di Mario Unda

Il 2019 è stato un anno di lotte. In realtà, dalla fine del 2018 e per tutto il 2019 si sono verificate svariate proteste, cortei e blocchi stradali per respingere i tentativi di Moreno di riportare indietro il paese riproponendo le politiche neoliberiste dei governi del periodo 1981-2005. Tra febbraio e marzo, il governo ha sottoscritto una dichiarazione di intenti con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) che contempla, tra gli altri punti, l’aumento del prezzo dei combustibili, la sostituzione delle imposte dirette (sul reddito) con imposte indirette (IVA), la precarizzazione del lavoro, il ridimensionamento degli investimenti pubblici e la privatizzazione delle imprese statali.

Un rapido ripasso – Alla fine di gennaio, il FUT (Fronte unitario dei lavoratori) ha organizzato un massiccio corteo contro i licenziamenti, l’aumento dei combustibili e l’’aumento troppo basso del minimo salariale; per le stesse date, la CONAIE ha organizzato mobilitazioni [nell’area dei vulcani] Cayambe e Cotopaxi contro le misure economiche del governo. In febbraio, i lavoratori della Società Nazionale delle Telecomunicazioni (CNT) hanno protestato contro la privatizzazione dell’impresa e il FUT ha annunciato che si stavano preparando iniziative congiunte contro il programma governativo neoliberista. Lo stesso mese, i Waorani [popolazione amerindia dell’Equador] danno vita a un’imponente mobilitazione contro lo sfruttamento petrolifero e a sostegno di una consultazione preliminare. In marzo, il Coordinamento Nazionale dei Pensionati annuncia iniziative per far sì che il governo rispetti l’impegno di pagare le pensioni. 

Il 6 aprile, la convenzione del FUT annuncia la preparazione di uno sciopero nazionale senza fissarne ancora la data. In maggio, il corteo per la Festa del Lavoro si trasforma in una protesta di massa contro il neoliberismo. Il 23 dello stesso mese, la CONAIE annuncia la preparazione di una mobilitazione nazionale contro le politiche neoliberiste. Il 6 giugno, il FUT effettua un massiccio corteo contro le riforme del lavoro. Nel corso del mese si svolgono in varie città incontri del FUT e del Collettivo Unitario per prendere in esame misure alternative alle politiche del governo sulle riforme del lavoro e sulla sicurezza sociale. Tra fine luglio-inizi agosto si svolge lo sciopero generale dei maestri in pensione che rivendicano il pagamento delle loro spettanze.

Il 21 agosto si mobilitano gli iscritti alla Sicurezza sociale dei contadini. In agosto e in settembre escono a protestare studenti di medicina e personale ruotante degli ospedali pubblici contro il drastico ridimensionamento degli stipendi deciso dal governo. Il 5 settembre ha luogo una grande marcia nazionale del FUT. A metà mese, gruppi di donne organizzano svariate iniziative per la depenalizzazione dell’aborto in casi di subita violenza. Il 25 settembre manifesta il movimento indigeno a Guaranda contro le concessioni minerarie. Alla fine del mese, la provincia del Carchi effettua una settimana di scioperi e, nelle stesse date, si mobilitano studenti di medicina per respingere la riduzione degli stipendi che ricevono dal Ministero della Sanità.

Dunque, il decreto n. 883 con cui il governo ha aumentato i prezzi dei combustibili è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’insoddisfazione per il modo di governare in favore dei grandi potentati economici. L’aumento del prezzo dei combustibili è un tema nevralgico: colpisce tutte le classi e i settori popolari, soprattutto le famiglie con minori introiti, in quanto comporta l’aumento del biglietto dell’autobus, quello dei trasporti e dei costi delle operazioni dei piccoli commercianti. Per questo le proteste sono state così massicce e crescenti, e per questo il governo ha fallito nel suo tentativo di imporre la misura con parziali concessioni ad alcuni dei settori mobilitati (camionisti, dipendenti pubblici) e il ricorso allo stato di emergenza, coprifuoco e militarizzazione, costretto però ad arretrare momentaneamente.

