Dalla guerra alle Ong alla demonizzazione degli «scafisti», da anni le politiche sulle migrazioni sfociano in un approccio penalistico e repressivo. Salvini è solo la forma estrema di questa tendenza

Di Federico Alagna

Il dibattito sulle migrazioni di questi ultimi anni è stato caratterizzato dalla frequente giustificazione di politiche, operazioni e programmi alla luce della necessità di fornire una risposta efficace contro il traffico di migranti. Quante decisioni, anche le più discutibili, sono state legittimate da un’ipotetica lotta senza quartiere ai trafficanti, definiti nei modi più vari?

È un trend che si può facilmente rintracciare nel discorso politico che ha accompagnato, tra gli altri, il codice di condotta per le Ong, i decreti sicurezza e, più in generale, l’approccio al tema nel suo insieme, non solo in Italia ma anche in Europa. Dai post di Salvinialle recenti esternazioni di Minniti in occasione del rinnovo del Memorandum Italia-Libia, dalla Dichiarazione di Malta adottata dal Consiglio Europeo nel 2017 al mandato dell’Operazione Sophiaa tanto altro ancora.

Andando oltre le dichiarazioni di facciata, però, la situazione della lotta al traffico appare estremamente complessa e contraddittoria.  

Da un lato non c’è dubbio che il traffico di migranti possa essere, in molti casi, un fenomeno criminale estremamente violento, pericoloso e lesivo della dignità umana. Cronache vicine e lontane, dalla Libia al Darién, sono piene di testimonianze in questo senso, al pari di indagini, report e atti giudiziari di varia natura. Nulla da eccepire, quindi, sull’impegno profuso da chicchessia per contrastarlo.

Dall’altro, però, si fatica ancora a trovare una qualsiasi connessione chiara ed empiricamente dimostrata tra politiche pubblicamente sbandierate come anti-trafficanti e una effettiva lotta al traffico stesso. Anzi, queste stesse politiche – quelle che hanno retto l’approccio alle migrazioni negli ultimi anni: accordi con la Libia, porti chiusi, militarizzazione delle frontiere – approvate in continuità da governi di diverso colore, spesso appaiono controproducenti. La letteratura è piena di studi che dimostrano gli effetti indesiderati di politiche restrittive dell’immigrazione e di militarizzazione dei confini: più le frontiere sono chiuse, più aumentano la migrazione irregolare e il traffico, più si inaspriscono le condizioni di pericolo a cui sono sottoposti i migranti vittime di traffico o tratta. 

Ma, andando ancora oltre, la situazione si rivela quasi paradossale. Accanto alla semplice narrazione sganciata dalla realtà e potenzialmente controproducente – chiudiamo i porti così debelliamo il traffico di migranti, tanto per dirne una – accade che vengano presi in prestito e stravolti interi pezzi del sistema di contrasto al traffico di esseri umani per fare tutt’altro, ovvero gestire l’immigrazione non desiderata (dai governi, si intende). Dire «non vogliamo migranti» è da destra hardcore. Sostenere invece che dobbiamo gestire i flussi in maniera ordinata, colpendo i trafficanti di esseri umani, appare più accettabile per la destra liberale, per la socialdemocrazia e per l’opinione pubblica in generale. Narrazioni diverse per politiche estremamente simili, dove la lotta ai trafficanti diventa la giustificazione eticamente più sostenibile.

Questo, nei fatti, è quel che sta accadendo in Europa da diversi anni. E così, quell’apparato di strumenti, concepito nel corso degli anni Novanta, finalizzato a debellare le grandi reti internazionali del traffico di esseri umani (condensato, seppur con diverse contraddizioni e passi indietro, nel Protocollo alla Convenzione Onu di Palermo del 2000), viene snaturato nell’approccio dell’Unione europea e dei suoi stati membri, Italia in primis. Nella maggior parte dei casi si colpisce chiunque favorisca l’ingresso irregolare di un migrante, indipendentemente dalle ragioni di tale gesto – legato alla ricerca di un profitto o di natura umanitaria – o dall’essere parte o meno di un’organizzazione effettivamente dedita al traffico (si vedano, tra gli studi sulla questione, le conclusioni dell’ultimo report sull’assetto delle politiche europee anti-traffico preparato da un pool di esperti per il parlamento europeo). 

