Due articoli interessanti. Il prim, anche se molto discutibile in varie parti l’unico, almeno in Italiano che cerca di analizzare in tempo reale l‘utilizzo che il PCC sta facendo della crisi del Covid19.

Il secondo sui limiti della burocrazia del PCC al potere e il suo nazionalismo efficientista di facciata.

Un riflesso importante vi è nell‘atteggiamento che gran parte della comunità cinese italiana sta avendo. Un atteggiamento di superiorità nazionalista, con gli orientatori di WeeChat in Italia scatenati a criticare le misure italiane come blande e inefficaci, con forte nostalgia per le misure autoritarie cinesi con chiusura di tutte le attività, arresti e obbligo di residenza in casa in tutto il territorio nazionale. Oggi quasi tutte le attività cinesi in Lombardia hanno cessato l’attività e molti stanno chiedendo al consolato di Milano di rientrare in Cina, sembra assecondate dallo stesso.

Sauro

Di Niccolò Fantini

Nel 2002, quando la Cina si ritrovò improvvisamente al centro dell’attenzione internazionale per un’improvvisa diffusione dell’epidemia conosciuta come SARS, molti si scagliarono contro il governo cinese di allora a causa di quella che venne percepita come una lenta e inadeguata risposta al diffondersi del virus. La Cina di quel periodo si trovava in un momento delicato. L’emergere del nuovo patogeno si verificò in concomitanza con il passaggio di consegne ai massimi livelli da Jiang Zemin a Hu Jintao. Molti hanno considerato questa transizione come un evento chiave nello sviluppo post-maoista della politica cinese, come una conferma di un lento ma efficace processo di istituzionalizzazione del potere che avrebbe, una volta per tutte, allontanato il paese dagli eccessi maoisti del secolo precedente. 

Sebbene questa transizione ai vertici si fosse conclusa in maniera piuttosto controllata e pacifica, l’emergenza SARS dimostrò come fosse ancora possibile per il Partito comunista cinese (Pcc) riesumare i vecchi sistemi per applicarli alle nuove esigenze del momento. Facendo leva sulle sue capacità di propaganda e comunicazione, senza parlare del potere capillare costruito nei decenni precedenti, il Pcc dimostrò ancora una volta di poter mobilitare un’ingente popolazione a scopi ben precisi. Guidata da slogan del passato limati al fine di servire il presente, la Cina s’unì per combattere il “nemico”.

Al di là dei risultati concreti di questa mobilitazione generale, è importante notare il collegamento che fu fatto dalla propaganda ufficiale: la vittoria contro la SARS fu solo possibile grazie all’unione delle forze di tutti i cinesi sotto l’egida e la saggia guida del Partito comunista. La realtà delle cose non è molto distante dalla prosa ideologica. La particolare struttura burocratica e istituzionale alla base delle zone colpite, che dipende non da un mandato democratico, ma da una conferma dall’alto, ostacola le corrette funzioni amministrative, specialmente in caso di emergenze. Ai tempi della SARS, la massima per tutti i livelli amministrativi cinesi rimaneva quella della crescita economica. Siccome l’obbiettivo del governo locale è quello di soddisfare i livelli superiori in vista di possibili promozioni e premi, qualsiasi situazione o evenienza che possa macchiare l’operato è velocemente nascosta o ignorata. 

Per questo motivo, l’unica arma capace di generare una risposta efficace e comune diventa la forza politica ma essenzialmente ideologica del partito, per cui la capacità del Pcc di scavalcare barriere burocratiche e opposizioni locali diviene necessaria.  Come The Economist osservò, poco dopo l’emergenza SARS, che in Cina sono questi momenti di estrema criticità che hanno la funzione di esercitare quella pressione strutturale che in democrazia è (teoricamente) espletata dalla competizione politica. In questo modo, il caso SARS in Cina ha secondo molti iniziato, o perlomeno favorito, un cambiamento nel modo in cui il Pcc si pone in relazione con la popolazione cinese. Il governo di Hu Jintao, affiancato dal primo ministro Wen Jiabao, aveva infatti orientato i suoi punti programmatici su una politica più vicina ai bisogni di una società in rapido mutamento. È in questo periodo post-SARS che il partito sembra allentare leggermente la presa sull’opinione pubblica, specialmente a causa degli evidenti problemi causati da una cultura della censura durante l’emergenza sanitaria del 2003. Le speranze che la Cina segua un percorso di progressiva liberalizzazione e democratizzazione sembrano rafforzarsi anche a causa delle “lezioni” che la classe dirigente cinese dovrebbe aver imparato con SARS. 

