di Alberto Acosta Intervista

Non si tratta di vincere le elezioni, ma di costruire una nuova storia, dal basso… 

 Alberto Acosta è uno dei critici più implacabili dei governi di sinistra che hanno diretto i paesi del Sud America, in particolar modo dei loro modelli di sviluppo economico. E’ stato tra i principali artefici del movimento Alianza País che ha portato Rafael Correa alla presidenza dell’Ecuador ed è stato presidente dell’Assemblea costituente di questo paese che si dotò di una nuova Costituzione. E’ dall’interno che ha vissuto i processi di burocratizzazione e di ridimensionamento dei movimenti sociali promossi dalle sinistre egemoniche del continente. Seppur lucido sulla loro portata, Alberto Acosta é entusiasta dei recenti sollevamenti popolari che confermano la fine di un certo tipo di socialità e di un certo modello di sviluppo economico. Economista, autore di numerosi libri, attira l’attenzione sui pericoli di militarizzazione del continente e sviluppa alcuni elementi da lui considerati fondamentali per la costruzione di un nuovo momento politico positivo per le masse.

Correo de la Cidadania (CdC) La fine del cosiddetto ciclo dei governi progressisti é stato seguito dal ritorno della destra ed in alcuni casi, come in Brasile, da quella più virulenta e reazionaria dal periodo della dittatura militare. Come spiegare questa dinamica? Quali sono le prospettive per il 2020?

Alberto Acosta (AA): Per capire quanto stia succedendo in questo momento in America latina e specialmente nei paesi dove la destra si é sostituita – in certi casi in tempi incredibilmente brevi – ai governi progressisti come in Brasile o in Bolivia, ci si deve chiedere come mai questi processi siano stati così tanto rapidi, com’é che sia potuta arrivare al potere una destra che non fa più mistero delle sue proposte autoritarie, conservatrici e neoliberiste avvolte da prediche omofobe e razziste.

Al di là dell’innegabile destabilizzazione operata dall’Impero che si combina con l’influenza del “cristo-neofascismo internazionale”, per riprendere l’espressione del teologo spagnolo Juan José Tamayo (1), qualcosa non ha funzionato come doveva nell’America latina progressista degli anni passati. Si é parlato molto della rivoluzione e del socialismo ed anche di democrazia. Senza pretendere ad una analisi esauriente é evidente che i governi progressisti non hanno fatto avanzare la democrazia nelle loro società, anzi, in alcuni casi, come in Bolivia e Venezuela hanno addirittura polverizzato le istituzioni politiche tramite processi costituenti.

La corruzione é scandalosamente ben presente in tutta la regione, compreso in quei governi. E la volontà di mantenersi al potere ha contribuito alla formazione di regimi “caudillisti” e autoritari che in alcuni casi per potersi mantenere al potere si sono alleati con le forze conservatrici delle destre corrotte come è capitato in Brasile con l’alleanza del PT con il PMDB. (2)

Però c’é qualcosa di più e di più fondamentale: i governi progressisti nulla han fatto per superare le strutture tradizionali delle loro economie. Anzi, le hanno rafforzate nella misura in cui, quando i corsi delle materie prime erano alti, l’estrattivismo é stata la fonte alla base degli introiti finanziari necessari per poter sostenere gli schemi neo-desarollisti [“neo-sviluppisti”. NdR] ed espandere delle politiche sociali sempre più finalizzate ad un crescente consumismo finanziato dalle politiche sociali.

In sintesi, il finanziamento di queste economie si basava sempre più sull’esportazione di materie prime e sulla creazione di buone condizioni per gli investimenti stranieri e quindi, con l’accettazione di un’inserzione in posizione subalterna nel commercio mondiale. Praticamente, la capacità di agire degli Stati veniva sempre meno, mentre l’espansione dell’estrattivismo andava di pari passo con chiare tendenze alla de-industrializzazione e con una maggiore fragilità finanziaria. Come ben sappiamo, questo non ha solo ha consolidato la tendenza degli Stati a vivere di rendita, ma ha anche sviluppato delle pratiche imprenditoriali basate anch’esse sulla rendita e degli schemi che sono accompagnati da relazioni sociali clientelari e governi autoritari. Riassumendo, che i governi fossero neoliberisti o progressisti, la formula é sempre stata la stessa: più estrattivismo e meno democrazia.

