E così il 47enne bulletto milanese, il Salvino patriota, non ce l’ha fatta a espugnare la fortezza “rossa” (ormai rosa pallido, ahinoi), l’Emilia-Romagna. E sono in tanti a tirare un sospiro di sollievo, nel “nostro popolo”, quello della sinistra. Devo confessare che non me la sento di biasimarli, almeno non fino in fondo. A forza di urlare ai quattro venti che sta arrivando l’orco cattivo, uno finisce per spaventarsi. E quando l’orco (sembra) allontanarsi….beh, ci si deterge il sudore della fronte e si respira meno affannosamente.   Ma il pericolo verde-nero (o tricolor-patriottardo) è davvero scampato? Quanto è amara questa “vittoria”? Per chi, come me, pur preferendo ovviamente i liberali ai fascisti, non rinuncia al desiderio di cambiare il mondo, c’è poco da stare allegri. Innanzitutto la destra (e che destra!) riesce quasi a consolidare il risultato (il migliore della sua storia!) delle europee, quando riuscì a superare il 45% dei voti in una regione dove storicamente la sinistra non temeva alcuna concorrenza sul fianco destro. Ed è una destra ancor più reazionaria (Forza Italia è quasi scomparsa) di quella che tentò invano per decenni (prima a guida DC, poi berlusconiana) di togliere il rosso dal profilo regionale. Inoltre chi vince non è né il PCI, per quanto socialdemocratizzato, degli anni tra il dopoguerra e la fine degli ’80, né il PDS-DS social-liberale di 20 o 25 anni fa, ma un partito apertamente liberal “progressista” e borghese come il PD. Dato scontato, diranno alcuni, ma è sempre meglio ricordarlo, vista la labilità della memoria di certa sinistra. E, last but not least, per la sinistra cosiddetta “radicale” è un vero e proprio disastro. Meritato, diranno molti compagni, vista la vocazione suicida alla divisione settaria. Ma non per questo meno amaro. Ma vediamo un po’ i numeri. Innanzitutto la partecipazione, cresciuta di molto rispetto a 5 anni fa (ma allora era stata del 37,7%, la più bassa della storia!). Oggi è quasi del 68%, più o meno come 8 mesi fa, alle europee (che notoriamente non sono le elezioni più partecipate), 10 punti in meno delle politiche del 2018, 15 in meno di quelle del 2013 e così diminuendo. Segno che la storica partecipazione popolare di massa, nella ex regione “rossa” per eccellenza, mostra crepe evidenti, nonostante il tono da referendum pro o contro il “pericolo nero” che avrebbe dovuto (e in parte lo ha fatto) spingere anche i più riottosi a turarsi naso, occhi ed orecchie e deporre la scheda centrosinistrorsa nell’urna. Un’avvertenza: ho scelto di sommare i voti ottenuti dai partiti, secondo me più indicativo degli umori elettorali del voto al candidato presidente (anche per la possibilità del voto disgiunto). Innanzitutto vediamo la destra, che ottiene quasi gli stessi voti dell’anno scorso (980 mila contro poco più di un milione), mantenendo più o meno la stessa percentuale (45,4 oggi, 45,2 l’anno scorso). Nell’ambito di questo schieramento perdono sia la Lega (dai 760 mila del 2019 ai 690 mila di oggi) sia Forza Italia (dai 105 mila dell’anno scorso ai 55 mila di oggi), mentre cresce l’area neofascista (dai 150 mila di FdI più FN, CP, ecc. del ’19 ai 186 mila dei soli “fratellini italici” di oggi). In termini percentuali i neofascisti passano dal 6,7% dell’anno scorso all’8,6% di oggi. Un ulteriore conferma che, a destra, la radicalità e l’estremismo populista pagano. Se poi il paragone lo facciamo con le elezioni politiche del 2018 o peggio ancora con le precedenti regionali (2014) lo spostamento a destra appare preoccupante: nel 2014 la destra (compresa l’UDC) superava di poco il 32%, con 408 mila voti (di cui oltre la metà già allora leghisti), già cresciuti a 884 mila (35%) nel 2018 (anche qui con la Lega a far la parte del leone, 487 mila voti, 19,2%). Insomma, la svolta a destra nell’ex regione “rossa” avvenuta chiaramente l’anno scorso non è per nulla rientrata. Quando il bulletto ex padano strilla che, per la prima volta nella storia, anche in Emilia-Romagna “c’è stata partita”, purtroppo dice la verità. E questo è il primo elemento preoccupante. Veniamo ora ai “vincitori”. Il centrosinistra, grazie al crollo dei “grillini”, torna a superare il 50% dei voti in regione, se si considerano i voti a Bonaccini (quasi 1,2 milioni, 51,4%), mentre supera di poco il milione (1.039.693, pari al 48,1%) in termini di