La presenza di migranti sul territorio italiano – contrariamente a quanto alcuni esponenti politici vogliano far credere – è da decenni un dato consolidato.

L’Italia rappresenta infatti una meta di immigrazione da quasi cinquant’anni: i primi flussi migratori risalgono agli anni Settanta, quando il nostro Paese veniva ancora considerato principalmente come un punto di partenza dei molti emigrati diretti oltre oceano o in altri Paesi europei.

Secondo il rapporto annuale sulla presenza di migranti stilato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il numero di non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia non registra variazioni di rilievo: un totale di 3.714.934 al 1° gennaio 2018, solo poche centinaia in più rispetto all’anno precedente (+797), 49mila in meno rispetto al 1° gennaio 2013. I migranti si distribuiscono in modo piuttosto equilibrato tra Europa, Africa, Asia, con una relativa prevalenza della componente africana (32%), seguita dal continente asiatico (30%) e una quota pari al 28% coperta dalle cittadinanze dell’Europa non comunitaria.

La pluralità delle provenienze è uno degli elementi che caratterizza l’esperienza italiana nel panorama internazionale: nessuna delle numerose comunità presenti sul territorio assume la netta prevalenza sulle altre, ma contemporaneamente le prime quindici nazionalità – Marocco (11,9%), Albania (11,6%) e Cina (8,3%) in testa – incidono in maniera significativa sul totale, coprendo complessivamente più del 75% delle presenze non comunitarie.

I cittadini di origine cinese, sempre al 1° gennaio 2018, risultano essere 309.110, con una comunità che si conferma appunto al terzo posto per numero di presenze: benché il Nord Italia ne accolga il 56,6%, in Toscana si registra un insediamento rilevante, con un’incidenza del 18,7% e una concentrazione nelle province di Firenze e Prato. Si tratta della comunità con il più basso tasso di disoccupazione:4,5% (a fronte del 14,9%), che segue solo alla comunità filippina per il più alto tasso di occupazione (72,7%). La comunità si colloca inoltre al secondo posto per numero di titolari di imprese individuali in Italia (52.075 con un tasso di crescita del +2,6%), nonché prima per numero di imprenditrici: 24.175, che rappresentano il 30% circa dei titolari non comunitari di genere femminile.

È una comunità con una storia di migrazione piuttosto recente, risalente alla metà degli anni Novanta, che in una città come Milano ha una sua Chinatown ed è riuscita a inserirsi nel tessuto sociale ed economico offrendo validissime soluzioni in aree – oltre alla ristorazione – fino a prima sguarnite o eccessivamente care: assistenza e riparazione di computer e telefoni cellulari; parrucchieri; estetiste; servizi per gli immigrati; agenzie viaggi.

La situazione pratese è diversa per via del peculiare contesto: come descritto in uno studio condotto nel 2015dall’istituto di ricerca IRIS, negli ultimi quindici anni il settore del tessile, colonna portante dell’economia di Prato, ha conosciuto un crollo drammatico: tra il 2000 e il 2013, si è dimezzato il numero delle imprese a conduzione italiana, degli addetti al settore e dell’export; nello stesso periodo, il settore manifatturiero è calato del 19%. Dopo i flussi migratori a medio raggio degli anni Sessanta, provenienti dalle campagne e dai piccoli paesi della Toscana, e quelli dal meridione d’Italia degli anni Settanta – che hanno seguito bene o male il boom dell’industria tessile – nel corso degli anni Novanta l’immigrazione ha visto imporsi come assolutamente predominante l’etnia cinese, immigrazione che è andata, in modo apparentemente paradossale, accelerando negli anni (post-2001, quando la Repubblica maoista entrò nel WTO) delle forti difficoltà dell’economia tessile pratese.

Secondo il rapporto dell’Unione Industriale Pratese, i nuovi residenti cinesi hanno creato un ampio network di «piccole e piccolissime imprese nel settore della maglieria e della confezione pronto moda con una vita media estremamente ridotta che hanno assunto loro connazionali» e hanno avviato anche «l’acquisizione di imprese terziste rispetto alla propria attività di confezione e in generale di fornitura o servizio alle loro imprese». La crescita esponenziale dell’industria tessile (e dei settori correlati) cinese a Prato, insieme all’aumento costante della popolazione di origine cinese residente nel comune toscano – 1.525 nel 1995; 16.307 nel 2015 e 20.695nel 2018, a fronte di oltre 193mila residenti totali – ha portato alla nascita di una «sorta di distretto parallelo» nelle zone industriali della città.