Lo scenario deve poi essere completato dal fatto che le politiche sociali che hanno ridotto la povertà ed il rilancio del consumismo non hanno intralciato la logica di accumulazione del capitale come lo dimostra il fatto che la concentrazione delle ricchezze é stata crescente sia in paesi governati da forze progressiste come in altri in mano a governi neoliberisti.

Ciò spiega, per esempio, perché, fin tanto che i prezzi delle materie prime restavano alti, il neo-desarollismo beneficiava del sostegno non solo dei settori popolari ma anche dall’elitè padronale: per ragioni certo differenti, Lula da Silva fu applaudito tanto nei quartieri poveri quanto al World Economic Forum di Davos.

In pratica, una delle forze fondamentali del capitalismo – che gli permette di costruire la sua egemonia – risiede nella sua capacità – in special modo al momento in cui cicli capitalisti sono al punto più alto – di ridurre le disuguaglianze tra i lavoratori senza incrinare quelle che esistono tra questi ultimi e le classi dominanti. E’ questa capacità che il grande economista peruviano Jürgen Schudt (3) ha descritto con l’immagine del “muso della lucertola” [“hocico de lagarto”]. Il muso composto da una mandibola superiore, simbolo dell’alta diseguaglianza di ricchezze, e che é rigida, quasi strutturale, e si muove solo in caso di cambiamenti altrettanto strutturali nelle relazioni di proprietà di questa ricchezze. Ed é pure composta da un’altra mandibola, quella inferiore, che registra l’ineguaglianza evolutiva delle ricchezze, e la cui forza dipende dalle tappe del picco capitalista: sazio, la lucertola, sdegna anche le sue possibili prede, mentre quando la scarsezza appare, diventa particolarmente famelico, e tutto ciò nel bel mezzo di un ciclo capitalista volatile ed instabile com’é quello delle società estrattiviste latino-americane.

Nello stesso tempo, il “desarrollismo” progressista, fondato su profonde radici coloniali e su basi estrattiviste sempre più larghe, s’é appoggiato su di un controllo crescente e severo delle mobilitazioni sociali e sulla criminalizzazione di quanti si opponevano all’espansione dell’estrattivismo così come sulla flessibilizzazione delle norme ambientali e lavorative destinata ad attirare gli investimenti. Ciò ha particolarmente indebolito la base delle forze sociali capaci di trasformazioni profonde. Tutto ciò ha aperto la strada all’attuale restaurazione conservatrice, incominciata in realtà – basti pensare come il correismo si è opposto in Ecuador al diritto all’aborto in caso di strupro – sotto i governi progressisti.

E’ un fatto: i governi progressisti, la cui matrice era di sinistra, altro non hanno fatto che amministrare la modernizzazione del capitalismo.

CdC: E’ indiscutibile il fatto che laddove la destra ha riconquistato il potere, le tensioni sociali e le rivolte si approfondiscono. Premonitorio per il 2020?

AA: La crisi provocata dalla caduta dei corsi delle materie prime sui mercati mondiali provoca il deteriorarsi delle condizioni sociali e, con loro, della stabilità politica. Anche se il livello di consumismo poteva sembrare artificiale, la stabilità sembrava assicurata così come il progresso in buona salute. Il cambiamento del ciclo economico ha influito sulla stabilità politica.

Un caso degno di nota é quello dell’Argentina dove il fallimento di un governo neoliberista, quello di Macrì – che era succeduto ad un governo progressista – riapre la strada ad un altro governo progressista a riprova del fatto che il ciclo di quei governi forse non é finito. Da un altro punto di vista, é interessante osservare come in Ecuador, dove il cambio di governo s’é fatto all’interno dello stesso partito progressista a conclusione di una fase di autoritarismo esacerbato – al momento del passaggio dal governo di Correa a quello di Lenin Moreno -, molte organizzazioni sociali precedentemente represse con durezza hanno potuto ricostituire le loro forze.

Certamente, una volta finito il periodo delle vacche grasse progressiste, il neoliberismo ha ritrovato le forze necessarie per rimettersi in sella, anche se c’é da dire che, in certi casi, come in Ecuador, la porta é sempre stata lasciata socchiusa per tale ritorno, nella misura in cui il correismo ha incoraggiato la privatizzazione dei grandi porti e la cessione dei campi di petrolio alle multinazionali, aperta la porta alle megaminiere, reintrodotto misure di flessibilizzazione delle leggi sul lavoro e firmato un accordo di libero scambio, il TLC, con l’Unione europea… In fin dei conti, il paese ha conosciuto una specie di “neoliberismo transgenico” con uno Stato forte capace di imporre alcuni degli obiettivi neoliberisti fra i più attesi.

