Con la presidenza di Donald Trump sono cresciuti i movimenti di estrema destra e suprematisti bianchi. Ma gli Stati uniti sono anche un laboratorio di pratiche di resistenza attiva. Intervista al fondatore del movimento One People’s Project 

Seppur non ne sia il solo motore propulsore, l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha senz’altro amplificato la visibilità di movimenti e culture politiche legate alla destra estrema non solo negli Stati uniti ma in tutto il globo. In questi ultimi anni abbiamo assistito a un proliferare costante di discorsi e movimenti che si legano a vario titolo all’eredità di fascismo, nazismo e suprematismo bianco. E il problema non è solo la crescita di questi movimenti ma la visibilità che hanno guadagnato, così come la generale banalizzazione che circonda discorsi che incitano all’odio e a pratiche escludenti e discriminanti. 

In un tale contesto, gli Stati uniti rappresentano senza dubbio un esempio importante per modalità e diffusione dei discorsi di estrema destra, ma anche di resistenza antifascista capace di frenare l’avanzata di narrazioni e pratiche violente. Un aspetto di tale resistenza riguarda l’attenzione al modo in cui i media (giornali, net e tv) parlano del fenomeno. La Harvard Covering Hate Conference tenutasi presso la Harvard Kennedy School nel giugno 2019 è stata un momento di confronto tra un numero rilevante di giornalisti e reporter e ricercatori e attivisti su questo tema. È in questo contesto che ho avuto la fortuna di conoscere Daryle Lamont Jenkins, fondatore e responsabile del movimento One People’s Project, attivo da quasi vent’anni nel monitoraggio di persone e gruppi neofascisti e suprematisti bianchi negli Stati uniti. Ci siamo dati appuntamento con Daryle a New York in un pomeriggio di sole in cui abbiamo potuto confrontarci sulle pratiche e modalità utilizzate per aumentare la consapevolezza e l’azione antifascista nei nostri rispettivi paesi. Mentre parlavamo, ho subito pensato che non avrei potuto tenere solo per me quel confronto, lo abbiamo dunque dal principio immaginato come una conversazione per illustrare il pensiero e l’azione di One People’s Project in Italia.

In un confronto che attraversa secoli, miglia e oceani, si è aperta una riflessione che, passando dai vari modi in cui è inteso l’antifascismo e le sue pratiche, ci sprona a riflettere sulla necessità di rilanciare la solidarietà antifascista internazionale, a dare valore alle conseguenze concrete delle azioni politiche sulle nostre vite e a prendere atto che la storia passa da qui e la fa ogni singola persona.  

Daryle, ci spieghi quando e come è nato One People’s Project?

Da più di trent’anni monitoro le iniziative di movimenti fascisti. Sin da quando ero ragazzino e perfino quando sono stato reclutato nell’Air Force – dove facevo il poliziotto.           

In quel periodo mi è capitato di vedere un episodio dello Show di Oprah Winfrey [nota conduttrice televisiva e attrice statunitense che per venticinque anni ha condotto questo talk show in onda su Abc dal 1986 al 2011, Ndr] in cui c’erano dei fascisti, e lei li faceva uscire dallo show. Pensai che avrei dovuto cominciare a fare attenzione a questi soggetti. Mentre il tempo passava ho iniziato a notare che la retorica che sentivo provenire da quella che si supponeva essere una frangia marginale, aveva cominciato a emergere nei discorsi di Rush Limbaugh e Bob Grant [entrambi conduttori radiofonici di posizioni conservatrici, Ndr] e anche nel New York Post. Così ho pensato che fosse necessario iniziare a monitorarli. Una delle cose che Bob Grant era solito fare, come conduttore del talk show radiofonico, era permettere ai neo-nazisti di lasciare i loro contatti sulle sue frequenze, che sono frequenze mainstream qui a New York City. Se qualcuno voleva contattare la National Alliance [organizzazione politica dall’ideologia suprematista bianca e neo-nazista fondata nel 1974 in Virginia e ancora attiva, Ndr], Bob Grant ti permetteva di lasciare il contatto sulle sue frequenze. Così ho cominciato a preoccuparmi: lui era la stessa persona che considerava Martin Luther King pigro e spregevole. Ho iniziato a raccogliere molte informazioni per conto mio sia riguardo gli «hate group» sia riguardo i gruppi considerati più mainstream per capire quali connessioni ci fossero tra le due fazioni che non sempre erano distinte. 