A molti anni di distanza, tuttavia, la Cina si ritrova a dover affrontare una crisi in molti versi più grave rispetto a quella della SARS. Il nuovo coronavirus emerso sul finire del 2019 nella metropoli di Wuhan ha dato inizio a un’epidemia considerevole all’interno della Cina che ora rischia di divenire una pandemia globale, con focolai in molte altre parti del mondo. Sebbene si ritrovino molte similitudini tra l’emergenza SARS e Covid-19, soprattutto nel modo in cui il governo cinese ha risposto ai rischi, le condizioni sociali, politiche ed economiche in cui la Cina opera oggigiorno sono molto diverse da quelle del 2003. La domanda che molti si pongono oggi, guardando il Regno di Mezzo riprendersi dallo shock, è se questa crisi avrà le stesse conseguenze di quella precedente o se ci dobbiamo aspettare una traiettoria diversa.

Naturalmente dovremo aspettare qualche tempo per poter trarre le somme ed effettuare eventuali bilanci.

Ciò nonostante possiamo notare una serie di sviluppi e circostanze che sono sicuramente importanti al fine di individuare l’impatto del Covid-19 sulla società e la politica cinesi.

Innanzitutto vi è proprio il confronto con l’emergenza SARS del 2003. La Cina è stata colta sicuramente più preparata rispetto all’ultima volta, ma non sono mancati allo stesso tempo fenomeni che tanto ricordano quelli iniziali nella lotta a SARS. Una delle più importanti lezioni che si sperava quell’emergenza avesse impartito è quella della trasparenza. Il modus operandi del Pcc si basa sull’assenza di trasparenza, poiché il partito può mantenere il monopolio sul paese soltanto finché sarà capace di orientare l’opinione pubblica a suo favore. In situazioni in cui la trasparenza diventa di una necessità assoluta, il partito deve individuare il modo attraverso il quale porsi in buona luce. Ecco perché, sia con la SARS sia con la Covid-19, la risposta iniziale ha visto la censura di molte voci che si battevano per la verità. Fino a quando il partito non è chiaramente e visibilmente padrone della situazione, la macchina governativa reagisce contro la trasparenza che metterebbe in evidenza possibili errori. 

In un mondo dove l’informazione è divenuta individuale, immediata e complessa, questo tipo di processi non sfugge più alla popolazione cinese. In particolare tra i più giovani, che lo sviluppo economico e sociale dell’ultimo decennio ha trasformato in cittadini molto più esigenti e attenti di quanto potevano esserlo i loro predecessori nel 2003, questo comportamento da parte del partito non passa inosservato. Il fatto che si sono ripetuti gli stessi errori del 2003 nel 2020 è un chiaro segnale che certe cose sono molto lente a cambiare.

Com’è possibile che in un paese avanzato e moderno, come il Pcc continua a presentarlo, un medico onesto e competente sia silenziato malamente dalle autorità per aver “creato disordine e scompiglio”? Com’è possibile che le autorità tacciano le vere proporzioni del problema e ritardino deliberatamente le misure per arginarlo? 

Come nel 2003, si sta giocando una partita importante tra governo centrale e governi locali, che sottolinea ancora una volta le delicate strutture de-centralizzate cinesi e la loro rilevanza nel dibattito politico. La strategia del governo centrale è quella di addossare la colpa ai governi locali e procedere con la rimozione molto pubblicizzata di quelli che sono considerati i responsabili. La domanda è quanto questa mossa “tradizionale”, a lungo andare, riesca a difendere il governo centrale da una società molto più attiva di prima. Quanto ancora reggerà la credibilità di un sistema che continua a promuovere certe incompetenze? 

È interessante a questo proposito notare il modo in cui la crisi Covid-19 si sta sviluppando in Italia e come si è sviluppata in Cina.

Come abbiamo visto, in Cina sono i governi locali a incassare il colpo, venendo puniti da un governo centrale che riesce a sviare le sue colpe e, anzi, si pone come rettificatore degli errori commessi ai livelli più bassi.

