Ho appena letto su Repubblica della morte del ragazzino 18enne colombiano, Dilan, assassinato dalla polizia, dopo aver letto due giorni fa della ragazza cilena torturata e assassinata dai Carabineros. Da oltre un mese vediamo in TV, sui giornali, sui social immagini di gente (soprattutto giovani) assassinata, torturata, ferita, stuprata, sequestrata, arrestata: dal Cile all’Ecuador, dalla Bolivia alla Colombia, dal Libano all’Irak, dall’Iran ad Hong Kong, ecc. ecc. E sono ancora fresche le immagini di pochi mesi fa dei cadaveri di manifestanti gettati nel Nilo, in Sudan. La nuova ondata di rivolta che infiamma soprattutto l’America Latina e il Medio Oriente spaventa i detentori del potere (economico e politico), è ovvio. Ed è ovvio che coloro che governano (poco importa se eletti “democraticamente” o esponenti di dittature aperte) reagiscano nel solito modo: fucili, pistole, manganelli. In molte immagini si vedono cartelli che implorano gli assassini in divisa di “non sparare sui fratelli”, come se i mercenari, quasi sempre dei bruti privi di umanità, potessero essere convinti dai cartelli, o dalle ragazzine che gli si avvicinano per donar loro un fiore. Il discorso sull’autodifesa di massa (che qualcuno potrebbe schematicamente tradurre nella dicotomia violenza-non violenza) sembra essere poco presente in tutti questi movimenti popolari (con la parziale eccezione della Bolivia che, grazie alle lotte di quasi un secolo dei minatori, sa usare la dinamite, almeno come minaccia). Non intendo qui aprire un dibattito approfondito su questa vexata quaestio. Si sono versati fiumi di inchiostro sulla stampa di sinistra (e non solo) su queste questioni. Rimando, per chi fosse interessato, ad un bellissimo opuscolo scritto nella seconda metà degli anni ’70 da Livio Maitan (“Violenza necessaria, inutile, dannosa”), in cui l’autore polemizza da un lato con i sostenitori ad oltranza della non violenza (per i movimenti di massa!) e del pacifismo imbelle (il bersaglio era soprattutto il PCI) e dall’altro con l’avventurismo militarista e sostitutista dei gruppi armati, in particolare BR e PL. Mi limito ad invitare chi vuole a riflettere sulla Storia (sì, quella con la maiuscola): ogni qual volta il movimento popolare di massa, anche il più grande, rinuncia ad esercitare TUTTE le forme di pressione sull’avversario, limitandosi a quelle “legali” e “pacifiche”, il tutto finisce con una sconfitta, più o meno sanguinosa. Gli esempi, dalla Russia del 1905 al Cile del 1973, sono numerosissimi. E, al contrario, quando si sanno usare anche gli strumenti dettati dall’elementare diritto ad autodifendersi (uniti ovviamente ad un programma sociale e politico capace di indirizzare nella giusta direzione le grandi masse che si mobilitano e a creare divisioni, scompiglio e demoralizzazione nell’avversario e nei suoi cani da guardia) si sono ottenuti spesso dei successi, sia tattici che strategici. So già cosa diranno i critici “pacifisti”, scottati dalle involuzioni, spesso tragiche, delle società nate da questi successi. Mi rendo perfettamente conto che non tutti i mezzi sono coerenti con il fine. Che l’autodifesa non può sconfinare in una reazione violenta generalizzata e, ahimè, talvolta indiscriminata. E che, soprattutto, non può e non deve istituzionalizzarsi in nuovi corpi repressivi una volta abbattuto l’ostacolo, pena il ribaltamento a medio termine degli stessi fondamenti ideali, politici e sociali per i quali ci si era battuti. E so benissimo, per dirla con il poeta, “com’è difficile vedere l’alba dentro l’imbrunire”. Ciò nonostante resto convinto che “porgere l’altra guancia” o limitarsi ad un’autodifesa passiva e imbelle può solo portare a molto più sangue versato. E quel che è peggio, solo del nostro.

BD