Nel 2000 c’è stata una manifestazione di suprematisti bianchi in Morristown, New Jersey. Molte persone volevano capire come contrastarli e vennero da me perché già li stavo monitorando, ed è venuta fuori l’idea di organizzare una grossa manifestazione che chiamammo «One People’s Rally»: i fascisti stavano manifestando, ma volevamo essere sicuri che sapessero che questa era in realtà la nostra manifestazione, che anche se in opposizione a loro eravamo ancora noi nelle strade. Quelle erano le nostre strade e questa è la nostra società, il nostro stato. E così scendemmo in strada insieme per farglielo sapere. Era il 4 Luglio del 2000. In quell’occasione diffondemmo anche informazioni sulle persone che avremmo fronteggiato quel giorno. Sui neo-nazisti che sarebbero stati presenti. Dopodiché decidemmo di unirci in un’organizzazione nazionale dando vita a «One People’s Project». 

Esistiamo da 19 anni, l’anno prossimo sarà il nostro ventesimo compleanno. In questo arco temporale siamo riusciti a far chiudere un certo numero di hate’s groups e alcuni gruppi neo-fascisti. Siamo riusciti a far sì che alcuni militanti fascisti fossero licenziati dal loro posto di lavoro, grazie a quello che ora viene chiamato doxing – e che prima chiamavamo reporting. Crediamo che la società sia costretta a fare i conti con loro quando prende coscienza di chi sono e del motivo per cui li combattiamo.

Puoi raccontarci le vostre pratiche?

La missione di One People’s Project è fare ricerca, monitorare e denunciare individui e gruppi di estrema destra – in particolare la destra razzista – con l’obiettivo di incoraggiare la comunità a essere pro-attiva contro di loro, diminuendo così la loro capacità d’azione. 

Pubblicate anche foto con i loro nomi?

Sì, pubblichiamo foto con i loro nomi, i loro indirizzi e tutte le informazioni che è possibile reperire sul loro conto. Nel 2001 abbiamo scoperto che degli attivisti anti-abortisti, i pro-life, pubblicavano le informazioni personali dei medici che praticavano l’interruzione di gravidanza e che qualcuno di loro era stato assassinato nella propria casa. Ci venne in mente Bernard Slepian, medico abortista [assassinato nel 1998, Ndr]. Il punto è che quando i medici abortisti denunciarono tali pratiche portando in tribunale i pro-life, quest’ultimi vinsero il processo. La corte dichiarò che pubblicare i nomi dei medici abortisti faceva parte del diritto di «libertà di parola». Da quel momento ci siamo resi conto che se avessimo fatto la stessa cosa con loro (i pro-life, i suprematisti bianchi, ecc.) – pubblicando i loro nomi e dati personali – a livello legale sarebbe stato considerato un nostro diritto. 

Non gli è piaciuto: non gli è piaciuto per niente!… Uno di loro ha dovuto traslocare da Germantown, Md, fino a Colorado Springs: 4.000 miglia di distanza. È così che dobbiamo comportarci con loro… non c’è posto per quei soggetti in nessun luogo. Loro non ce ne lasciano.

Perché avete scelto questo nome?

Abbiamo scelto One People’s Project per mostrare chi siamo: non solo neri, non solo bianchi, o ispanici, o indiani. Veniamo tutti da percorsi di vita differenti, con diverse idee, principi, posizioni, e tutti ci riuniamo come One People. Questo è il nostro progetto, questa è la nostra missione.  