Mentre le imprese a conduzione italiana sono diminuite del 7,7% tra il 2008 e il 2014, nello stesso periodo le imprese straniere sono cresciute del 31,9%; di queste il 70% ha un titolare cinese. Lo stereotipo dell’immigrato che ruba il lavoro all’italiano non regge più di tanto, poiché secondo i dati dell’istituto di ricerca IRIS – Strumenti e Risorse per lo Sviluppo Locale, tra ottobre 2010 e giugno 2015 le aziende cinesi della provincia di Prato hanno assunto 355 lavoratori italiani su un totale di 1.888 avviamenti.

A livello macro potrebbe sembrare una storia a lieto fine, scendendo però ad esaminarla nei più piccoli particolari mostra un preoccupante rovescio della medaglia, nonché una grossa analogia con la parabola del Midwest industriale americano. Qui, man mano che la Cina cresceva rapidamente e s’affermava come potenza d’esportazione, aumentavano disoccupazione e disperazione: la rabbia dei cittadini, derivante da decenni di liberalizzazione del commercio, ha giocato così un ruolo chiave nella vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2016. L’Italia si è dimostrata particolarmente vulnerabile alla concorrenza cinese, tanto che molti dei suoi mestieri artigianali – tessuti, pelletteria, calzaturifici – sono stati a lungo dominati da piccole operazioni a conduzione familiare, prive delle dimensioni per competere con le fabbriche in una nazione di 1,4 miliardi di persone.

Quattro regioni italiane (Toscana, Umbria, Marche ed Emilia-Romagna) che erano state roccaforti del Partito Comunista negli anni Ottanta, e quindi sostenevano in modo affidabile i candidati del centrosinistra, negli ultimi anni hanno quindi iniziato a oscillare bruscamente verso l’estrema destracome spiegato in un’inchiesta dello scorso dicembre del New York Times.

Già nel XII secolo si producevano tessuti a Prato, sfruttando la disponibilità di acqua attraverso canali eretti dai romani. Il boom moderno arrivò dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando le persone si riversarono in città per lavorare nei mulini. Negli anni Ottanta venivano prodotti tessuti per Armani, Versace, Dolce & Gabbana, in imprese piccole e specializzate che consentivano una rapida rotazione per soddisfare i mutevoli gusti della moda. Gli imprenditori locali guardavano le loro creazioni sfilare sulle passerelle di Parigi e Milano, e si sentivano indomiti: «pensavamo di essere i migliori al mondo», afferma Edoardo Nesi, che ha trascorso le giornate a gestire la fabbrica tessile fondata da suo nonno e le notti a scrivere romanzi, di cui uno – Storia della mia gente, sul declino della sua impresa nella Prato invasa dai cinesi – ha vinto il Premio Strega nel 2011. «Tutti stavano facendo soldi», con il Partito Comunista che intanto controllava la città e usava il suo potere per completare opere pubbliche: un museo di arte contemporanea, una biblioteca all’interno di un mulino abbandonato, un museo tessile. Il padre di Nesi consegnò al figlio un accordo redditizio, nonché la formula per un successo duraturo: inviava lana ai produttori di soprabiti nell’allora Germania Occidentale, e questi saldavano immancabilmente il debito dieci giorni dopo. «Abbiamo vissuto in un posto dove tutto era andato bene per quarant’anni», racconta Nesi, «nessuno aveva paura del futuro».

Peccato che negli anni Novanta i tedeschi presero ad acquistare tessuti più economici in Bulgaria e Romania, per poi volgere lo sguardo in Cina, risentendo della pressione al risparmio per poter competere con i nuovi colossi del retail – Zara e H&M in primis – che a loro volta s’appoggiavano a fabbriche a basso costo in Asia.

Le industrie cinesi stavano acquistando le stesse macchine di fabbricazione tedesca utilizzate dai mulini di Prato e assumendo consulenti italiani per attingere al loro sapere, col risultato che – dal 2001 al 2011 – le 6mila aziende tessili di Prato sono diventate 3mila, mentre le persone impiegatenel settore, secondo Confindustria, sono scese a 19mila da 40mila.

Nesi e tanti altri come lui si sono trovati costretti a vendere l’azienda di famiglia, e, mentre ciò accadeva, dalla Cina arrivavano sempre più immigrati pronti a sfruttare l’opportunità: hanno rilevato officine fallite e costruito nuove fabbriche; importato tessuti dall’Asia; imitato lo stile dei marchi di moda italiani apponendo un’etichetta preziosa alle loro creazioni, Made in Italy.

