Puntualmente ogni anno, attorno al 10 febbraio, eletto dal 2004 “Giorno del ricordo”, si scatena la canea mediatica e istituzionale che da qualche anno ha raggiunto anche i più alti vertici delle istituzioni, come la presidenza della Repubblica, prima con Napolitano e oggi con Mattarella, che per l’occasione ha aggiunto una chiosa contro le “sacche di negazionismo militante”. Anche se non ci è dato conoscere quali, visto che ormai esiste una vasta produzione storiografica che contesta la narrazione unilateralmente falsa e priva di riscontri, mitopoietica di un senso comune fascistoide. 


A dispetto di serie ricerche sull’argomento, si vuole affermare una “verità di Stato”, priva di qualsiasi fondamento storico, con la convinzione che “una menzogna ripetuta diventa verità”, soprattutto se ripetuta da pulpiti rispettabili. Qualsiasi ricercatore, che si occupi seriamente della questione, viene tacciato di “negazionismo”: l’ultimo caso, per ora, è rappresentato da Eric Gobetti, oggetto di attacchi da parte dell’organizzazione fascista Aliud e di associazioni di esuli giuliano-dalmati, interessati ad un uso politico delle vicende del confine orientale. La “questione delle foibe” è diventata così uno strumento dell’estrema destra per tentare di costruire un’egemonia culturale a scopi politici. Rincorrendola su questa questione, il centro liberale le ha spianato la strada, e oggi la rincorre sullo stesso terreno. Infatti, solo Rifondazione Comunista si oppose nel 2004 all’istituzione del cosiddetto “giorno del ricordo”. Ma perché il 10 febbraio? 


10 FEBBRAIO: UNA DATA REVANSCISTA 

Nel 1941 l’Italia, senza neppure una dichiarazione di guerra, insieme con i suoi alleati tedeschi, iniziò l’occupazione della Jugoslavia. La Jugoslavia venne spartita tra Germania, Bulgaria, Ungheria e Italia, alla quale toccarono Montenegro, parte del Kosovo e della Macedonia, parte della Dalmazia e la Slovenia. Il 3 maggio iniziò la fascistizzazione e l’italianizzazione della zone occupate, che consistette in trasferimenti forzati di popolazioni, ripopolamento con i coloni italiani delle zone così svuotate, eliminazione delle tradizioni e della lingua nazionale, eliminazione delle scuole in lingue slave, forzata italianizzazione di cognomi. A eseguire queste misure è chiamato il generale Emilio Grazioli. La stessa Lubiana, divenuta italiana, fu interamente circondata da filo spinato per la repressione antislava. 
Nel 1942-’43 si organizzò la resistenza: il fronte di liberazione slavo univa comunisti, cristiano-sociali e liberali. L’Italia promosse così lo stato di “guerra totale”. Il generale Mario Roatta, al comando della II armata, assunse il controllo politico della regione. Centinaia di processi sommari, con decine di condanne a morte e migliaia di condannati all’ergastolo o a pene di 30 anni. È molto difficile un censimento preciso. Tone Ferenc, storico sloveno, ha registrato 1569 esecuzioni capitali; 1376 decessi nei campi di concentramento italiani, dove furono deportate 25 mila persone, pari grosso modo all’8% della popolazione slovena (336 mila abitanti), ma a questo dato minimo va aggiunto un gran numero, nell’ordine delle molte migliaia, di vittime della guerra antipartigiana, che consisteva in rastrellamenti, incendi di villaggi ed esecuzioni sommarie che non risparmiavano donne, vecchi e bambini. Il generale Robotti nel 1942 scriveva alle truppe, lamentandosi che «si ammazza troppo poco», e lo stesso capo del fascismo, in un discorso alle truppe della seconda armata in Dalmazia scriveva: «So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori». Dopo l’8 settembre, scoppiarono insurrezioni contadine in Slovenia e Istria, a carattere sociale, contro l’élite economica, in particolare per la riappropriazione dei campi concessi dal fascismo a nuovi proprietari italiani. Nel tipico stile delle jacqueries vennero incendiati i catasti e distrutti documenti che riconoscevano i privilegi dell’élite coloniale italiana sulla popolazione slava. In quest’occasione circa 400 persone sono state gettate nelle foibe, tra tedeschi, italiani, sloveni e altri. 
La seconda ondata di “infoibamenti” avvenne nel maggio del 1945, dopo la liberazione di Trieste da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) jugoslavo. Nei giorni confusi che seguirono la liberazione di Trieste si verificarono processi sommari, vendette personali, rastrellamenti “privati” che talvolta si conclusero con l’occultamento dei cadaveri nelle foibe del Carso. Ma qui occorre una precisazione; a questi episodi l’EPL jugoslavo tentò di porre un freno, e spesso condannò a pene severissime, talvolta alla pena capitale, chi si rendeva colpevole di questi crimini. Per due fondamentali ragioni storiche: da una parte l’Esercito Popolare era parte integrante degli eserciti alleati, anch’essi presenti in città; in secondo luogo, aveva tutto l’interesse a presentarsi come garante della sicurezza e della pace di Trieste, città di cui cercava l’annessione alla Jugoslavia. 