voti ai partiti. Il PD fa ovviamente la parte del leone, ma meno di quanto possa sembrare: passa dai 703 mila voti (31,2%) del 2019 ai 749 mila (34,7%) di oggi, tornando ad essere (dopo lo “scippo” delle europee) il primo partito. Ma è una magra consolazione per un partito abituato ad avere almeno la metà dei voti emiliano-romagnoli. Ancora nel 2014, all’inizio del disastro renziano, il PD aveva il 44,5% dei voti, scesi (ringraziando Renzi) al 26,4 delle politiche del ’18. Certo, il recupero c’è stato, ma siamo ancora ben lontani non solo dai dati del PCI o del PDS-DS, ma persino dal PD pre-renziano. E questo nonostante il fortissimo richiamo al cosiddetto “voto utile” e al richiamo della foresta di fronte all’orco fascio-leghista. Credo che i piddini abbiano più di un motivo per essere comunque preoccupati. Per quanto riguarda i vari “cespugli” centro-sinistri, né l’area LeU, né quella dei Verdi possono stare allegri, mentre va meglio alle liste più o meno civiche di sostegno a Bonaccini. La sinistra moderata ottiene 81 mila voti (3,8%), mentre LeU, alle politiche del ’18, ne aveva 114 mila (4,5%), e SEL, nel ’14, con 39 mila voti, aveva da sola, col 3,2%, quasi la stessa percentuale che ha ottenuto oggi l’alleanza tra SI, MDP, Art.1 ecc. Difficile fare il paragone con lo scorso anno, vista la presenza di una lista (La Sinistra) composta anche dal PRC, e che aveva ottenuto 42 mila voti (1,9%). I Verdi ottengono oggi 42 mila voti (2%), contro i 66 mila (2,9%) dello scorso anno. Possono consolarsi se guardano al misero risultato delle politiche del ’18, dove, con socialisti e micro-gruppi vari si fermarono a 19 mila (0,8%). I veri, grandi sconfitti però sono i “grillini”: il M5S si ferma a 102 mila voti (di cui solo 80 mila vanno al candidato presidente), il 4,7%. Se pensiamo che alle politiche del ’18 avevano quasi 700 mila voti (27,5%), già crollati a meno della metà (290 mila, 12,9%) alle europee, possiamo immaginarci lo sgomento di quello che voleva essere (e per un attimo ci era riuscito) il terzo polo. In realtà l’alternatività agli altri due poli era solo immaginaria: 6 elettori su 7 hanno scelto di tornare a casa, prima verso destra (nel 2019) e ora verso il centro-sinistra. Anche rispetto al già magro risultato delle precedenti regionali (159 mila voti, 13,3%) il “grillismo” emiliano-romagnolo non ha nulla di cui gioire. E veniamo, ahimè, a quell’area di cui, nonostante tutto, ci sentiamo parte, e cioè la cosiddetta sinistra “radicale” (che di radicale sembra abbia soprattutto la testardaggine settaria). Divisi in tre (oggi sono generoso e ammetto persino il PC dell’ineffabile Rizzo nella rissosa famiglia), si ottengono “ben” 26 mila voti (1,2%). Nel ’18 erano stati il doppio, 52 mila (30 mila PaP, 17 mila PC, 5 mila Sinistra Rivoluzionaria), pari al 2,1%. Lontani comunque dal relativo successo del 2014 della lista unitaria L’Altra Emilia-Romagna che, con 50 mila voti e il 4%, era riuscita ad eleggere un consigliere comunale. Difficile fare il paragone con le europee, per la presenza, come ho scritto prima, de La Sinistra, che comprendeva anche SI, oggi con Bonaccini. Se dovessimo, per puro calcolo aritmetico, provare a considerare il peso elettorale dell’intera sinistra emiliano-romagnola, dai più moderati (i bersaniani) fino all’estrema sinistra, saremmo oggi a 107 mila voti (5%), rispetto ai 166 mila (6,6%) del 2018 e agli 89 mila (ma 7,2%!) della somma di SEL più AER del ’14. Tra l’altro è molto triste che, in questa competizione di nani, abbia ottenuto il primo posto il partito di Rizzo (10 mila voti, meno dei 17 mila dello scorso anno), cioè quello ultra-settario e con inquietanti richiami al peggio della tradizione staliniana. Un’ultima considerazione. Il nucleo centrale della ex fortezza rossa sembra ancora resistere attorno a Bologna. Ma dalla Lombardia (Piacenza e Parma), dal Veneto (Ferrara) e dalle Marche (Rimini) l’orda verde-nera sembra assediare, quasi fisicamente, una delle culle del movimento dei lavoratori in Italia. Il 21 novembre di 100 anni fa le camicie nere tentarono l’assalto, armi alla mano, a Bologna rossa e proletaria. Non riuscirono subito, ma due anni dopo la fortezza fu espugnata, manu militari. Non vorrei che la storia si ripetesse, anche se con i colori della farsa, molto più adatti ai clown tipo Salvino e la Melona.

Flavio Guidi