La particolare struttura cinese, dove sussiste un federalismo de-facto e non-democratico, giova al governo centrale proprio per il fatto che lo costringe a intervenire per ristabilire l’ordine e il coordinamento. Nel contesto italiano, invece, la confusa e contestata relazione tra centro e enti locali, unita a problemi di tipo culturale e politico, va a intaccare il ruolo del governo nazionale in simili situazioni. Queste si presentano come opportunità per i governi locali di ritagliarsi sfere di potere aggiuntive, e di addossare le colpe sul centro. Non disponendo della legittimità ideologica e pratica, Roma non riesce a scavalcare il “campanilismo” e gli interessi trasversali. Questa incapacità è resa molto più evidente durante simili emergenze.

In Cina, Xi Jinping sembra voler giocare la carta della tradizione politica in questa battaglia sanitaria. Come Hu Jintao prima di lui, ha lanciato una mobilitazione generale in linea con gli standard del partito, galvanizzando la popolazione con la costruzione di vari ospedali in tempi record.

Questa volta, però, lo strumento ideologico principale sembra essere quello del nazionalismo, contrariamente al caso SARS in cui si percepiva quello stile e quel linguaggio riconducibile alla lotta marxista di Mao. Quella di Xi è la decisa risposta di una nazione che è all’avanguardia nell’ingegneria e che non si scoraggia di fronte a nulla. L’emergenza Covid-19, insomma, cavalca l’onda di un nazionalismo cinese che sembra essere alla base di una nuova strategia legittimante del partito.

1 Le incognite che Xi e il partito dovranno affrontare dopo questa tempesta saranno principalmente due.La prima riguarda proprio la struttura politica di un regime che, per la seconda volta, dimostra di non tollerare la trasparenza, cadendo nella sua stessa trappola. La storia del partito comunista attribuisce grande importanza all’atto dell’autocritica (自我批评 ziwo piping), un atto che sembrava estinto ma di cui lo stesso Xi s’è fatto rinnovato promotore. In che modo sarà fatta autocritica dall’attuale governo in merito a quanto è successo? Sarà accettata dalla popolazione, o il fatto che si siano ripetuti gli stessi errori di vent’anni fa sarà motivo di disillusione?

In particolare, bisognerà vedere se ci questa crisi risulterà in un controllo più stringente dall’alto o se sarà stata un’occasione per comprendere la necessità di una maggiore responsabilità verso il basso, verso i cittadini. La risposta più plausibile sembra essere la prima. Visti i precedenti di Xi Jinping, questa crisi potrà servirgli come scusa per rafforzare la disciplina di partito e il controllo centrale sulle province. Come ha spesso ripetuto nel corso dell’emergenza, le priorità assolute rimangono l’ordine e l’armonia, due termini ideologici che si traducono in maggiore intervento statale e dottrinale. Xi ha sempre cercato di rivangare il passato del partito e riadattare usi e costumi maoisti. La risposta concentrata a Covid-19 potrebbe avergli dato un ulteriore motivo e occasione per farlo.

Durante una recente conversazione, un mio conoscente cinese m’ha chiesto se fosse normale per i leader “occidentali” andare a visitare i luoghi d’origine di un’epidemia. Evidentemente stava riflettendo sulla notizia, molto pubblicizzata fuori dalla Cina, di come Xi non avesse visitato Wuhan personalmente, ma si fosse limitato, dopo una lunga assenza dal pubblico, a recarsi presso un quartiere di Pechino. La sua domanda nascondeva una vena d’incertezza, d’insicurezza riguardo al presidente cinese, quasi che avesse dimostrato la sua fallibilità di fronte al mondo. 

D’altro canto, sempre la stessa persona ha poi subito espresso la sua curiosità sul perché Xi avesse scelto quello specifico quartiere di Pechino. Come m’ha spiegato, ogni mossa di Xi contiene un altissimo potenziale di segnalazione strategica. Una sua visita a una località nella meno sviluppata Cina occidentale poco tempo fa ha visto un’improvvisa impennata di investimenti nella zona. Il segretario del Pcc mantiene dunque quel potere e quell’aurea per i quali ogni sua azione rimane estremamente significativa. 