Ho visto che sul vostro sito si trova la frase «Hate has consequences» [le conseguenze dell’odio] in cima alla pagina. Puoi spiegarne il significato e perché l’avete scelto come slogan?

«Hate has consequences» è il nostro slogan, lo ha inventato il nostro amico Roy di Boston. Volevamo qualcosa che non fosse solo declinato in negativo – di solito si sentono slogan come «nessuno spazio per l’odio», «l’Odio non ha casa qui», «l’odio è una stronzata», ecc… ma la nostra intenzione non è essere passivi. Io credo che spesso i fascisti non percepiscano che un’opposizione effettiva e reale esiste, e che chiunque potrebbe opporsi a loro quando fanno qualcosa pubblicamente. Questo è il messaggio da fargli arrivare: «Abbiamo dei piani per voi, e nessuno di questi sarà piacevole. L’odio ha delle conseguenze e se tu stai dalla parte dell’intolleranza che il fascismo porta con sé, ne soffrirai le conseguenze prima che tu faccia male a qualcuno. Quindi, è meglio per te che ti tiri fuori da lì finché puoi».

In Italia l’antifascismo ha una lunga tradizione, fa riferimento a un periodo storico, a una parola scritta nella Costituzione, ma anche a una storia di lotta, di resistenza e a una pratica culturale. Ha insomma molteplici significati. Mi chiedo cosa l’antifascismo significhi per te, in quando uomo nero nato negli Usa. 

Antifascismo significa che tu sopravvivrai, che io sopravvivrò, che la nostra società sopravvivrà. Essere antifascista significa che tu lotterai per quello in cui credi e per cui lavori. Significa che lotterai per quello che è necessario. Lotterai per quello che sei. Abbiamo costruito e ottenuto tante cose in questa società e non cederemo solo perché alcune persone hanno dei problemi con noi. Ricordo di aver sentito una persona dire che il nazionalismo è provare orgoglio per cose di merda che non hai fatto tu e contemporaneamente odiare persone che non hai mai incontrato. Il fascismo ne è un’estensione poiché forza il nazionalismo su di te, stabilendo se tu possa o meno far parte della nazione. Se non aderisci a questo rigido nazionalismo sei tagliato fuori. Non è tollerabile e non dovrebbe essere tollerato. Essere antifascista significa opporsi a tutto questo. Significa dire di no, perché abbiamo altri piani. E se tu finisci in mezzo ai nostri piani, i tuoi saranno sradicati.

Quanto conta in tutto questo la tua storia personale? Voglio dire, nel contesto statunitense la questione razziale assume una grande rilevanza, qui il fascismo prende la forma del suprematismo bianco, e il colore della pelle diventa centrale… penso a movimenti come i black lives matter. Qual è il rapporto fra questi due aspetti così importanti?

Be’, io sono un uomo nero. Sono un uomo nero e sono cresciuto negli Stati uniti. Per questo ci sono molte cose che ho visto e contro le quali ho bisogno di lottare. È ciò che mi guida e mi da una direzione. 

Una delle prime iniziative a cui ho partecipato fu un’azione presso il tribunale di Brooklyn nel 1989, durante quello che venne chiamato il processo di Bensonhurst. Bensonhurst era una comunità di Brooklyn (New York) dove trent’anni fa, ad agosto, un ragazzo nero di sedici anni di nome Yusuf Hawkins fu ucciso da un’aggressione bianca. Lui e i suoi amici erano in giro e cercavano di comprare una macchina, erano venuti a Bensonhurst per cercarla. Un deficiente insieme ad altri stava cercando un uomo nero con cui una donna locale bianca stava uscendo. Quando incrociarono i ragazzi neri decisero di attaccarli. Yusuf fu colpito e ucciso. Varie persone furono arrestate, processate e infine condannate. Ma non tutti quelli che avevano partecipato furono condannati o arrestati. In quei giorni andai a un’azione al tribunale di Brooklyn e incontrai un gruppo di persone: erano gente di sinistra e arrabbiata. Erano lì per dare la propria solidarietà alla famiglia di Yusuf, e per far sapere a quei criminali che lo avevano ammazzato che non avremmo lasciato avvenire azioni così assurde ancora a lungo. All’improvviso la comunità bianca qui a New York sentì che era il momento di fare qualcosa con la comunità nera e non a caso in reazione Rudolph Giuliani divenne sindaco. Ma siamo stati capaci di reagire. 