Tutto ciò viene a significare che con i progressisti non ci sono state le trasformazioni strutturali che avrebbero permesso – per lo meno di incominciare – di costruire le basi economiche, sociali e politiche per sfuggire alla dipendenza dall’estrattivismo e dalle sue conseguenze. E tantomeno sono state intaccate le strutture tradizionali di accumulazione del capitale esacerbate da un estrattivismo senza ritegno nell’ambito delle miniere, del petrolio e dell’industria agricola… Oltretutto, con la sua politica di disciplina sociale e di criminalizzazione dei difensori dell’ambiente, ha indebolito le basi delle organizzazioni sociali attaccando i gruppi che in alcuni casi si sono opposti al neoliberismo.

E’ in un tale scenario che, approfittando dell’indebolimento del progressismo e di fronte alla disorganizzazione delle forze sociali con capacità di trasformazione, le destre riprendono direttamente il potere che utilizzano per attuare politiche economiche la cui essenza si riduce a migliorare le condizione di accumulazione del capitale trasferendone, ancora una volta nella nostra storia, i costi sugli strati popolari e sulla natura: son le fauci della mandibola della lucertola che si richiudono.

E’ a questo punto che nascono le recenti lotte popolari, esacerbate anche dallo svanire delle invidiabili promesse di sviluppo e di progresso proprie alla Modernità. Tali azioni dai contenuti diversi secondo i paesi e dalle multiple espressioni simboliche hanno caratterizzato il turbolento 2019; marcheranno un 2020 durante il quale la repressione nelle sue multiple forme sarà in mano alla destra e la capacità di sorprendere – ne riparleremo – sarà a carico delle masse.

E questo sarà un anno durante il quale dovremo essere capaci di fare la differenza tra quanto il progressismo propone realmente e le politiche di sinistra. Perché per affrontare il neoliberismo e soprattutto le forze dell’estrema destra, si possono certo costruire delle alleanze larghe che, tuttavia, non devono distogliere la sinistra dal suo obiettivo postcapitalista.

CdC: Cosa pensi dei massicci sollevamenti  che ci sono stati in Colombia, Ecuador e Cile? Quali sono le loro caratteristiche fondamentali?

AA: Sono delle esperienze incoraggianti, definitivamente incoraggianti. Al di là di alcuni tratti comuni, sono processi unici e per certi aspetti irripetibili. Sono la dimostrazione delle potenzialità enormi e imprevedibili di società in movimento. Di fatto, queste esplosioni sociali non risultano da piani prestabiliti e non sono ispirate dalle logiche ripetitive proprie del funzionamento di molte organizzazioni sociali e politiche tradizionali. Questi sollevamenti sorprendenti e immaginativi dimostrano che é possibile dare un nuovo impulso a molte azioni di lotta che, in una logica ripetitiva, s’erano convertite in una sorta di sonnolenta e tediosa ostinazione.

Una delle caratteristiche di questi sollevamenti é l’effetto sorpresa, non tanto per lo stupore che provocano anche fra gli “osservatori” dell’evoluzione politica e sociale, ma per l’effetto avuto su vari governi. Perché il loro più grande potenziale sta proprio nella sorpresa come strumento indispensabile di scelte progressiste e che durerà nell’ambito di società in movimento con un’alta creatività e, sicuramente, una grande chiarezza sugli obiettivi strategici i quali, insisto, non possono essere una semplice riedizione, attualizzata, di vecchie proposte ne’ la ripetizione delle vecchie tattiche.

Nei paesi citati, ai quali si deve aggiungere Haiti, si sono già prodotte varie esplosioni sociali durante molto tempo senza però che si potessero ipotizzare ed anticipare delle esplosioni dall’intensità sperimentata in queste ultime settimane. Ci sono, per ogni situazione degli elementi che hanno fatto da detonatore: la soppressione delle sovvenzioni ai combustibili in Ecuador o l’aumento dei prezzi della metro a Santiago. Sono state le scintille che hanno permesso di scoprire delle realtà più complesse. Nel caso colombiano ed in quello cileno, é senza l’ombra di un dubbio la dura esperienza del neoliberismo che ha alimentato la sollevazione. In altri casi, come in Ecuador, la ricetta non si compone di solo neoliberismo ma si trasforma in una perversa combinazione di neoliberismo e progressismo che, nel caso boliviano ha costruito lo scenario del golpe tenuto conto della mancanza di rispetto da parte di Evo Morales delle sue proprie costruzioni istituzionali.