2 La seconda incognita è proprio questa: che direzione vorrà prendere Xi e, soprattutto, il partito dopo questa crisi? Come abbiamo visto, le priorità della politica cinese subirono un profondo mutamento dopo SARS nel 2003, con molti osservatori che hanno definito l’epoca di Hu Jintao un “autoritarismo populista”. Da una strenua determinazione a favorire la sola crescita economica negli anni di Deng Xiaoping, s’era poi passati a una più attenta e bilanciata politica dello sviluppo. Xi Jinping ha segnato il suo mandato con la filosofia del China Dream, o Sogno Cinese. L’idea è quella di una Cina più forte, sia all’interno sia all’esterno, che sia all’altezza dei tempi moderni e pronta a competere con le altre potenze. 

Dopo Covid-19, Xi dovrebbe specificare meglio che cosa stia sognando veramente la Cina. Un paese forte e improntato sul futuro non dovrebbe ingolfarsi su storie di medici costretti al silenzio, avvisi arrivati troppo tardi, informazioni contraffatte e strutture atrofiche. SARS sembrava aver dato una lezione da ricordare alla politica cinese: non ignorare il popolo. Qualunque sia la direzione onirica che abbia intenzione di dare Xi alla Cina, è bene che inizi a mettere ospedali e trasparenza di fronte a portaerei e isole nel Mar Meridionale.

da Ytali

La burocrazia contro l’imprevedibile

Il modello cinese e i suoi punti di caduta nella crisi del Covid19

Durante le prime settimane di diffusione del coronavirus, l’incuria e la mancanza di azione da parte delle autorità ha messo in luce forti contraddizioni su come il Partito comunista cinese (PCC) stesse gestendo l’epidemia. La Commissione sanitaria di Wuhan ha rivelato che alla fine di dicembre c’è stata una “polmonite sconosciuta”. Ma fino a quando Xi Jinping non ha pubblicato le sue linee guida su come affrontare il problema il 20 gennaio, né il governo centrale di Pechino né i governi locali della provincia di Hubei e della città di Wuhan, al centro dell’epidemia, avevano fatto molto in termini di trasparenza e di risposta alla crisi.

Senza mettere in discussione ciò che si sarebbe potuto fare a posteriori tra dicembre e il 5 gennaio (giorno del sequenziamento del genoma), è chiaro che nella fase cruciale che va dal 5 al 20 gennaio le autorità cinesi non sono state affatto all’altezza. Il ritardo di quei quindici giorni che coincidono con l’inizio delle grandi migrazioni per il Capodanno cinese ha avuto conseguenze enormi. Come spiega l’esperto di Cina François Godement dell’Institut Montaigne di Parigi (in Xi Jinping face au coronavirus, 12/2/2020): 

Il ritardo delle autorità centrali nel reagire alle informazioni provenienti da Wuhan è evidente […] A questo ritardo si aggiunge l’inefficienza dell’azione locale: un banchetto per 40.000 persone nel centro di Wuhan il 18 gennaio, celebrato dalla stampa locale, passerà alla storia. La struttura del sistema sanitario cinese – ospedali e cliniche più che i medici di base sparsi – non era favorevole a prevenire il contagio, anzi. La trasmissione da uomo a uomo, evidente fin dai primi giorni di gennaio con il caso dei medici, e prima per gli altri pazienti, è stata riconosciuta solo il 20 gennaio.

Ma questi errori e fallimenti non derivano solo dalla difficoltà di controllare un’epidemia virale di tipo imprevedibile, un test difficile per qualsiasi governo, ma sono legati alle caratteristiche strutturali del regime cinese. Questo è ciò che dice la sinologa Chloé Froissart, professore di scienze politiche nel dipartimento di studi cinesi dell’Università di Rennes 2:

Quello che poteva rimanere un epifenomeno circoscritto localmente è diventato un’epidemia globale a causa di tre mali profondamente radicati nel regime cinese. In primo luogo, la corruzione: sebbene lo Stato centrale avesse regolamentato rigorosamente il commercio di animali selvatici a scopo alimentare, questo sussisteva nel mercato di Wuhan, dove l’epidemia ha avuto origine grazie alla corruzione organizzata che il comune aveva interesse a nascondere al governo centrale. In secondo luogo, l’ossessione per la “stabilità sociale” – con questo intendiamo la conservazione dell’immagine del Partito, soprattutto nel delicato contesto politico della preparazione della sessione plenaria primaverile dell’Assemblea nazionale del popolo. In terzo luogo, il controllo dell’informazione, che non ha cessato di aumentare sotto il mandato di Xi Jinping, che si traduce nell’ordine di intimidire i media per diventare portavoce del Partito e nel recupero del controllo sui social network (Le coronavirus révèle la matrice totalitaire du régime chinois, 11/2/2020). 