Le lezioni di ottobre

Quali insegnamenti ci hanno lasciato queste giornate di proteste sociali?

Il popolo equadoregno dispone di riserve morali, capacità di mobilitazione e un profondo senso di umana solidarietà che gli consente di affrontare progetti politici ed economici pauperizzanti e repressivi, riserve che si liberano quando si arriva a un punto in cui sente la situazione intollerabile. Anche se sembra starsene immobile e sconfitto, questo stato può mutare in qualsiasi momento; le necessità della vita e la lotta mobilitano le coscienze.

● La protesta è stata la creazione di tutto il popolo, non è stata l’iniziativa di un settore o di un’organizzazione, anche se è cominciata così: il suo carattere si è andato configurando con il passare dei giorni, quando sempre più persone e settori si sono andati aggiungendo al torrente della mobilitazione. Non sono state solo le organizzazioni: la moltitudine è andata crescendo a partire da nuclei familiari, dagli abitanti dei quartieri, dagli amici; allora hanno fatto la loro comparsa modi informali – se così si può dire – di essere organizzazione sociale e innumerevoli punti di “conduzione” spontanea, che hanno dato forma e luogo allo straripare popolare.

● Un governo e la sue politiche non sono mai legittimi e democratici solo perché siano stati eletti tramite meccanismi elettorali. Gli strati dominanti hanno una visione molto angusta e assai povera della democrazia. Per il popolo, viceversa, la democrazia e la legittimità si costruiscono e si mettono alla prova tutti i giorni e si definiscono in base a chi servano le politiche fondamentali di un governo e se esse siano state decise consultando la maggioranza. Il governo di Moreno ha perso legittimità, le sue politiche neoliberiste e il suo autoritarismo repressivo sono illegittimi.

● Le politiche neoliberiste sono l’unico programma politico che abbiano il governo, le rappresentanze imprenditoriali, i partiti della destra e il FMI. Nonostante la protesta sociale e lo straripare popolare li abbiano costretti a trattare e a lasciare momentaneamente e malvolentieri inoperanti l’aumento dei prezzi dei combustibili e dei mezzi pubblici, sembrano assolutamente non disposti a promuovere politiche diverse che non scarichino il peso della crisi sulle spalle delle classi lavoratrici e del popolo.

● Non potendo imporre per via democratica queste politiche, la strada che sono disposti a percorrere è quella dell’imposizione e della repressione: comportamento poliziesco violento e disumano, scontro tra i militari e il popolo, spari a mansalva, migliaia di arresti, perseguita legalmente la gente che protesta e i dirigenti delle organizzazioni (ricorrendo al Codice penale repressivo approvato da Correa), disconoscimento del diritto di protesta e delle libertà e garanzie che lo sostengono, violazione dei diritti umani. I dati apportati dall’organo di Difesa del Popolo e da organismi dei Diritti umani non lasciano adito al dubbio. Tutto questo ha regolarmente come conseguenza la restrizione e lo svuotamento della democrazia.

● Un indizio di ciò è stata la confisca di tutte le istituzioni statuali da parte dello stato d’emergenza e della funzione repressiva e, di conseguenza, la crisi delle istituzioni politiche che avrebbero potuto giocare un ruolo di mediazione, ad esempio l’Assemblea nazionale [il Parlamento] o i Municipi.