CdC: Quali potrebbero essere i legami tra le sollevazioni in America latina ed altri che si verificano oggi qua o là, nel mondo?

AA: E’ il punto centrale, decisivo. Il mondo, e non solo l’America latina, é scosso da sollevavazioni che vanno ben al di là degli scenari prevedibili e che non possono essere letti con gli occhiali tradizionali.

Ed é urgente analizzare tale evoluzione senza cadere in analisi superficiali o in generalizzazioni che cancellano le specificità, così come non si può aspettare di essere in possessione di tutti gli elementi per capire la complessità di tali processi. E’ giunto il momento di interpretare quanto sta succedendo per trarre insegnamenti che ci permettano di agire in un ambito di sfide di una grande complessità.

E’ un obiettivo da sviluppare secondo una prospettiva latino-americana che permetta di identificare i denominatori comuni di questi processi. E’ questo il compito urgente per costruire alternative di sinistra ed affrontare le destre.

I fuochi di indignazione sono multipli in un mondo che sta sperimentando una crisi dalle molte sfaccettature: ambientale, sociale, economica, politica… E’ una crisi che va ben al di là delle crisi cicliche proprie del capitalismo e che prefigura dei cambiamenti di civiltà. Le cause possono essere diverse per ogni situazione, però alcune reazioni e molti dei confronti con l’ordine stabilito mostrano alcune caratteristiche comuni.

La crisi é istituzionale. Indipendentemente dal numero di elezioni, la democrazia sembra essersi messa in modo “aereo”, cioè, disattivata nella pratica. I partiti politici sono trincerati dietro la difesa dei loro interessi, così come i grandi mezzi di comunicazione che rifiutano di capire ciò che significano delle società in movimento e l’origine profonda delle sollevazioni in corso. E non parliamo della corruzione dilagante…

Le promesse di benessere e di Modernità soffocano in una realtà sempre più disumanizzata e distruttrice. Le élites – politiche ed economiche – rispondono alla crisi con una violenza crescente ed approfondiscono i conflitti tramite il loro vandalismo neoliberista. In uno scenario come questo, la frustrazione, in particolare quella molto composita dei giovani, alimenta le azioni di resistenza e di protesta.

CdC: Ma perché queste rivolte diffuse e che toccano vari settori della società relegano in secondo piano i partiti, i sindacati ed i movimenti sociali più egemonici?

AA: Questi nuovi fenomeni agiscono in molte parti della nostra America. E’ definitivamente chiaro che la frustrazione popolare generata ed accumulata dalla civiltà di disuguaglianze e dai danni che sta provocando nella periferia del mondo ha creato le condizioni per una esplosione sociale capace di fare tremare la scena politica. “Questa mobilitazione popolare – scrissi in un articolo redatto con John Cajas-Gujiarro a proposito della rivolta ecuadoriana – equivale ad un terremoto che fa tremare le fondamenta delle nostre società ingiuste e che interroga pure i vecchi concetti utilizzati per descrivere i settori popolari ed la loro sofferenza.

In questo ambito, come già detto, ogni forma di riduzionismo é da escludere nella misura in cui oscura il panorama e impedisce di costruire delle strategie che rafforzino quest’ondata di resistenze di  re-esistenze. L’elenco dei problemi e delle frustrazioni accumulate a lungo non si riduce ad una o l’altra misura economica o politica in particolare le quali sono, come ho già detto, i detonatori ma non la causa delle esplosioni sociali.

Ciò nonostante, senza essere l’unica e determinante spiegazione, il deteriorarsi della situazione economica é all’origine di molti di questi processi. Alla disoccupazione ed alla miseria che questa situazione produce, si aggiungono delle politiche economiche che accrescono lo sfruttamento tanto del lavoro umano che dell’ambiente. Però, la radice del male ha molti aspetti nella misura in cui il peso delle strutture classiste, patriarcali, xenofobe, razziste ecc. persiste ma suscita, in reazione, e con raddoppiato vigore, l’opposizione di proteste multiple, libertarie, femministe, indigene, ambientaliste, contadine e del mondo del lavoro.