E di fronte alle misure draconiane messe in atto dal regime cinese, come la quarantena di 56 milioni di persone, la costruzione di un ospedale in dieci giorni, l’uso del riconoscimento facciale per localizzare persone potenzialmente contaminate sui treni, droni che ordinano agli abitanti dei villaggi di indossare una maschera e tornare a casa, sottolinea criticamente: 

Questo non è altro che un volontarismo maoista, che consiste nel fatto che il Partito-Stato promuove un’azione fine a sé stessa, indipendentemente dall’efficacia dell’azione intrapresa e dal suo costo in termini di violazioni dei diritti umani. Oltre al fatto che la quarantena è stata dichiarata troppo tardi – più di 5 milioni di persone hanno lasciato Wuhan prima che fosse attuata – e che è impossibile isolare ermeticamente un’intera provincia, le autorità l’hanno messa in moto senza garantire che la popolazione sia sufficientemente rifornita di cibo, medicinali, personale e attrezzature mediche. Nel contesto di una crisi prolungata, i due ospedali servono soprattutto come propaganda.

Le immagini del famoso ospedale di recente costruzione, completamente allagato dopo la perdita del tetto, confermano che potrebbe essere un villaggio Potemkin [un’espressione usata per indicare una struttura che sembra bella all’esterno ma che è un disastro all’interno, ndr], che nasconde la sua incapacità di far fronte all’imprevedibilità della burocrazia di Pechino.

La burocrazia soffoca l’economia, la vita sociale e culturale

Ma il trattamento riservato dalle autorità del PCC all’epidemia di coronavirus è il segno rivelatore di un limite più alto alla burocrazia restaurativa, cioè è sempre più un ostacolo al progresso economico, sociale e culturale del Paese.

Prima di analizzarlo, facciamo una breve digressione storica. Negli anni Trenta del secolo scorso, il rivoluzionario russo Lev Trotsky, in una delle sue opere più acclamate, La rivoluzione tradita, disse a proposito della burocrazia dell’ex URSS: 

Il ruolo progressista della burocrazia sovietica coincide con il periodo dedicato all’introduzione degli elementi più importanti della tecnica capitalistica nell’Unione Sovietica. Il grosso del lavoro di imitazione, di innesto, di trasferimento, di acclimatazione, è stato fatto sul terreno preparato dalla rivoluzione. Finora non è stato fatto alcun tentativo di innovare nel campo della scienza, della tecnica o dell’arte. Si possono costruire officine giganti secondo i modelli importati dall’estero sotto il comando burocratico, pagandoli, è vero, il triplo del loro prezzo. Ma più si andrà avanti e più ci si urterà al problema della qualità, che sfugge alla burocrazia come un’ombra. La produzione sembra contrassegnata dal marchio grigio dell’indifferenza. Nell’economia nazionalizzata, la qualità presuppone la democrazia dei produttori e dei consumatori, la libertà di critica e di iniziativa, tutte cose incompatibili con il regime totalitario della paura, della menzogna e dell’adulazione (Capitolo XI, Dove va L’Urss?).

In relazione al problema della qualità, se ne pongono altri, più grandiosi e più complessi, che possono essere compresi nella categoria dell’azione creatrice tecnica e culturale indipendente. Un filosofo dell’antichità sostenne che la discussione era la madre di tutte le cose. Dove lo scontro di idee è impossibile, non si potrebbe avere creazione di nuovi valori.

In effetti, le ragioni addotte in questa sede da Trotsky hanno impedito che la burocrazia passasse con successo da una crescita di tipo estensivo a una crescita intensiva, essendo strutturali le ragioni di fondo del fallimento e dell’implosione dell’ex URSS diversi decenni dopo nel quadro dell’economia mondiale dominata dall’imperialismo.