● Come ogni scontro di fondo, le giornate di ottobre si sono palesemente sviluppate come un conflitto di classe. Lo si è potuto nitidamente osservare grazie a diversi elementi concreti: nelle misure adottate dal governo, che favoriscono economicamente gli imprenditori e danneggiano le classi popolari; nell’unanimità con cui i grandi capitali – tramite le proprie corporazioni, i propri partiti politici e i loro strumenti di risonanza mediatica – esigevano queste misura ed altre ancor più radicali, e risposte più repressive nella guerra apertamente dichiarata dal governo contro il popolo, con l’obiettivo esplicito di imporre con la forza le misure e di disconoscere il diritto dei lavoratori di protestare. Lo si è visto chiaramente nell’istinto di classe di tutti i settori della società, che li ha portati a un allineamento nitido: i gruppi dominanti hanno serrato i ranghi intorno alle misure e al governo e hanno invocato una violenta repressione; le classi popolari e lavoratrici hanno partecipato alla protesta solidarizzando con essa. I ceti medi si sono frammentati: alcuni si sono ciecamente accodati alla posizione dei grandi imprenditori; altri hanno presunto di rimanere neutrali; e altri ancora hanno solidarizzato in vario modo con la lotta popolare partecipando alle mobilitazioni.

● Per tutto ciò, il popolo non può avere alcuna fiducia negli imprenditori né nei partiti politici che li rappresentano elettoralmente, né nel governo che alla fine ne esegue gli ordini.

Le sfide che lascia l’ottobre –

Come sono rimaste delle lezioni, così sono rimaste anche sfide importanti che occorrerà affrontare d’ora in avanti.

● Occorre difendere e consolidare ogni spazio di organizzazione sociale. Senza di questo, ogni resistenza e ogni lotta sarà più debole e troverà maggiori difficoltà di acquistare continuità.

● Le organizzazioni si indeboliscono se non sono circondate da un tessuto sociale più o meno solido; per questo debbono ampliare il proprio spazio di intervento ben al di là delle persone organizzate e cercare modi per stabilire contatti permanenti con la popolazione in generale, soprattutto con i giovani. 

● L’esplosione sociale di ottobre ha dimostrato come, a partire dai propri problemi e dalle proprie urgenze, i vari settori popolari e le rispettive organizzazioni possano confluire, e come tale confluenza costituisca l’unica forza che possano contrapporre al potere del denaro e della repressione. Ma se la confluenza è solamente passeggera, il popolo si sfalda, si disgrega e perde la propria forza. È necessario costruire spazi di incontro più duraturi in cui le confluenze vengano elaborate e preparate per avanzare insieme.

● Il governo, le destre, gli organismi imprenditoriali e la loro stampa hanno costruito una favola nera sulla protesta, accusandola falsamente di “vandalismo”, destabilizzazione, tentativo di colpo di Stato, terrorismo, guerriglie urbane, di essere stata manipolata dal “correismo”, dai soldi del Venezuela o da reti televisive internazionali. Tutte panzane, con la pretesa di giustificare l’ingiustificabile, di dichiarare guerra al popolo. Tornano, allora, a mettere in circolazione le “teorie” del nemico interno, utilizzate dalle dittature genocide degli anni Sessanta-Settanta e ravvivate nella precedente fase neoliberista per dimostrare la necessità che i militari diventino il potere dietro il potere.

Occorre smantellare questo cumulo di menzogne, gridare forte ai quattro venti la nostra verità senza lasciarci ingannare o confonderci; lo straripamento di ottobre è stato la legittima protesta del popolo per respingere le misure neoliberiste già sperimentate e fallite tra il 1981 e il 2005. Ed è stato un esercizio di costruzione democratica, come si è dimostrato costringendo il governo a dialogare con il popolo sulle politiche che vanno promosse.

Le lotte di ottobre hanno avuto un’importanza enorme, ma il rinvio del decreto n. 883 è stato soltanto un episodio: il resto del programma neoliberista rimane lì, inserito nella dichiarazione di intenti sottoscritta dal governo con il FMI. 

Le lotte decisive ci stanno di fronte e riempiranno sicuramente il 2020.

Mario Unda– Sociologo, militante del Movimento Rivoluzionario dei Lavoratori (MRT)

Fonte – Correspondencia de Prensa, 11 gennaio 2020

Traduzione di Titti Pierini