A sua volta, la violenza dell’estrattivismo é un lungo ed interminabile processo di conquista e colonizzazione che spiega tanto l’autoritarismo – progressista o neoliberista – quanto la corruzione e da spazio ad un’ampia e crescente resistenza territoriale. Queste tematiche incominciano ad invadere lo spazio urbano: la recente rivolta a Mendoza, in Argentina, contro le mega miniere ne é une degli esempi più recenti. (4) Definitivamente, la povertà, la disuguaglianza sociale, la distruzione delle comunità indigene e dell’ambiente vanno mano nella mano con le frustrazioni di grandi gruppi quali, per esempio, i giovani, che si mobilitano perché non hanno nulla da perdere visto che gli hanno già rubato anche il futuro.

Capire questa complessità non é facile. Sebbene accolga con piacere questi sollevamenti, noto che non danno adito, in nessun caso, a uscite di crisi chiaramente democratiche: a titolo di esempio, il controverso processo costituente cileno continua a rappresentare un’opportunità minacciata fin tanto che le élites dominanti continueranno a controllarlo. Ciò che é sempre più evidente é l’incremento rapidissimo della violenza statale al punto che la militarizzazione della politica appare come una costante in vari posti della nostra America, dal Brasile all’Ecuador, dal Venezuela alla Bolivia, dal Cile alla Colombia.

Fra gli elementi di questa complessità  si osserva pure l’esaurirsi di una modalità di accumulazione e dei suoi sistemi politici – progressisti o neoliberisti – fondati su delle strutture ingiuste e coloniali di fronte alla pressione insaziabile del capitalismo globale. Come scrive Raùl Zibechi, “le rivolte di ottobre in America latina hanno tutte cause comuni ma si esprimono in modo differente. Sono una risposta ai problemi economici e sociali dovuti all’estrattivismo o ad un’accumulazione spogliatrice, al combinarsi di monoculture, miniere a cielo aperto, megacittà unicamente produttrici di servizi e speculazione immobiliare urbana”.

Sono problemi che trovano la loro origine nelle contraddizioni del capitalismo periferico. I paesi sudamericani sono sempre più forzati a perpetuare il loro carattere di economie esportatrici di materie prime, vulnerabili e dipendenti la cui cristallizzazione ha bisogno della violenza e dell’autoritarismo. Nello stesso tempo, persiste la logica di privatizzazione dei benefici e socializzazione delle perdite grazie alla complicità dell’apparato di Stato con i gruppi di potere, economico e politico. Viene così a dissolversi nell’immaginario di ampi strati della popolazione il sogno consumista di un proprio “modo di vita imperiale” possibile solo tramite l’accentuazione dello sfruttamento del lavoro e della natura e che é, di fatto, irripetibile.

Di fronte a tale ingiustizia e all’indolenza dei poteri affamati di potere cosa resta al popolo se non la protesta e la rivolta?

CdC: Ma lei é d’accordo col fatto che nel quadro della riorganizzazione economica del pianeta, a cui é relegata, l’America latina sta perdendo un ruolo globale?

AA: Ammettiamo… Però l’America latina non ha mai tenuto un vero ruolo dirigente in termini di riorganizzazione dell’economia mondiale. Questa parte del mondo é stata condannata sin dalle più remote ore del capitalismo, più di cinque secoli fa, ad essere il ligio fornitore di materie prime. La realtà non é assolutamente cambiata. Anzi, come già detto, che sia con i regimi neoliberisti o progressisti, la logica dell’estrattivismo e del “desarollismo” ha nutrito l’immaginario politico della regione durante questi ultimi decenni. La conquista e la colonizzazione sono delle costanti qui, nella nostra America.

Al proposito é penoso dover costatare l’incapacità dei governi progressisti di aprire delle strade verso una solida evoluzione comune integrata. Ciò avrebbe permesso alla regione di presentarsi nel contesto mondiale come un blocco potente. Gli schiamazzi in proposito non hanno mai costituito una rottura con la sottomissione neoliberista. Così, l’Iniziativa per l’integrazione regionale latinoamericana (IIRSA) si é rapidamente convertita in Consiglio sudamericano delle infrastrutture e della pianificazione (COSIPLAN), una struttura neoliberista che garantisce la subordinazione della produzione di ricchezze nella regione alle esigenze del capitale transnazionale ed ai mercati metropolitani.

Per esempio, durante il lungo periodo di governo del PT, il Brasile, lungi dall’essere il motore di un processo di integrazione regionale ha intensificato le sue pratiche sub-imperialiste nel continente, mentre che, sul piano interno, espandeva la logica estrattivista generando un chiarissimo processo di deindustrializzazione. Tutto ciò ha approfondito le condizioni tradizionali di dipendenza dal mercato mondiale.