A prima vista potrebbe sembrare sorprendente che si usi una citazione sugli ostacoli imposti dalla burocrazia sullo sviluppo dello Stato operaio degenerato dell’ex URSS, per capire cosa sta succedendo nella Cina di oggi. A differenza della burocrazia stalinista dell’ex URSS, che parassitò un regime sociale emerso dalla rivoluzione, la burocrazia restauratrice cinese, pur basandosi sulle conquiste della rivoluzione del 1949 che unificò il Paese e creò un’accumulazione primitiva che migliorò le basi economiche e sociali del Paese nonostante l’arretratezza da cui era partito, si basa su un’economia di tipo capitalista. Ma nonostante questa enorme differenza nel regime sociale, ciò che sorprende è la continuità dei metodi burocratici di controllo e di dominio nella direzione del PCC – esacerbata ancora una volta al parossismo con l’ascesa di Xi Jinping come nuovo timoniere – e gli ostacoli che questo impone allo sviluppo economico, sociale e culturale dopo l’enorme sviluppo connesso ai primi decenni del miracolo cinese.

Così, il lucido economista Andy Xie parte dalla monumentale mobilitazione del governo cinese di fronte all’epidemia, che descrive come “una mobilitazione del governo su una scala senza precedenti”. Mostra la sorprendente potenza del modello cinese. Con il potere del governo al centro di tutto, può plasmare la società in un modo che non è possibile in nessun altro paese di grandi e medie dimensioni”, osserva giustamente: “Mentre i poteri schiaccianti del governo sono un vantaggio nella gestione di una crisi nazionale, non sono altrettanto efficaci nell’evitarla. Da quando il virus ha iniziato a comparire all’inizio di dicembre, gli eventi si sono svolti come una continuazione della crisi della SARS del 2003, come se nulla fosse cambiato in 17 anni. Ciò dimostra che il modello cinese è uno strumento forte e valido per fare cose appariscenti e su larga scale, ma non altrettanto efficace con problemi complessi a scala ridotta. Ma la cosa più interessante è che cerca di generalizzarlo al livello dell’intera economia e del modello di sviluppo cinese. Xie dice che 

Il modello cinese è molto efficace nella fase iniziale dello sviluppo economico, ma molto meno in un’economia industrializzata e urbanizzata. Un’economia in via di sviluppo ha bisogno soprattutto di infrastrutture e il modello cinese è molto bravo a mobilitare risorse per realizzare progetti su larga scala. Durante la fase di costruzione delle infrastrutture, le economie di scala favoriscono la produttività e la crescita del PIL. Ma poi, con il declino delle economie di scala, lo stesso sistema rallenta la produttività e la crescita. L’economia cinese sembra essere in questa fase ulteriore da circa cinque anni. Il modello cinese, anche se discusso in tutto il mondo, sta perdendo efficacia in patria.

Una questione correlata è la trappola del reddito medio. Una volta che il Giappone, Taiwan o la Corea del Sud hanno superato i 10.000 dollari di reddito pro capite, questo è aumentato a 20.000 dollari in tempi relativamente brevi. Tuttavia, la Cina ha faticato a far progredire il suo reddito pro capite negli ultimi cinque anni, con una crescita del PIL che ha compensato in parte il deprezzamento della valuta. L’aumento degli investimenti nelle stesse attività ha portato ad un aumento della sovraccapacità produttiva e alla pressione per il deprezzamento della valuta. Per sfuggire alla trappola del reddito medio, la Cina deve ridurre gli investimenti e spostare il capitale dai progetti pianificati dal governo alle attività orientate al mercato e a favore della produttività. Questo non sta accadendo perché il governo ha troppo controllo sull’allocazione del capitale. Il modello cinese, pur essendo efficace nell’aumentare il reddito pro capite del Paese da 500 a circa 10.000 dollari, può anche essere la trappola che impedisce al Paese di raggiungere uno status di reddito elevato. (How the coronavirus crisis is exposing the ills of the China model, 31/1/2020).

