di Mommy

Non è la prima volta; è già capitato che aziende che non vivano momenti di crisi, per massimizzare i profitti per gli azionisti mettano mano a licenziamenti (per renderlo più tollerabile lo chiamano riduzione del costo del lavoro!).

Nei giorni scorsi, però, l’annuncio del piano industriale (team 23) di Unicredit (una delle banche più importanti a livello nazionale e continentale) ha “turbato” anche qualche intellettuale benpensante della grande borghesia italiana.

Mustier, ceo di Unicredit, ha da Londra comunicato contemporaneamente 8000 esuberi, a livello europeo (6000 solo in Italia) con la chiusura di più di 500 filiali in Italia, e 8 miliardi di dividendi per remunerare gli azionisti.

E’ l’ultimo tassello della nuova Unicredit che Mustier ha ridisegnato smontando la creazione di Profumo che l’aveva voluta banca potente non solo in Italia, ma forte a livello europeo e non un core-business non solo concentrato sulla banca tradizione.

Il CEO francese ha venduto i gioielli di casa Unicredit (la società di gestione del risparmio e la banca online e di finanza, oltre che le partecipazioni in Mediobanca) per far cassa; e per dare maggiore solidità al gruppo si è liberato di pesanti partecipazioni in Polonia e Turchia.

E’ stata una comunicazione talmente contraddittoria che ha spinto anche La Repubblica a titolare   “paga il conto di chi lavora!”

Il profitto, però è bene dirlo ai signori de La Repubblica, vince proprio perché crea un paese diseguale. Non sono le politiche neoliberiste degli ultimi anni ad aver creato la situazione in cui ci troviamo a vivere con le sue enormi contraddizioni (che La Repubblica sintetizza nell’ espressione lavoratori a casa, azionisti in carrozza).

E’ la natura del capitalismo !

Per creare profitto, non possono esistere eque distribuzioni!

Ci sarà sempre un azionista in carrozza che mandare il lavoratore a casa !

E’ il sistema che deve essere cambiato, non solo la sua variante neoliberista !

Nel mondo del credito assistiamo ad un ulteriore riduzione del personale essendo scomparsa nel corso degli ultimi dodici anni 74 mila posti, con la chiusura di centinaia di sportelli e una concentrazione degli istituti di credito, concentrazione che marcia a tappe forzate verso la creazione di pochissimi istituti che a livello nazionale possono tenere il passo dei colossi continentali ( si pensi ad Intesa Sanpaolo che ad oggi ha aggregato/assorbito istituti storici come Cariplo, Sanpaolo; Banco di Napoli, Banca Commerciale e Ambrosiano veneto solo per citarne alcuni),

Questa riduzione di organico e di chiusura filiali ha comportato un depauperamento del territorio con centinaia di comuni di piccole e medie dimensioni privi ormai di sportelli bancari (quasi 600, da una ricerca della Uilca) e un carico di lavoro aumentato a dismisura, con clienti spesso imbufaliti in filiale che arrivano ad aggredire non solo verbalmente i dipendenti !

“Da troppo tempo, non solo in Unicredit, i sindacati firmatari accettano uscite massicce di lavoratori, chiedendo in cambio quantità limitate di nuove assunzioni, aggravando sempre più le condizioni di lavoro e facendo crescere la “voglia di fuga” di chi potrà accedere all’esodo successivo” recita un comunicato della Salica-Cub in merito alla vicenda piano industriale – esuberi.

Occorre a tal proposito sottolineare tre aspetti fondamentali al riguardo:

1) lo smaltimento degli esuberi non prevede alcun ricambio generazionale
2) i settori colpiti sono i presidi operativi e le filiali, e, nel settore operativo, ci sono soprattutto donne che, in barba alla policy aziendale, raramente occupano posizioni apicali
3) le filiali da chiudere sono 450 concentrate al Centro Sud, in territori già critici dal punto di vista occupazionale

La forte contrazione degli organici è stata in passato ben attutita dal sistema grazie all’utilizzo di un fondo, cui contribuiscono le banche e i lavoratori, rimpinguato anche parzialmente dallo stato due anni fa in occasione del salvataggio delle banche venete.

E’ forse sarà questo lo strumento che Unicredit userà anche in questa fase, chiedendo ancora una volta che lo Stato intervenga in considerazione dei grossi numeri in ballo in questa operazione.

I sindacati confederali e quelli di categoria hanno subito fatto muro alle affermazioni del CEO di Unicredit, bollandole come irricevibili.

Purtroppo, la storia ci ha insegnato che, poi, spesso alle parole non seguono i fatti.

Visto che  proprio in questi giorni si sta contrattando il rinnovo del contratto dei bancari, trattativa in una fase di stallo, forse sarebbe stato il caso di dare un segnale forte a Unicredit e a tutta ABI (la CONFINDUSTRIA dei banchieri) con la proclamazione di uno sciopero per chiedere che dopo decenni, anche nella categoria del credito, non possono e non devono essere sempre i lavoratori a pagare il prezzo, sia in tempi di vacche magre (leggi tutte le crisi che ci sono state fin ora) sia in tempi di abbondanza (come ora con Unicredit che distribuisce miliardi di utili)!

Questo segnale era fondamentale in un settore strategico come quello del credito che ha visto scomparire lo stato a favore dei privati, alla luce di nuove probabili crisi (vedi Carige, Popolare di Bari e Montepaschi) e con un trend di esuberi ancora alto nei prossimi anni.

Questo segnale era importante in un settore del credito che è nodale nella vita economica del paese basti pensare quanto le maggiori banche italiane, UniCredit e Intesa Sanpaolo, siano entrate nella gestione delle maggiori crisi e riorganizzazioni industriali di questo paese.

10/12/2019