Di Ugo Tramballi

“Abbiamo abbozzato l’accordo commerciale più grande di sempre”, annunciava Donald Trump dal palco in mezzo al grande stadio di cricket di Ahmedabad, Gujarat. Non è così certo sia un record assoluto. Ma se non sarà l’ennesimo annuncio bombastico senza seguito pratico, tre miliardi di dollari in armamentiall’India, è comunque un accordo notevole. La Cina è sempre più il grande avversario non solo commerciale di entrambi i paesi; il coronavirus annuncia effetti disastrosi sull’economia asiatica e mondiale: parlare di affari fra due popolose economie con un interscambio da 142 miliardi e mezzo di dollari, è ora più decisivo di quanto non sia mai stato.

Tuttavia, dei sette presidenti degli Stati Uniti che hanno visitato l’India, a partire da Dwight Eisenhower, quello più decisivo è stato Bill Clinton, venuto a Delhi nel 2000, ormai alla fine del suo mandato. L’opinione pubblica indiana lo visse come un evento straordinario, paragonabile all’apparizione di una star.

Clinton aveva molti difetti, come la Storia ha registrato, ma per capacità oratoria equivaleva a Cicerone. Il suo discorso sulla democrazia alla Lok Sabha, il parlamento, fu memorabile. Certamente lo fu per qualità retorica ma per la prima volta si affermava la necessità di amicizia e collaborazione fra le due più popolose democrazie del mondo.

Prima questa similitudine non era mai stata così evidente. L’India non apparteneva a nessun blocco di alleanze – è una tradizione che persiste – ma aveva una relazione molto stretta con l’Unione Sovietica: era stato con l’aiuto di Stalin che Jawaharlal Nehru aveva iniziato l’industrializzazione indiana. Indira Gandhi rafforzò questo legame che sarebbe stato difficile da sciogliere anche per il grande riformatore economico Manmohan Singh, negli anni successivi.

Quando Clinton venne a Delhi, l’India era governata da Atal Bihari Vajpayee, il primo leader del Bjp a raggiungere il potere. Vajpayee era un conservatore moderno e un vero riformatore economico. Vent’anni più tardi, Donald Trump incontra un altro leader conservatore indiano molto interessato ad aprire l’India agli investimenti stranieri: a parole, in realtà nel paese sta riprendendo piede lo swadeshi, una specie di autarchia indiana. Le similitudini dunque, non sono forti solo fra Stati Uniti e India ma anche e soprattutto fra Donald Trump e Narendra Modi.

S’innalza sopra la riva del fiume come una lacrima solitaria sospesa sulla guancia del tempo”. È difficile che, visitandolo con Melania, Donald Trump avesse letto la descrizione che del Taj Mahal aveva dato Rabindranath Tagore. È più probabile che sapesse quanto lui, Trump, sia stimato da Yogi Adityamath per aver chiuso le frontiere americane ai cittadini di diversi paesi musulmani.

Religioso estremista hindu, scelto da Modi come chief minister dell’Uttar Pradesh, Yogi ha ricevuto il presidente americano al Taj Mahal. Sebbene per lui quell’impareggiabile mausoleo costruito da un imperatore musulmano, non sia un monumento della “vera” cultura indiana che è solo hindu.

Prima della visita al Taj Mahal, Trump era stato ricevuto ad Ahmedabad da Narendra Modi. La città è la più grande del Gujarat, dove il premier indiano è nato, ha iniziato la carriera politica e costruito il suo successo. A Delhi, dove continuano le manifestazioni di protesta contro la modifica del Citizen Amendment Act, che discrimina su base religiosa il diritto alla cittadinanza, difficilmente Modi sarebbe riuscito a organizzare la festa popolare in onore di Trump. Lungo le strade e nello stadio Motera di Ahmedabad, c’erano almeno 100mila persone.

Davanti alla folla Trump ha elogiato le qualità di “duro negoziatore” di Modi. Fra i due paesi c’è il problema del deficit commerciale americano da 25,2 miliardi di dollari. Ad Ahmedabad prima del bagno di folla e poi a Delhi, dopo la visita al Taj Mahal, Modi e Trump ne hanno parlato senza trovarne una soluzione. Ma il vertice fra i due paesi non era tanto su questo, quanto sulla medesima visione di un mondo nel quale il nazionalismo colorato di etnicismo, di settarismo religioso o di entrambi, conti più delle problematiche commerciali. Stati Uniti e India sono lontani dal modello ungherese di “democrazia illiberale”. Ma non è improbabile che quello sia l’ambizione lontana ma comune di Trump e Modi. 

Da ispionline.it