Che questo annegamento burocratico tocchi un nervo sensibile è stato tragicamente rivelato dal forte shock pubblico generato dalla morte, avvenuta il 7 febbraio, di Li Wenliang, l’oculista trentaquattrenne che aveva messo in guardia dal nuovo virus, che era stato ignorato e represso dalle autorità per aver diffuso una presunta falsa notizia all’inizio della crisi. In un’intervista al portale privato di notizie Caixin, dopo che è stato confermato che era stato infettato, Li ha detto: “Credo che ci dovrebbe essere più di una voce in una società sana, e non guardo con simpatia all’uso che si fa del potere pubblico per interferire eccessivamente”. Gli utenti di Internet avrebbero cercato 1,5 miliardi di volte in 24 ore il suo nome. L’11 febbraio, un hashtag che diceva “Voglio la libertà di espressione” è stato cliccato tre milioni di volte prima di scomparire. La frase “questo signore” (nageren), una parafrasi che designa Xi Jinping, è stata bandita dai siti cinesi. Ancora una volta, gli intellettuali firmano petizioni per la libertà di espressione.

Tutti questi elementi ci mostrano che i metodi di comando amministrativo e burocratico del PCC, che con errori fondamentali come il Grande Salto in Avanti che hanno comportato milioni di morti e che sono stati efficaci nonostante la barbarie nel dirigere quel paese popoloso ai tempi di Mao o durante i primi decenni della riforma pro-capitalista, sono sempre più in contraddizione non solo con lo sviluppo più generale del paese, ma fondamentalmente con il cambiamento della sua struttura sociale: oggi la popolazione più produttiva vive e lavora nelle città, alterando qualitativamente la base di potere su cui si basava il potere autocratico del PCC, che lo sottoporrà a sempre maggiori interrogativi.

La fine del trionfalismo dell’era di Xi Jinping

È ancora troppo presto per dire se la crisi aprirà delle lacune nel campo burocratico della burocrazia di Pechino. Come al solito, le autorità centrali stanno deviando la rabbia sulle autorità locali, puntando il dito contro fiduciari di Xi a Wuhan come a Hong Kong, due dei punti più sensibili. Anche se Xi Jinping sta approfittando della crisi per stringere ulteriormente il suo monopolio sul potere, è chiaro che il trionfalismo della sua epoca è stato colpito.

Esternamente, la diffusione della malattia dà conferma agli americani nelle loro convinzioni più intime sulla Repubblica Popolare, cioè rafforza l’impressione di una Cina traballante sotto il peso delle proprie incoerenze, ancora troppo immatura per sfidarli, assicurando loro che il tempo è ancora dalla loro parte. L’immagine della Cina come grande potenza moderna elogiata da Xi è stata danneggiata. In una vera e propria umiliazione, la libertà di movimento dei cinesi in tutto il mondo è stata limitata come non lo è mai stata in quarant’anni, non perché il Partito comunista ha impedito ai suoi cittadini di partire, ma a causa delle restrizioni alla loro circolazione all’estero. Dal Kazakistan all’Italia, anche i Paesi che partecipano alla “Via della seta”, pietra angolare del soft power di Pechino, hanno chiuso i loro confini ai cinesi.

In questo contesto, è probabile che i problemi di governance portino a conclusioni opposte in Cina rispetto al resto del mondo. Mentre in Cina un potere più temibile sta rafforzando ulteriormente la sua presa sulla popolazione, gran parte del mondo esterno si rafforzerà nella convinzione che la Cina sia un attore inaffidabile e che questa mancanza di fiducia sia legata al suo sistema politico opaco, autoritario ed eccessivamente controllato. Ciò potrebbe comportare diversi costi a lungo termine: mentre le aziende straniere non si ritireranno da uno dei loro più grandi mercati globali, l’inaffidabilità della Cina in materia di salute pubblica renderà molto più difficile convincere il personale internazionale e le loro famiglie a trasferirsi lì, creando un ulteriore motivo per diversificare le catene di approvvigionamento in altri paesi e, a sua volta, gli sforzi della Cina per convincere il mondo in via di sviluppo o i paesi semi-coloniali e dipendenti che ha un modello politico-economico che vale la pena emulare ne risentiranno sicuramente.

