di Paolo Gilardi

Crypto, che bomba!

Si dice in giro che, durante il Word Economic Forum di Davos, le alte sfere economiche e governative facessero gli scongiuri affinché le conclusioni di un’inchiesta della quale si sapeva non fossero rivelate in un momento in cui la Svizzera si trovava in casa i dirigenti – “cornuti”, vedremo poi il perché – di mezzo mondo. Invece la bomba è scoppiata solo pochi giorni fa.

E seppur risparmiate dal doversi giustificare o scusare davanti alla platea del WEF, le autorità svizzere si apprestano ad affrontare gli effetti di una deflagrazione che potrebbero essere deterrenti.

“Ma fino a che punto la Svizzera si è compromessa nella vicenda della Crypto la cui tecnologia informava i servizi segreti americani?” si chiede in prima pagina una delle testate della grande borghesia, Le Temps del 12 febbraio. Il giorno prima, infatti, un pool di giornalisti di investigazione aveva rivelato che i servizi segreti di più di un centinaio di paesi sono stati sistematicamente fatti cornuti – e più che verosimilmente con la benedizione delle autorità politiche e militari elvetiche – dalla ditta Crypto SA.

Codice? Rubicone

Con base in quel paradiso fiscale che è il canton di Zugo, la Crypto SA vende nel mondo intero sofisticati sistemi di criptaggio.

Dall’inizio degli anni cinquanta però, le sue macchine di codifica sono state, all’insaputa dei loro acquirenti, attrezzate con un accesso segreto riservato alla CIA, alla NSA ed al servizio segreto dell’allora Repubblica federale tedesca, il BND. Ciò significa che l’insieme dei sistemi di criptaggio dei paesi dotati della tecnologia della Crypto era accessibile ai servizi statunitensi e tedeschi. CIA, NSA e BND erano addirittura diventati proprietari della Crypto SA, coperti evidentemente da prestanomi locali, il 4 giugno del 1970 per la modica somma di 25 milioni di franchi. E se il BND si ritirerà dall’affare all’inizio degli anni Novanta, dopo la riunificazione tedesca, la CIA resterà proprietaria sino alla separazione della ditta in due entità nel 2018.

Soprannominata “Rubicone”, l’operazione ha così permesso ai servizi segreti, statunitensi in primis, di accedere a tutti i segreti del centinaio di paesi clienti della Crypto SA.

Fra questi, certo, tanti stati “amici” quali il Vaticano, ma anche paesi più sensibili. Così, ad esempio, la macchina svizzera era stata comprata dal governo di Salvador Allende all’inizio dell’esperienza di Unidad Popular, un’esperienza che gli USA di Nixon e Kissinger ostacoleranno sin dall’inizio e contribuiranno a rovesciare nel settembre del 1973. È più che probabile che la conoscenza delle comunicazioni interne cilene rappresentò un aiuto forse non secondario…

Fu dotata della tecnologia made in Zugo anche l’Argentina di Videla, ciò che permise ai servizi statunitensi – i documenti pubblicati lo proverebbero – di essere perfettamente al corrente delle torture e esecuzioni perpetrate dal regime, senza però che la CIA le denunciasse, anzi… 
Trasmise invece un certo numero di informazioni ad un “governo amico”, quello di Margareth Thatcher, impegnato nella guerra delle Malvine contro, proprio, l’Argentina e che permisero il successo di alcune operazioni belliche britanniche, in particolar modo in mare.

Poker truccato

L’interesse della cosa salta agli occhi: giocare a poker conoscendo le carte in mano dell’avversario dà una superiorità evidente. Ed è così che, durante la crisi dell’ambasciata statunitense in Iran nel 1979-80, i negoziatori dell’allora presidente statunitense Jimmy Carter avevano una superiorità assoluta sul regime iraniano, conoscendone le strategie grazie alla macchina della Crypto SA, anche se, in quell’occasione, la superiorità non permise loro di ottenere la liberazione degli ostaggi prima dell’elezione presidenziale persa poi contro Ronald Reagan.

D’altronde, sembrerebbe che gli Iraniani qualche cosa l’avessero intuita, poiché Hans Bühler, il cittadino svizzero rappresentante della Crypto in Iran, fu arrestato e detenuto in quel paese, accusato di spionaggio, per quasi un anno. Si noti che la cauzione di un milione di dollari per la sua liberazione fu pagata, e non a caso,…dal governo della Repubblica federale tedesca.

