Sophie Lamberts

Per molti leader aborigeni, la crisi che devasta l’Australia rivela il fallimento della gestione delle terre silvestri

L’Australia brucia. E’ un fenomeno completamente normale, sano, organico. Il paese ospita una vegetazione combustibile e delle specie, animali e vegetali, adattate al fuoco. Ma questi spazi non sono preparati per un fuoco di tali dimensioni e di tale intensità. Gli incendi che devastano attualmente l’Australia non hanno precedenti. In poche settimane, circa 103 milioni di ettari -quasi le dimensioni della Gran Bretagna- sono stati distrutti dalle fiamme. Sono morte almeno 28 persone e più di un miliardo di animali sono stati uccisi. Mentre sempre più australiani condannano la gestione da parte della coalizione conservatrice di Scott Morrison di questa crisi senza precedenti e reclamano azioni urgenti sul clima, il governo applica la politica dello struzzo.

I dirigenti conservatori, tallonati da Rupert Murdoch, azionista di maggioranza dell’impero mediatico News Corporation, cercano do minimizzare il legame fra il cambiamento climatico e le condizioni ambientali estreme del paese/continente a colpi di disinformazione. La loro direttrice d’attacco: gli incendi in Australia non rappresentano una “crisi climatica” ma una “crisi di incendi criminosi”. Nei fatti, quasi l’1% delle terre bruciate nel Nuovo Galles del Sud è stato attribuito a incendi dolosi.

“Nessuno ci ascolta”

L’Australia brucia e noi guardiamo dall’altra parte. Questi incendi hanno cancellato intere foreste e, con queste, la memoria culturale delle comunità autoctone. Per molti leader aborigeni, l’attuale crisi offre l’occasione di fondare un nuovo paradigma, in cui la cultura autoctona e le conoscenze acquisite dagli indigeni sull’ambiente, e da loro conservate durante millenni, devono giocare un ruolo centrale nella gestione futura della terra.

Membro delle Bundjalungs, guardiani originari della zona costiera settentrionale del Nuovo Galles del Sud, Oliver Costello si lascia scappare, non senza amarezza: “E’ da un bel po’ di tempo che avvisavamo la gente che sarebbero arrivati grandi incendi. Nessuno ci ha fatto caso”. Le popolazioni aborigene, primi esseri umani conosciuti ad aver popolato la parte continentale dell’Australia, hanno imparato a gestire e diminuire i rischi dei grandi incendi grazie alle conoscenze specifiche degli ecosistemi locali e agli abbruciamenti limitati e meticolosamente controllati.

“Prima della colonizzazione, le tribù seguivano la legge della terra gestendo i rapporti con le piante e con gli animali locali, che hanno la loro propria identità e i loro propri comportamenti con il fuoco. Quando bruci nel modo giusto, ottieni gli animali appropriati, le piante appropriate e le persone giuste nel luogo giusto. Quando bruci male, perturbi questi rapporti”, espone Oliver Costello, dirigente di Firesticks[1], un’organizzazione che si occupa della conservazione delle pratiche autoctone di gestione degli incendi e della terra.

Un ecocidio perpetrato a partire dalla colonizzazione

L’Australia venne colonizzata dai britannici nel 1788. I coloni commisero un genocidio, un etnocidio e un ecocidio in questo territorio, occupato da oltre 40.000 anni dai popoli australi, ottenendo come risultato la perdita del sistema di conoscenze tradizionali, basato su diverse migliaia di generazioni che osservavano la natura. Come narra lo scrittore Bruce Pascoe – di origine autoctona e coloniale, concretamente della Cornovaglia- nella sua opera Dark Emu, i coloni furono sorpresi, scoprendo il nuovo continente, dalla fisionomia del paesaggio, che paragonavano allora a un “giardino all’inglese”, a un “gentelman’s park”, a un “parco francese”, o a un “immenso parco”. Le foreste impenetrabili erano rare e lo spazio era aereo, strutturato con un’alternanza di praterie, di boschi e di boschi cedui senza sottobosco. Rimasero anche sorpresi dalla destrezza con cui le comunità aborigene usavano il fuoco per mantenere questo paesaggio.

Armati con i loro fire-sticks e coadiuvati da una solida conoscenza delle condizioni climatiche, del regime dei venti e della biologia delle piante, gli aborigeni praticavano abbruciamenti controllati, secondo un calendario coordinato fra le tribù ed organizzato in ampie scacchiere. La chiave di questa pratica si basava sulla conoscenza e la comprensione approfondite del paesaggio: la sua vegetazione, le specie animali che lo abitavano, la topografia e il clima. Gli incendi controllati permettevano di monitorare la crescita dei boschi, di alimentare con le ceneri i vegetali che le usavano come nutrimento, di organizzare il paesaggio a loro piacere e di risvegliare le sementi dal loro sonno. E’ il caso dei fiori selvatici Banksia, che devono essere stimolati da un incendio per schiudersi.