CdC: Quali alternative nell’attuale contesto politico ed economico? Quali finestre per l’apertura di un nuovo periodo storico in opposizione al modello capitalista?

AA: Mentre che i vari gruppi di potere a prima vista si stanno  preparando all’imposizione di un capitalismo totale tramite varie forme di autoritarismo, rottura fascista compresa, le lotte popolari devono organizzarsi e concepirsi come delle lotte dai contenuti multipli. Sono lotte che devono simultaneamente assumere una dimensione classista ed ambientale (lavoro e natura contro il capitale), un’altra decoloniale, come le storiche rivendicazioni indigene, una dimensione femminista e anti-patriarcale e una dimensione contrapposta alla xenofobia ed al razzismo. Decisamente, una lotta multipla per la ricerca di un domani più giusto per tutte e tutti. Una rivolta come semenza di un nuovo futuro.

L’elemento chiave di questo nuovo futuro é l’urgente necessità di costruire e pianificare una nuova economia al servizio della vita – degli individui e delle comunità – nello stretto rispetto della natura perché la giustizia sociale non può esistere senza giustizia climatica e viceversa. La costruzione di questa economia é l’elemento cruciale nella misura in cui l’economia dominante nell’attuale civiltà soffoca gli uomini e la natura mentre segmenti ridotti della popolazione accumulano ricchezze e potere. Per non morire dimenticate, le vittime del sistema non hanno altra scelta che quella di lottare per il collasso di questa economia che, da sempre, sacrifica vite umane e la natura per uscire dalla sua propria crisi e sostenere il potere di una minoranza, le élites.

In fin dei conti, é chiaro che la premessa decolonizzatrice e antipatriarcale – contenuti fondamentali per andare oltre lo sfruttamento degli esseri umani e della natura – esige la rifondazione degli Stati nazionali coloniali, oligarchici e capitalisti affinché tali trasformazioni non siano solo parole. Non si tratta semplicemente di vincere le elezioni per raggiungere il potere, ma di costruire il potere dal basso, da sinistra, in armonia con la Pachamama (la terra madre) per stimolare un processo permanente di radicalizzazione della democrazia.

E’ quindi più che mai urgente costruire una nuova storia in marcia che necessita una nuova democrazia pensata e concepita a partire dagli apporti culturali delle differenti comunità, in particolar modo quelle dei popoli oggi marginalizzati che sono poi gli artefici di questa democrazia inclusiva, armoniosa e rispettosa della diversità.

E’ nel quadro di proposte di trasformazioni profonde e civilizzatrici che l’accento deve essere messo sulla garanzia simultanea di pluralità e radicalità. E’ un obiettivo che non potrà essere realizzato da un giorno all’indomani ma attraverso approssimazioni successive nello scontro con la macchina di morte che minaccia la sopravvivenza e la vita sul pianeta. Abbiamo bisogno di lotte che combinino la resistenza con azioni di re-esistenza tanto sul piano locale che nazionale, regionale o internazionale…
Contro l’Internazionale della morte, ci vuole un’Internazionale della vita, di una vita degna per tutti gli esseri, umani o meno. Questo sforzo dovrebbe permettere di liberare le potenzialità delle forze sociali oggi impantanate nelle differenti istituzioni del potere statale migliorando le loro capacità di autosufficienza, autogestione, autogoverno.
Tutto ciò esige non solo un’intelligenza critica, non solo approfondimento dei progetti alternativi, ma soprattutto l’azione creativa delle forze politiche che possono rendere possibili questi processi emancipatori.

10/01/2020

Gabriel Brito Correo de la Ciudadanía, 

Traduzione P. Gilardi

NOTE1) Teologo progressista spagnolo seguace della teologia della liberazione2) Partito del movimento democratico brasiliano dell’ex presidente Michel Temer con il quale il PT fece alleanza per potersi mantenere al governo prima di essere tradito dallo stesso Temer che usurpò nel 2016 le funzioni presidenziali allora in mano a Dilma Roussef.3) Economista, insegnante all’Università centrale dell’Ecuador4) Durante gli ultimi giorni di dicembre, un impressionante mobilitazione popolare degli abitanti di Mendoza ha obbligato il governatore dello Stato a ritirare la legge 9209 che rendeva di nuovo possibile, dopo esser stato bandito dal 2007, l’uso di acido sulforico, cianuro ed arsenico nelle miniere della regione, un rischio maggiore di contaminazione dell’acqua.