Ecco il mio attivismo è iniziato così. Questo è il tipo di cose che ho visto. Poi ho frequentato la scena punk ed ero coinvolto in quel mondo, ho suonato in vari gruppi, tra cui i Bouncing Souls, i Vision, un gruppo ska chiamato Inspecter 7, ecc. All’epoca ero nella mia città natale in New Brunswick, New Jersey. Partecipai anche a due spettacoli pubblici, Channel X e The Life We Lead, che trattavano di musica underground e di cultura giovanile. Tutto questo ha influito sul mio approccio. 

Le persone nere hanno dovuto combattere contro il fascismo sempre, sin dal principio. Per questo sono sempre state antifasciste. I più grandi nemici delle persone nere sono sempre stati i fascisti. Ciò non significa che non esistano nazionalisti neri con implicazioni fasciste. Ad esempio, Marcus Garvey (1887-1940) diceva di essere un «racial fascist», però ha vissuto in un’epoca in cui si poteva ancora in qualche modo affermare di essere fascisti, lui era un nazionalista e il nazionalismo per lui era una direzione in cui andare [nazionalismo qui inteso in ottica anticoloniale, Ndr]. Se però qualcuno si autodefinisce «racial fascist» oggi, in quest’epoca, davanti a me, probabilmente finisce a terra trenta secondi dopo. Perché nel mondo di oggi non ti puoi più sbagliare. Se qualcuno è fascista implica che qualcun altro si farà male, che qualcuno proverà dolore, poiché il fascista considera alcune persone non parte della sua nazione. E le persone nere hanno già dovuto sopportare questo peso per quattrocento anni in questo paese. Non possiamo lasciare che diventino cinquecento. Non saranno cinquecento. Negli scorsi quattrocento anni abbiamo sempre combattuto quello che oggi chiamiamo fascismo. Siamo sempre stati antifascisti. Martin Luther King era antifascista. Malcom X era antifascista. Harriet Tubman era antifascista. Lo erano tutti.

Hai ricordato come le persone nere abbiamo lottato contro il fascismo per quattrocento anni. Negli anni Trenta in Spagna persone da tutta Europa accorsero per combattere insieme contro il fascismo. Nel periodo storico in cui stiamo vivendo, dove vediamo raduni di fascisti da vari paesi, cosa pensi della solidarietà internazionale tra antifascisti?

I fascisti stanno facendo conferenze in giro per il mondo e si uniscono gli uni con gli altri per costruire una strategia. Noi dobbiamo costruire una coalizione di antifascisti per cacciarli indietro. C’era un gruppo tempo fa chiamato azione anti-razzista. E uno dei loro slogan era «ovunque loro vanno, noi saremo». Se ci sono fascisti in California, dobbiamo andare in California, se i fascisti si organizzano in Colorado, dobbiamo andare in Colorado. Se sono in Ohio, dobbiamo andare in Ohio. Se ci sono fascisti a Milano o a Roma, dobbiamo essere a Roma, a Milano, a Bologna. O a Parigi, o a Londra. Dobbiamo essere lì. Dobbiamo essere dove c’è il problema, perché è così che si lotta. E, se non l’abbiamo ancora fatto, dobbiamo farlo ora.

Maddalena Gretel Cammelli, antropologa docente a contratto presso l’Università di Bologna è autrice di  Fascisti del Terzo Millennio, Per un’antropologia di CasaPound, OmbreCorte 2015Daryle Lamont Jenkins, fondatore e responsabile del movimento One People’s Project.