Queste pratiche truccate furono denunciate una prima volta nel 1978 da un impiegato della Crypto SA, poi licenziato; ma le autorità svizzere non prestarono soverchia attenzione a quella denuncia. Forse perché la cosa non era per loro nuova nella misura in cui, come afferma l’allora responsabile dei servizi tedeschi, “gli Svizzeri sono assai professionali, sanno benissimo di cosa si tratta”. E se una scheda della polizia federale svizzera resa pubblica dall’investigazione giornalistica conferma che “BND e CIA sono in grado di ascoltare”, risulta evidente che le autorità nulla fecero per impedirlo.

E nulla fecero quando, nel 1993, l’esercito federale jugoslavo scoprì l’imbroglio ed ottenne da Crypto SA la modifica e la messa in sicurezza dell’apparecchiatura. Come non agirono quando, nel 1994, accusata di spionaggio da un giornalista, Crypto SA smentì la cosa in una dichiarazione televisiva che suscitò – così scrisse la CIA – “la fierezza dell’agenzia per la prestazione offerta”.

Deflagrazione deterrente

La bomba lanciata dal pool di giornalisti – ed alla quale dà ampio spazio la televisione pubblica che ha già diffuso un servizio molto documentato sulle tre reti nazionali- potrebbe, per la Svizzera, non essere che il preludio di una delle più gravi crisi politiche sia in materia di commercio internazionale che di credibilità del governo, sovente ed abusivamente identificato come un paciere, portatore di buoni uffici in un mondo in fiamme.

Nel momento in cui fa correre molto inchiostro la polemica sulle possibili utilizzazioni spionistiche della tecnologia dell’operatore cinese Huawey, il fatto che una serissima ditta svizzera si sia fatta vettore di spionaggio potrebbe avere serie ripercussioni per un’industria di precisione largamente dipendente dalle esportazioni.

Sul piano politico poi, i danni potrebbero essere immensi. E questo non solo perché la Svizzera non ha saputo rispettare un accordo internazionale firmato nel 2014 che la obbliga a verificare la conformità delle merci “sensibili” prodotte nel paese; ma è soprattutto la credibilità internazionale del governo che è in gioco. In effetti, quale credito accordare ad un mediatore (è la Svizzera, ad esempio, a far da intermediario tra Stati Uniti ed Iran, così come lo fu tra USA e Cina popolare fino al 1972, è a Ginevra che si svolgono sovente negoziati cruciali promossi dal governo svizzero) che tollera e copre il doppio gioco?

Contrariamente a quanto pretendono le autorità, qui non si tratta di “vecchie storie, reliquie della guerra fredda”, non fosse altro perché è solo nel 2018 che la CIA si è ritirata dall’operazione Rubicone, cioè quasi trent’anni dopo la fine della guerra fredda.

La linea di difesa del governo è per il momento fondata sul diniego: “non sapevamo”, dice e scrive il Consiglio federale. Smentito tuttavia categoricamente dai documenti resi pubblici dalla stampa. In uno di questi – che caratterizza l’operazione Rubicone come “il più lungo e più importante progetto di spionaggio dalla fine della seconda guerra mondiale”-, la CIA lascia chiaramente intendere che Kaspar Villiger, ministro della difesa negli anni Novanta e membro del Partito liberal radicale, il PLR, era perfettamente informato.

D’altra parte, risulta che due membri del consiglio di amministrazione della Crypto SA, membri pure loro del PLR, intrattenevano rapporti molto stretti con lo stesso Villiger.

Limitare i danni?

È probabilmente nell’intento di circoscrivere l’incendio che, cosciente della portata dirompente dello scandalo, l’establishment politico sembra risolversi a ricorrere ad un’arma istituzionale alla quale si è fatto ricorso per solo quattro volte nella storia del paese, cioè la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta incaricata di scoprire la verità sulla vicenda.

Nel 1989 un’analoga commissione parlamentare d’inchiesta, creata per far luce sulle collusioni del marito della ministra della giustizia con ambienti mafiosi, levò il velo su uno scandalo ben più grande, la sorveglianza della popolazione da parte della polizia politica – a livelli da STASI – e l’esistenza di due strutture militari clandestine imbricate con la rete Gladio.

Trent’anni dopo, non c’è ragione di escludere che, con in ballo come allora i servizi segreti dei leader del cosiddetto “mondo libero”, ben altri scheletri escano dagli armadi nei giorni a venire…

*articolo apparso contemporaneamente sul sito: http://www.mps-ti.ch