«Non credo sia giusto vengano a portar via il lavoro agli italiani», sostiene Roberta Travaglini, 61 anni, ex sostenitrice incrollabile della sinistra italiana ed ex impiegata in un’industria tessile pratese intervistata dal New York Times, che alle scorse elezioni ha espresso il suo voto per la Lega di Matteo Salvini. Ai suoi occhi, Salvini parla a persone come lei e offre una spiegazione coerente di ciò che è accaduto alle proprie vite: forze globali oscure e immigrati moralmente reprobi hanno rubato il loro diritto di nascita italiano – ossia la promessa di un’esistenza confortevole e priva di preoccupazioni. Artigiani e operai laboriosi avevano salvato l’Italia dal disastro della Seconda Guerra Mondiale, costruendo una nazione prospera, prima che elementi malvagi saccheggiassero tale generosità.

«Siamo nelle mani delle élite mondiali che vogliono renderci sempre più poveri», continua Travaglini, «quando ero giovane, il Partito comunista proteggeva i lavoratori e la nostra classe sociale. Ora è la Lega a farlo». L’ascesa della Lega in Italia, ora esiliata dal governo ma già sul piede di guerra in vista delle prossime elezioni, è in generale spiegata dalla rabbia pubblica sull’immigrazione. Vallo a spiegare alla gente, però, che la faccenda è assai più complicata e che le basi del cambiamento sono state poste decenni fa, quando città tessili come Prato si sono trovate sconvolte da forze economiche globali, in particolare dalla concorrenza di una Cina in rapida evoluzione.

«Tante famiglie italiane stanno lottando», aggiunge Federica Castricini, una madre di quarant’anni che lavora in un calzaturificio nelle Marche e che ha abbandonato la sinistra per la Lega: «la sinistra non riconosce i problemi delle famiglie italiane in questo momento».

«La sinistra è sempre stata in grado di governare durante i momenti espansivi, durante la ricostruzione economica post-conflitto mondiale», spiega Nadia Urbinati, accademica, politologa e giornalista titolare della cattedra di Scienze Politiche alla Columbia University: «quando c’era un’economia espansiva, la sinistra era forte perché offriva posti di lavoro. Ma se non ci sono posti di lavoro, la sinistra non ha un’alternativa al sistema capitalista. La destra invece offre un’efficace risposta emotiva a breve termine,dimostrando di avere la capacità di usare l’apparato statale per imporre la legge e l’ordine».

Il tasso ufficiale di disoccupazione in Italia ha superato il 10% per gran parte dell’ultimo decennio; l’elevato debito pubblico combinato alle norme europee che limitano i deficit hanno impedito al governo di spendere per promuovere la crescita e le banche – soffocate da cattivi prestiti – hanno smesso di erogarli. La popolazione sta invecchiando, l’evasione fiscale dilaga, l’economia è stagnante, i giovani di talento fuggono e i pratesi hanno cominciato a vedere la sinistra italiana come una tribù di deboli tecnocrati, che prescrivono la globalizzazione come magica soluzione per ogni problema.

«In passato, tutti i governi di sinistra dicevano che non c’erano risposte semplici a problemi complessi», conferma Riccardo Cammelli, autore di libri di storia e politica, «ciò che Salvini sta dicendo ora è che esistono risposte semplici a problemi complessi».

E la gente, va da sé, se le fa bastare: nelle Marche, città come Civitanova Marche e Montegranaro, un tempo culle del settore calzaturiero, hanno assistito inermi al crollo delle esportazioni (oltre il 40%) e alla chiusura di quasi tre quarti delle aziende, cosa che ha spinto gli autoctoni ad abbracciare la Lega e la sua linea dura contro gli immigrati. Cinque anni fa, alle elezioni per il Parlamento Europeo, la Lega ha ottenuto solo il 3% dei voti nelle Marche, mentre quest’anno è passata al 38%; il consenso nei confronti del Partito Democratico, invece, è precipitato dal 45% al 22%.

