Come regalino per il 50° della Strage di Stato, il 12 dicembre è stata depositata la sentenza che il giudice monocratico Marco Vommaro ha emesso il 18 ottobre contro il nostro compagno Flavio Guidi, reo, a suo avviso, di aver diffamato il padrone della Motive di Castenedolo, sig. Giorgio Bosio. I nostri lettori già conoscono i fatti, che riassumiamo per coloro che leggessero per la prima volta il nostro blog. Nel febbraio 2016 alla Motive di Castenedolo entrano in sciopero 22 lavoratori. Assunti come “pulitori e affini” dalla Cooperativa Uniqa, vengono addetti alla costruzione dei motori elettrici. Chiedono quindi che venga loro riconosciuta anche di diritto quella che è la situazione di fatto: venire assunti con contratto di lavoratori metalmeccanici. La risposta negativa di Bosio porta alla decisione di sciopero totale, appoggiati dal SiCOBAS e dalle organizzazioni che solidarizzano con la loro lotta (in particolare Sinistra Anticapitalista e il Mag 47). Il Giornale di Brescia pubblica un articolo nei primi giorni della lotta in cui riporta abbastanza fedelmente i fatti. Questo fatto fa imbestialire mr. Bosio che, il 12 febbraio, attacca pesantemente sulla pagina Facebook del GdB la giornalista. In questi attacchi definisce i sindacalisti del SiCOBAS “pregiudicati” e “criminali”, arrivando ad insinuare che la loro logica sarebbe quella di “rovinare le aziende” per potersi appropriare “del 10% dell’indennità di disoccupazione”. Queste calunnie vere e proprie non hanno portato il sig. Bosio sul banco degli imputati. Ci è invece finito un nostro compagno, presente ai picchetti, per aver osato scrivere in vari articoli usciti su BA in quei giorni che Bosio era un “negriero”, uno sfruttatore, ecc. Siamo quindi al ribaltamento totale dei ruoli: chi insulta, calunnia, diffama (oltre che sfruttare) la passa liscia; chi denuncia queste pratiche viene condannato. La soddisfazione di Bosio (espressa il giorno stesso della sentenza, il 18 ottobre, sulla sua pagina Facebook) per la condanna di “un anticapitalista estremista” è ovviamente giustificata, anche se il giudice non ha accettato né le richieste del PM (3 mesi di carcere) né quelle dell’avvocato del sig. Bosio (10 mila euro da devolvere agli industriali bresciani, poveretti!), limitandosi a 200 euro di multa e 1.000 euro da devolvere al povero sig. Bosio (oltre a 1440 euro di spese processuali). La sentenza infatti lo riconosce come “vittima” di diffamazione (anche se parla della condanna comminatagli dal tribunale del lavoro appunto per aver violato i diritti dei lavoratori, condanna confermata in appello ma non ancora divenuta definitiva), nonostante gli insulti e le calunnie pubblicate da un sito che conta, purtroppo, molti più lettori della nostra povera Brescia Anticapitalista. Questi insulti, nella sentenza (lunga 11 pagine!), vengono derubricati a “pesanti accuse” non meglio specificate nei confronti del SiCOBAS. Inoltre, con un ribaltamento temporale, si evita di esplicitare che gli insulti di Bosio sono pubblicati PRIMA (ben 3 giorni prima, il 12 febbraio!) del primo articolo “incriminato” di Guidi, datato 15 febbraio. Già, perché, secondo il giudice, Bosio “aveva deciso di commentare l’articolo offrendo la propria opinione sullo sciopero” (sottolineatura nostra), mentre Guidi, coi suoi articoli in cui dava del negriero e dell’arrogante padroncino, è reo confesso: “in ciascun articolo il Bosio è stato apostrofato con termini univocamente idonei a ledere la sua reputazione di imprenditore, giacché concernenti la propria posizione di datore di lavoro, rappresentata alla stregua di un ‘padrone’ o ‘schiavista’. Questo modo di descrivere il povero Bosio, vittima innocente di questo comunista mangiabambini, come “un imprenditore aduso allo sfruttamento dei lavoratori“, mentre è ovviamente un noto benefattore che “mantiene”, con un pingue stipendio di ben 900 euro al mese i 22 noti lazzaroni, per di più quasi tutti immigrati (quindi che-ci-rubano-il-posto-di-lavoro-e-pure-le-nostre-donne). Emerge chiaramente da questi brevi passaggi citati, quale sia l’ideologia di fondo che anima la sentenza. La stessa ideologia che accomuna i tanti Bosio sparsi per l’Italia alla grande maggioranza dei “servitori dello stato” (giudici, poliziotti, carabinieri, secondini, ecc.). Quella che noi, vetero-rivoluzionari fuori moda, continuiamo a chiamare “borghese”, per cui dare del “padrone” ad un “imprenditore” è un insulto, mentre dare dei “criminali”, “pregiudicati” ai sindacalisti è normalità (e pure insinuare che sono dei ladri, visto che si papperebbero il 10% dell’indennità di disoccupazione). Il ribaltamento orwelliano, alla 1984, è palese. Al di là della relativa mitezza della condanna, il fatto resta estremamente grave. Ci sembra che sia la prima volta, almeno negli ultimi decenni, che si condanna un compagno per degli articoli su un episodio della lotta di classe. Siamo al delitto d’opinione, checché ne dica il giudice Vommaro. E a senso unico, visto che il sig. Bosio non ha subito la stessa sorte, pur avendo usato (citiamo dalla dichiarazione fatta in tribunale dal compagno Guidi ) la sciabola, contro il fioretto usato da Guidi. E il fatto che non ci sia stata nessuna reazione significativa, né da parte del SiCOBAS, né da parte delle altre realtà di movimento, di fronte a questa aberrazione, la dice lunga sul senso di assuefazione all’ingiustizia a cui siamo giunti.