La classe c’è, ma si fa fatica a vederla. Per lo meno se si leggono i giornali borghesi e si guardano le tv di lor signori. Tra l’altro ieri e ieri circa 250 milioni di proletari, in India, sono scesi in sciopero contro il governo della destra induista di Modi. Siamo di fronte ad un nuovo record nella storia del movimento dei lavoratori internazionale. Già l’anno scorso, con 180 milioni di scioperanti, il proletariato dell’India aveva dimostrato al governo di Modi, ai padroni (indiani e multinazionali), ai pennivendoli di ogni regime (ed ai ciechi ed orbi così diffusi anche a sinistra!) che la classe c’è, eccome! E ieri ha battuto ogni record, che né il proletariato occidentale, né quello cinese (per motivi ovviamente diversi e che non è il caso qui di analizzare) hanno mai potuto nemmeno sfiorare. Le 10 confederazioni sindacali che hanno chiamato allo sciopero chiedono un salario minimo di 262 dollari, la creazione di un sistema di welfare sanitario, scolastico, pensionistico, ecc. Insomma, le classiche rivendicazioni di un movimento operaio (sia pur riformista) che si rispetti. E in un quadro di rallentamento dell’economia indiana (quest’anno è prevista una crescita del 5%, la più bassa da 11 anni a questa parte), di crescita della disoccupazione (quella ufficiale sfiora l’8%), di rafforzamento delle spinte autoritarie antidemocratiche da parte del governo e delle forze integraliste induiste. Sono lontani i tempi per cui India voleva dire soprattutto contadini ischeletriti, vacche sacre e pseudo-hippies alla ricerca del nirvana: l’irruzione della classe operaia sulla scena del secondo paese più importante del mondo (dopo la Cina) è ormai un dato acquisito. Ben scavato, vecchia talpa!

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