Il multiculturalismo si è trasformato in una sorta di anatema: le diverse fonti intervistate dal New York Times insistono sul fatto che l’Italia è degli italiani – un concetto che non potrà mai essere esteso ai cinesi, nemmeno ai cinesi di origine italiana, istruiti in italiano e di lingua italiana –; sono convinte che le società cinesi non paghino le tasse e violino le leggi sui salariconfondono l’arrivo dei cinesi con la migrazione africana e paragonano entrambe le cose a un’indegnità che hanno tramutato le città in luoghi che non riconoscono più. Sono consapevoli che le fabbriche di proprietà cinese offrono lavoro, ma loro lo rifiutano: «sono tutti cinesi», chiosa Travaglini, «e io non mi sento a mio agio. Saranno pure italianizzati, ma non sono ancora italiani».

La domanda sorge spontanea: lo saranno mai? All’interno della comunità cinese, molti esponenti protestano affermando che i loro contributi all’economia locale sono generalmente respinti in una confusione di accuse razziste e difendendosi dall’insinuazione di essere dei ladri di impieghi: «i cinesi non hanno trovato lavoro», afferma Marco Weng, vent’anni, i cui genitori sono arrivati dalla Cina tre decenni fa, «abbiamo creato posti di lavoro servendoci di magazzini e fabbriche comunque vuote prima che arrivassimo».

Marco Hong, 23 anni, cinese italiano di seconda generazione, sovrintende alla produzione dell’azienda di abbigliamento avviata dai suoi genitori operando con il marchio Distretto 12: acquista tessuti dai mulini di Prato, cucendo abiti venduti in Spagna e in Germania; circa 35 persone lavorano in fabbrica, la metà delle quali italiane. «Chi conosce il settore sa che il lavoro è aumentato da quando sono arrivati i cinesi», puntualizza al New York Times.

Per Alessandro Chiaramonte, professore ordinario in Scienze Politiche presso l’Università di Firenze, intervistato da Linkiesta, esiste un concorso di fattori che hanno portato all’attuale situazione: «la scomparsa dei processi di identificazione sicuramente ha allentato i legami tra gli elettori e il principale partito della sinistra. La crisi economicaha inoltre incrementato la disaffezione nei confronti delle istituzioni e della politica, spostando il consenso verso quei partiti che si sono fatti maggiormente interpreti della sfiducia e del sentimento di protesta e che oggi fanno leva su tematiche di tipo economico e culturale».

Gli fa eco il politologo Marco Tarchi, sempre su Linkiesta: «è la conseguenza della crescita delle preoccupazioni di larghe fasce dell’opinione pubblica per temi che la sinistra ha trascurato o ha affrontato in modi che a questo elettorato non piacciono: l’immigrazione, la sicurezza, le tasse, il sistema pensionistico. La sinistra non fa più la sinistra, è diventata il rifugio dei garantiti, dei ceti medio-alti, degli intellettuali che pensano di stare sempre dalla parte del Bene e del Giusto e impartiscono lezioni di morale al popolaccio rozzo e cattivo».

«Quando le persone non si sentono sicure economicamente, non possono sopportare il fatto che vengano fornite garanzie a chi viene dall’estero», sostiene Mauro Lucentini, membro della Lega che siede nel consiglio di Montegranaro incontrato dal New York Times. È colpa dei cinesi, quindi: ai leghisti d’altronde piacciono le soluzioni rapide e poco cervellotiche. Chiunque s’azzardi ad alzare la mano e far presente che no, la situazione è ben più complessa – c’entra l’ingresso della Cina nel WTO; c’entra l’evoluzione fisiologica delle nuove generazioni di consumatori; c’entra l’ascesa del fast fashion; c’entra la crisi economica; c’entra la scarsa lungimiranza dei governi precedenti (di sinistra, sì, ma pure di destra) che non sono stati in grado di captare in tempo il cambiamento radicale che sarebbe avvenuto e predisporre misure che limitassero le conseguenze negative per gli imprenditori locali; c’entra l’attitudine degli imprenditori locali a badare solo ed esclusivamente al proprio orticello, peccando di miopia e rifiutandosi di cogliere i segnali che avrebbero dovuto metterli sul chi va là ben prima della crisi finanziaria del 2007-2008 – è destinato a venire zittito a suon d’insulti.

L’espediente rudimentale per porre termine ai travagli italiani è dunque uno soltanto: la chiusura di porti e porte sul nostro Paese per prevenire «l’invasione», costi quel che costi. Vallo a dire, a Matteo Salvini, che i suoi sostenitori, come raccontato dal New York Times, si recano comunque negli outlet gestiti dai cinesi a fare compere perché «hanno roba carina e non troppo cara»: forse ci stanno aiutando loro a casa nostra?

Da businessinsider Italia