Ieri, 27 gennaio, è stato il Giorno della Memoria. Tutti (o almeno quelli che hanno ancora un briciolo di umanità coniugato con la capacità di ascoltare) hanno ricordato i 9 milioni di sterminati dalla barbarie nazifascista. E, nell’immaginario collettivo, queste vittime appaiono come agnelli sacrificali, destinati al massacro senza possibilità di opporsi alla barbarie. Il cinema, la letteratura, gli stessi resoconti dei pochi sopravvissuti hanno creato questa immagine, in gran parte, purtroppo, vera. Ma non tutti i detenuti hanno accettato così passivamente il loro destino, collaborando con i propri assassini. Molti più di quelli che di solito si pensa sono stati gli episodi di ribellione, talvolta armata, in cui centinaia di deportati (spesso prigionieri politici, ma non solo) preferirono, per usare una formula abusata un po’ retorica, “morire in piedi che sopravvivere in ginocchio”, trascinando con sé almeno una parte dei loro aguzzini. Da Dachau a Birkenau, da Chelmno a Buchenwald, da Mauthausen a Treblinka e a Sobibor, queste rivolte, conclusesi quasi sempre con la morte dei rivoltosi (ma anche con fughe di massa parzialmente riuscite) ci ricordano che, anche nelle peggiori condizioni sfavorevoli, “ribellarsi è giusto e possibile”. Non possiamo qui citare le migliaia di protagonisti di queste rivolte. Ci limitiamo a ricordarne una, quella del 14 ottobre del ’43, a Sobibor. Qui, un gruppo di circa 600 deportati, guidati da un capitano dell’Armata Rossa, Aleksandr Aronovic Pecerskij, giustiziarono 11 ufficiali delle SS e alcune guardie ucraine e si diedero alla fuga. Circa la metà di essi venne catturata o uccisa quasi subito, e buona parte degli altri nei giorni successivi. Poco più di una cinquantina, tra i quali Pecerskij e il suo vice, Leon Feldhendler, riuscì nell’impresa, testimoniando che non era così impossibile ottenere una vittoria, per quanto piccola, contro la mostruosa macchina di sterminio nazifascista. Feldhendler morì il 6 aprile 1945, a quanto pare ucciso da partigiani polacchi anticomunisti e antisemiti, mentre Pecerskij riuscì a tornare in URSS, dove combatté nella resistenza sovietica e dove venne ferito. Alla fine della guerra fu chiamato a testimoniare al Processo di Norimberga. Tornato alla vita civile in patria non solo non ebbe alcun riconoscimento per la sua lotta al fascismo ma fu coinvolto nel clima di sospetto e tradimento che il regime staliniano aveva instaurato dopo la fine della guerra verso tutti coloro che erano stati prigionieri dei nazisti e che tuttavia erano sopravvissuti. Fu quindi arrestato dal NKVD con l’accusa di essersi volontariamente consegnato prigioniero ai tedeschi e condannato ad una lunga pena detentiva in un campo di lavoro in Russia insieme a suo fratello (che morì durante la detenzione per coma diabetico. Fu liberato nel 1953, anche grazie alle proteste dell’opinione pubblica internazionale che ne aveva esaltato il suo ruolo nella fuga dei prigionieri di Sobibor. Morì a Rostov sul Don il 19 gennaio 1990. Ecco, dedichiamo questo breve articolo a Pecersky e a quelli come lui, che hanno saputo combattere il fascismo non solo con le parole e la cultura (tutte cose necessarie, ovvio) ma anche con l’unico strumento che i nazifascisti possono comprendere: le armi. Che vi sia di monito, epigoni attuali della peste bruna!