatti con le spalle forti di una retorica della protezione, della messa in sicurezza, della prevenzione di epidemie che invece arrivano paradossalmente da Occidente, dal Nord del mondo. Ciò che non si aspettavano era certo una reazione del genere da parte di tutta l’eterogenea popolazione locale. Forse qualche strato di complessità era stato sommariamente cancellato dall’immagine. E ora questo piano governativo è diventato una ragione comune contro cui combattere, anche se le ragioni alla base della lotta sono molteplici, contrastanti, difficilmente identificabili, le posizioni ambivalenti, i personaggi vari.

Greta Albertari, romana, ha ottenuto un master in Diritto dell’immigrazione e dei rifugiati presso la Libera Università di Amsterdam. Lavora a Chio come consulente legale per richiedenti asilo per l’Ong Equal Rights Beyond Borders