Alla luce della normativa e della narrazione imperante, oggi «trafficanti» possono essere i componenti di organizzazioni criminali che gestiscono i centri disumani in Libia così come i passeur che lavora(va)no nell’area di Agadez, fino ad arrivare alle Ong o ai contadini francesi che vivono a lato del confine, poco importa se a muoverli sia il puro spirito umanitario. Tutti nello stesso calderone.  

E tutto ciò trova linfa vitale in un’altra narrazione, sostanzialmente falsa, che domina il dibattito sulle migrazioni. Ovverosia la demonizzazione, su un piano etico, e la criminalizzazione, su un piano giuridico, di coloro i quali oggi conducono le varie imbarcazioni dalle coste del Nord Africa al Mediterraneo centrale o in Europa. I cosiddetti «scafisti» sono generalmente percepiti come criminali senza scrupoli, anche se in realtà manca spesso qualsiasi evidenza di questo tipo. Al contrario, è oramai prassi riconosciuta da numerosi studi e da sentenze di tribunali italiani che a condurre le imbarcazioni siano spesso alcuni dei migranti, sotto minacce dirette o indirette o in cambio di una riduzione del costo della traversata o, più semplicemente, perché così gli viene detto al momento dell’imbarco e non c’è alternativa. Tutto questo mentre i veri trafficanti restano indisturbati a gestire i loro affari dalla Libia, e ancora più a sud. I «presunti scafisti», come vengono definiti in un report di Oxfam Italia, Borderline Sicilia Onlus e Tavola Valdese nell’ambito del progetto #Openeurope, sono quelli che spesso pagano il prezzo di questo approccio. Migranti trattati come trafficanti, ovvero il cortocircuito del sistema. Ma che fa comodo, perché in un mondo dominato dalle immagini, ci serve anche l’immagine di qualche cattivo a portata di mano per alimentare il fuoco (o il fumo) della lotta al traffico di migranti. 

La soluzione a tutto questo consiste nel ripensare integralmente questo sistema e ricostruirlo attorno a dei capisaldi. 

In primo luogo, su un piano sostanziale, occorre avere piena contezza della complessità del mondo delle migrazioni irregolari e del traffico di migranti, della differenza tra i due fenomeni, dell’esistenza di un principio di domanda e offerta nelle migrazioni (e così, quanto più le frontiere sono chiuse, tanto più si possono sviluppare fenomeni di migrazione irregolare), dell’enorme varietà di individui potenzialmente coinvolti, dai grandi trafficanti ai passeur, dai «presunti scafisti» a coloro i quali si trovano a violare la disciplina in materia di immigrazione per ragioni umanitarie. Bisogna dunque riportare la normativa di contrasto al traffico di migranti in linea con alcuni degli spunti del Protocollo alla Convenzione di Palermo del 2000 – che andrebbe comunque migliorato in tanto altro – finalizzato proprio a colpire il grande traffico internazionale, e non i movimenti migratori irregolari.

In secondo luogo, sul piano del discorso politico, è necessario ristabilire l’ordine e la  logica degli argomenti. Finendola di ricoprire di spirito umanitario interventi di contenimento dei flussi migratori e di mascherare da interventi anti-traffico pure e semplici repressioni della migrazione irregolare. Le migrazioni vanno affrontate con uno sguardo d’insieme, pluridisciplinare, transregionale e con il coinvolgimento di una folta platea di attori. Un approccio penalistico-repressivo alle migrazioni, oltre a fare un uso improprio di strumenti pensati per altro, è dannoso e lesivo dei diritti e della dignità delle persone coinvolte.  

Fino a quando questo non accadrà, la lotta al traffico di migranti resterà essenzialmente ferma al palo. In compenso, la retorica dominante potrà continuare ad alimentare il falso immaginario che serve a far sentire la nostra società più giusta di quel che in realtà è. 

*Federico Alagna si occupa di ricerca sulle politiche migratorie europee ed è attivo in vari contesti di impegno politico e sociale, in particolare sul fronte del municipalismo e del diritto alla città, in Italia e all’estero. Fa parte del movimento Cambiamo Messina dal Basso ed è stato assessore alla cultura di Messina tra il 2017 e il 2018.

Da Jacobin Italia