“L’abbruciatura culturale consiste nell’applicare un determinato fuoco a un determinato territorio. Il fuoco è benefico per il terreno quando si appicca in modo olistico”. Spiega Oliver Costello. Per esempio, le foglie, l’erba secca e i rami che si ammassano al suolo in zone pericolose, possono essere bruciati in modo controllato allo scopo di ridurre il loro potenziale combustibile.

Le tecniche occidentali, meno efficaci

La destrutturazione delle antiche pratiche di gestione del territorio ha reso la vegetazione più infiammabile e le popolazioni più vulnerabili. Già nel 1990, il ricercatore Phil Cheney, membro del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO)[2]pubblicava un articolo scientifico sull’attuale gestione degli incendi forestali in Australia: “Dato che le foreste che non erano state bonificate dai servizi forestali, vent’anni dopo sono state affidate ai servizi amministrativi dei parchi, con poca esperienza in gestione degli incendi, appare la possibilità di vedere in futuro dei grandi incendi più frequenti e probabilmente più distruttivi. Il pubblico, in senso ampio, è privato delle competenze della gestione degli incendi che sono state meticolosamente e faticosamente acquisite da più di cent’anni”.

Nel sistema politico federale australiano, la gestione degli incendi è competenza di ciascun Stato e territorio. Se le brigate antincendio sono ben organizzate ed efficaci in alcune regioni particolarmente dense, sono meno competenti nelle regioni con una popolazione dispersa nelle zone aride subtropicali dell’Australia settentrionale.

Contrariamente alle tecniche occidentali, gli abbruciamenti culturali adottano un approccio olistico sincronizzato con le stagioni, la durata delle gestazioni degli animali, i periodi di semina e di crescita. Gli occidentali lo definiscono un “ecosistema”; gli aborigeni usano il termine “parentela”. Si tratta di un sistema complesso che determina il modo in cui interagiscono gli esseri viventi e i loro ruoli, responsabilità ed obblighi gli uni verso gli altri e verso la terra.

“Se non capite la vostra responsabilità verso il vostro paese e la vostra comunità, la terra si ammala. E’ inevitabile”. Oliver Costello, dirigente dell’organizzazione Firesticks.

Il rispetto delle stagioni è un altro elemento fondamentale. Con la colonizzazione venne imposto il calendario gregoriano e la divisione dell’anno in quattro stagioni. Ciononostante, le nozioni europee d’estate, autunno, inverno e primavera sono totalmente inadeguate per classificare le stagioni australiane, molto diversificate. Per esempio, nella terra di Wardaman, ad ovest della città di Katherine nei Territori del Nord, attualmente siamo in Yijilg, un fine estate segnato da forti precipitazioni. Certi territori hanno fino a sei diverse stagioni all’anno, altri di più, altri di meno.

“Gli occidentali si servono di date e dello stato del combustibile per sapere quando bruciare. Non usano i valori, la parentela, le leggi culturali che reggono il territorio e finiscono molto spesso per applicare il tipo sbagliato di fuoco, deplora Costello. Sovente, gli incendi sono troppo caldi. Danneggiano e bruciano la copertura degli alberi. Il suolo si ritrova così nudo, esposto alla luce del sole. Questo accelera la riproduzione di arbusti che espellono l’erba, le graminacee, le felci ed altre specie terrestri e permette quindi la crescita di molta più materia combustibile”. E’ un circolo vizioso.

Questo regime di incendi cambia anche la struttura del suolo, dell’umidità, della luce e dell’abbondanza di foreste. “Bruciare nella maniera sbagliata genera più rischi e danneggia l’equilibrio fra le specie. Ci ritroviamo quindi oggi con delle specie, delle risorse alimentari e dei totem culturali minacciati”, aggiunge Oliver Costello.

L’esperto in gestione degli incendi si batte da anni affinché i sistemi dei saperi dei popoli aborigeni vengano tenuti presenti negli allarmi che i grandi incendi forestali di questi ultimi tempi -dalla California a Sidney- provocano. Da dicembre del 2019, la rete nazionale Firestickriceve molte chiamate da pompieri, responsabili politici e giornalisti. Questo aumento di interesse per la gestione indigena degli incendi è un segnale implicito che molti australiani e australiane riconoscono il valore di ciò che quasi si è perduto. “Abbiamo bisogno di un dialogo internazionale con le popolazioni autoctone con una prospettiva occidentale. Se non capite la vostra responsabilità verso il vostro paese e la vostra comunità, la terra si ammala. E’ inevitabile”.

[1]          https://www.firesticks.org.au/about/cultural-burning/cultural-connection-and-contemporary-nrm/

[2]               https://fr.wikipedia.org/wiki/Commonwealth_Scientific_and_Industrial_Research_Organisation