Imprevista risposta di massa alla vergognosa azione notturna dei nazifascisti a Rezzato, contro il bar di una ragazza italiana d’origine marocchina. Alle 18,30 erano già centinaia le persone presenti al presidio, indetto davanti al bar oggetto dell’incursione. E alle 19 la folla era veramente imponente, tenuto conto delle poche ore trascorse dall’annuncio dell’iniziativa di solidarietà. Qualcuno ha parlato addirittura di un migliaio di antifascisti accorsi per mostrare ai nazifascisti che non passeranno! Molti gli interventi dal microfono messo a disposizione dai compagni del CS Mag47, sia di organizzazioni (come Non Una di Meno o l’ANPI), sia di singoli cittadini indignati. Purtroppo il tono è stato spesso più patetico che politico, parlando genericamente di “solidarietà umana, antirazzismo, lotta contro la cosiddetta cultura dell’odio, ecc.”. La tipica cultura (intendiamoci, non disprezzabile, visti i tempi che corrono) diffusa tra il “popolo progressista”, più vicina al cristianesimo (o a qualsiasi religione) che a un discorso dichiaratamente antifascista (per non parlare di qualcosa di ancor più radicale). Cultura “rispettabile”, certo, ma che non è la nostra. Un atteggiamento imbelle e, in definitiva, impotente. Non siamo amanti della violenza per la violenza, e preferiremmo non odiare. Ma, come diceva il grande Brecht, “noi non potemmo essere gentili”. Citiamo il compianto compagno e poeta Edoardo Sanguineti: «I potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato». E sosteneva che bisognava «restaurare l’odio di classe», per contrastare l’oblìo di sé in cui la classe operaia, «inibita da una cultura dominata dalla tv», è immersa. Parlava della forza-lavoro, «la merce uomo, che oggi è la più svenduta» della classe in sé che, se vuole tornare ad essere “classe per sé”, ha bisogno forse più che del Capitale di Marx, del sentimento, ancestrale nell’essere umano come l’amore, che è l’odio. Non l’odio individuale, gratuito, incarognito perché impolitico. Ma un odio collettivo, politicizzato, per certi versi “razionale” verso “chi ruba il pane”, come cantavano gli anarchici più di un secolo fa. Lotta di classe e odio di classe fanno parte di questo serbatoio di indicibili oscenità: sono letteralmente fuori scena nel teatrino politico corrente, e perbenisticamente censurate dal discorso corrente della cosiddetta sinistra. E non foss’altro per questo è bene che qualcuno torni a pronunciarle.
Sempre Sanguineti diceva «oggi è doveroso essere sgarbati per rendere evidente a tutti che viviamo in un mondo disumano, in cui il 98% delle persone vive una condizione di precarietà o di vera e propria miseria». Sgarbati, ecco. Che non vuol dire violenti, aggiunse allora il poeta. Significa semplicemente non stare a danzare quel garbatissimo minuetto di parole che vorrebbe convincerci che tutto va bene e che quello in cui viviamo è l’unico nonché il migliore dei mondi possibili. Significa tenere aperta non la speranza per le prossime generazioni – di quella si riempiono la bocca tutti, tanto non ci tocca – ma la responsabilità che lega le generazioni adulte di oggi a quelle che le hanno precedute e a quelle che seguiranno. Senguineti pensava a Walter Benjamin e lo diceva: il compito della sinistra non è quello di accodarsi all’idea del progresso e alla promessa della felicità futura, ma di rivendicare e vendicare le ingiustizie passate e presenti perpetrate sugli oppressi. E’ la «debole forza messianica» di cui Benjamin scriveva nelle Tesi sul concetto di storia. La sinistra senza alcuna forza messianica di oggi potrebbe provare a rileggersele.

Flavio Guidi