Sul piano interno, la diffusione di questa malattia è al crocevia di una delle sfide più importanti per Pechino, ovvero aumentare il livello di urbanizzazione della Repubblica Popolare e garantire una migliore qualità di vita ai suoi abitanti. La leadership cinese si sta concentrando su questa combinazione per mantenere il consenso della popolazione, ora che l’economia sta rallentando dopo anni di crescita impetuosa. Wuhan, l’epicentro dell’epidemia, è un esempio del processo di urbanizzazione imposto da Pechino alle regioni interne. Il suo PIL cresce dell’8,5% all’anno, ma la richiesta di maggiore benessere da parte della popolazione si fa più pressante. Lo scorso luglio, la città è stata teatro di proteste ambientali. Migliaia di persone si sono opposte alla possibile costruzione di un impianto di termovalorizzazione vicino a un’area urbanizzata. L’evento ha guadagnato il riverbero internazionale mentre i manifestanti scendevano per le strade di Hong Kong cercando di collegare la loro causa con quella di Wuhan. La gestione della crisi nella città non ha quasi mai aumentato il consenso del PCC. Come descrive un corrispondente del New York Times, i residenti vivono un incubo: 

Le autorità cinesi hanno fatto ricorso a misure sempre più estreme a Wuhan giovedì per cercare di fermare la diffusione del mortale coronavirus, ordinando perquisizioni casa per casa, radunando i malati in enormi centri di quarantena. Le misure urgenti, apparentemente improvvisate, si inseriscono in una crisi umanitaria in peggioramento a Wuhan, esacerbata da tattiche che hanno lasciato la città di 11 milioni di persone con un tasso di mortalità per coronavirus del 4,1% da giovedì, un tasso nettamente superiore al resto del paese (0,17%). Con i malati nei campi di quarantena, con cure mediche minime, un crescente senso di abbandono e di paura si è impadronito di Wuhan, alimentando la sensazione che la città e la provincia circostante di Hubei vengano sacrificate per il bene della Cina (6/2/2020).

Dal canto suo, l’epidemia potrebbe influire negativamente sullo slancio della costruzione di infrastrutture dietro l’iniziativa della Via della seta (“One Belt One Road”). La posizione di Wuhan [1] come snodo di trasporto strategico si è rivolta contro di essa, diventando un fattore negativo.

Più in generale, questa crisi sanitaria rivela anche agli occhi del mondo intero che le ambizioni in campo internazionale della burocrazia di Pechino non corrispondono in termini sociali e sanitari all’immagine di grande potere proiettata dai suoi leader. Mostra piuttosto il livello di sottosviluppo in queste aree, espressione della mancanza di priorità che il modello cinese ha dato al benessere della popolazione nel suo complesso. La realtà è che una delle cause della virulenza del virus è lo stato deplorevole del sistema sanitario. Le poche immagini che sono circolate grazie ai social network, di pazienti a letto, ci fanno pensare più a un paese di tipo semicoloniale che a una superpotenza. La spettacolare costruzione di ospedali in pochi giorni, accuratamente orchestrata dal regime, ha più a che fare con la propaganda che con l’efficienza, perché la posta in gioco è il ritardo di decenni. O, per dirla in un altro modo, anche se la costruzione di ospedali è veloce, fornire loro medici qualificati e squadre di supporto, e collegarli a un sistema epidemiologico nazionale ben sviluppato è un lavoro di decenni.

La realtà è che sia la grave distruzione ambientale che la forte disuguaglianza sociale e l’estrema povertà ancora esistenti come risultato del “miracolo cinese” possono ancora rivoltarsi contro di loro come un boomerang, come dimostra l’attuale paralisi economica. Considerando che anche prima di questa epidemia, l’economia, i prezzi dei dipartimenti, le finanze cinesi e la politica del governo erano sempre più suscettibili di una crisi di fiducia, le prospettive sono tutt’altro che rosee. È difficile concepire che il ritorno alla normalità possa essere raggiunto in modo così semplice. La realtà è che la Cina rischia di entrare in tempi turbolenti come già espresso nella sua periferia, in modo più progressivo a Hong Kong o in modo fortemente reazionario nello Xinjiang.

Juan Chingo

Traduzione da La Izquierda Diario

Note

1. Il fiume Yangtze, che attraversa Wuhan, si estende a est fino a Shanghai e a Chongqing, la città militare trasformata in centro industriale, a ovest. Wuhan è anche il punto intermedio tra Pechino a nord e Hong Kong a sud. Collegato a diverse altre parti della Cina da un sistema ferroviario ad alta velocità, il centro strategico di trasporto interno ha registrato un’elevata crescita economica negli ultimi tempi.