Dunque, se le “foibe” si sono verificate in settembre (1943) e maggio (1945), perché il 10 febbraio è stato scelto come data simbolo? 
Il 10 febbraio 1947 venne firmato il trattato di pace che frustrava le aspirazioni italiane sull’Istria e la Dalmazia, oltre che su una parte dell’entroterra triestino, passate alla nuova Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Non è un caso che questa data sia stata rispolverata in seguito al crollo dell’URSS e dello smembramento dell’ex Jugoslavia, al quale l’imperialismo italiano ha contribuito in maniera determinante. La data scelta nascondeva le aspirazioni ritrovate dell’imperialismo di casa nostra di ridiventare l’unica potenza adriatica. Ma il senso della scelta della data è anche un altro: il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di Auschwitz da parte dell’Armata rossa, si celebra il Giorno della memoria. La data del 10 febbraio, posta così vicina, ha due scopi: da una parte far passare in secondo piano la tragedia della Shoah, nella quale circa sei milioni di ebrei, rom, comunisti, omosessuali, oppositori politici e altre minoranze furono sterminate dai nazisti e dai loro alleati fascisti italiani; in secondo luogo alimentare la falsa equipollenza della Shoah e delle foibe, come dichiarava nel 2002 l’allora ministro della cultura Gasparri. 

Tuttavia il “giorno del ricordo” ha radici più lontane nel tempo. Subentrato l’esercito tedesco all’esercito italiano in disfatta, nel 1943 i nazisti, insieme con i servizi della Repubblica Sociale Italiana, cominciarono a orchestrare una campagna propagandistica antislava per dimostrare che le foibe fossero state uno strumento della pulizia etnica slavo-comunista ai danni degli italiani. Tutta la retorica odierna sulle “foibe” e la “pulizia etnica” non è altro che una riproposizione dell’opuscolo nazista “Ecco il conto!”, diffuso in Istria e a Trieste dopo il 1943. Persino le foto, che accompagnano l’opuscolo, sono le stesse che corredano le varie mostre in giro per l’Italia. 
Nell’immediato dopoguerra i servizi segreti collegati alla Decima Mas continuarono ad alimentare presso gli alleati la mitologia anticomunista delle migliaia di morti, innocenti, nelle “foibe”. Ed è questa retorica che viene riproposta ogni 10 febbraio: “negazionismo” è diventata non solo la parola in codice per tentare di mettere a tacere ogni ricerca storica, con l’utilizzare in maniera oscena lo stesso termine che si usa per chi nega la Shoah, ma un vero e proprio appello all’aggressione fisica contro gli studiosi che si oppongono alla menzogna di Stato. 
Il metodo dei falsificazionisti, nel ’43-’45 come oggi, consiste nel decontestualizzare gli avvenimenti storici, soffermandosi sugli aspetti raccapriccianti, sui morti, gli stupri, condendo il tutto con qualche particolare scabroso, e, se non ci sono, li si inventa. 
Si inventano cifre ed episodi, foto e testimonianze. I numeri lievitano, fino a cifre inverosimili, le fonti si ignorano o si creano. Il meccanismo probatorio, tipico di ogni indagine storica, è ignorato. Si mette in moto un rovesciamento metodologico: invece di partire dalle ricerche per giungere a delle conclusioni, si afferma una menzogna che poi la storiografia deve avallare. 


L’ABUSO POLITICO DI UNA TRAGEDIA 

Significativamente l’attenzione sulla questione delle foibe si è moltiplicata dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la disgregazione della Jugoslavia, che in Italia ha avuto come effetto l’autoscioglimento del PCI e l’abbandono di qualsiasi riferimento al comunismo dei suoi eredi, fino alla formazione di un partito dichiaratamente appartenente al centro liberale, come il PD. 
Per l’estrema destra, e in particolare gli eredi del MSI, rientrata in pieno nel gioco parlamentare grazie ai governi Berlusconi, è stata l’occasione per tentare di imporre un rovesciamento ideologico nella lettura del dopoguerra. L’istituzione della “giornata del ricordo” nel 2004 ha avuto questo scopo: sostituire i miti fondanti della Repubblica italiana, dal 25 aprile e 2 giugno al 4 novembre e 10 febbraio. In questo modo si tenta di ristabilire la continuità dello Stato dal liberalismo al fascismo alla cosiddetta seconda Repubblica, condannando qualsiasi tentativo di ribellione che provenga dalla classe operaia e dai settori subalterni, individuata nella Resistenza e nella liberazione della Jugoslavia di Tito dal nazifascismo. 
Negli anni Duemila appaiono vari sceneggiati e programmi radio che puntano sulla banalizzazione del fascismo, concentrandosi su aspetti personali della vita dei gerarchi, oppure sulla retorica dei “vinti”. Il culmine della delegittimazione della Resistenza è stato raggiunto con i romanzi del giornalista appena scomparso Giampaolo Pansa. La questione quindi è passata dal campo storiografico al campo politico, mediante l’affermazione di una verità accertata e, come si è detto, il linciaggio mediatico degli storici che si sono occupati della questione. Oggi, scomparsa Alleanza Nazionale, con il riposizionamento dell’estrema destra tra Fratelli d’Italia e Lega, con le loro appendici neofasciste, e l’adesione ai miti fondanti patriottici da parte della sinistra post-sovietica, si è realizzato un consenso generalizzato in funzione anticomunista e antislava. 
La ricerca dell’egemonia in questo campo ha però anche un’implicazione più direttamente politica: è funzionale alle politiche razziste securitarie, che uniscono l’estrema destra e il centro rappresentato da PD e 5 stelle. In questo senso, l’”antifascismo” del PD appare strumentalmente orientato ai suoi interessi elettorali, e a far dimenticare le politiche antioperaie di questo partito. Ristabilire la verità storica significa anche ristabilire il diritto delle classi subalterne alla resistenza all’oppressione. 




Per chi voglia saperne di più: 

Circolari del generale Robotti 

Dossier sulle foibe e il confine orientale 

Sulla falsificazione delle foto

Gino Candreva