Ammetto di essere un po’ prevenuto: non ho mai amato Il Manifesto, e non l’ho mai comprato, almeno da quando ho cominciato ad avere qualche soldo in tasca per permettermi di acquistare un quotidiano (intorno al 1974, se non vado errato). Preferivo Il Quotidiano dei Lavoratori e, a volte, Lotta Continua. Mi è capitato, per lavoro, di consultarne, tre anni fa, le annate iniziali (dal ’71 fino al ’74, appunto): e mi ero detto che forse mi ero sbagliato, che non era affatto male. Non sto parlando qui dal punto di vista del prodotto giornalistico: probabilmente è stato il migliore dei giornali dell’estrema sinistra. Mi limito all’apprezzamento di una linea politica che, dalla metà degli anni Settanta, ha sempre rappresentato, diciamo così, l’ala “moderata” della defunta ( o quasi) estrema sinistra di allora. Ma devo dire che questo giornale, che si fregia (secondo me abusivamente da molti anni) del sottotitolo di “quotidiano comunista”, non finisce di stupirmi (purtroppo quasi sempre negativamente). Ne è un esempio l’articolo che pubblichiamo più in basso, uscito qualche giorno fa, a firma del noto marxista rivoluzionario Antonio Gibelli. A volte, scherzando con gli amici, dico che persino Filippo Turati, il “guru” del riformismo socialista italiano del secolo scorso, se fosse vivo e volesse continuare a difendere le sue idee dovrebbe militare in qualcuno degli striminziti gruppi dell’estrema sinistra. Certo, è ovvio: che senso ha oggi parlare di “rivoluzione socialista”? O di “riforme di struttura” tese a portare poco a poco la società italiana al superamento del capitalismo? Ma poi, diciamocela tutta: coi chiari di luna che ci sono, ha ancora senso battersi per ottenere, che so io, qualche piccolo aumento salariale, una seppur minima riduzione dell’orario di lavoro (a parità di paga), un po’ di benessere materiale anche in termini di servizi, di sanità, d’istruzione, e forse anche un po’ meno inquinamento, grandi opere inutili, magari smettendo di privatizzare tutto il privatizzabile? Dai, compagni, siamo seri: oggi essere di sinistra, ma realisti, senza grilli per la testa, vuol dire essere contenti del “bon ton”, del sorriso bonario, della correttezza del linguaggio, del fatto che, per lo meno, il 25 aprile dai palchi dei comizi i governanti (locali e nazionali) parlino bene dei partigiani e male dei fascisti. Perché, a volare troppo alto, si rischia di far la fine di Icaro, di bruciarsi le ali. Meglio stare con le zampe per terra. Come le galline.

Vittorio Sergi

 

Prima o poi dovremo fare l’elogio di Zingaretti 

Comunque vadano le cose, prima o poi dovremo dire grazie a Nicola Zingaretti, a questo dirigente politico tradizionale, grigio quanto basta, incapace di farsi fotografare in mutande e di gonfiare le gote, di baciare i rosari, di sbracciarsi dai balconi di piazza Venezia, vituperato, dileggiato per il suo sorriso bonario, trattato come un esempio di mediocritas non aurea, citato come il fratello del commissario Montalbano. Non è Togliatti, lo sappiamo. Non ci sono più i dirigenti di una volta. Quando eravamo tutti più intelligenti.
Dovremo ringraziare lui e il Pd, sì il Pd, questo partito mal riuscito, dilaniato, dissanguato, dominato da modeste figure di opportunisti e traditori delle grandi cause, additato come responsabile di tutti i mali presenti, passati e futuri, già da tempo e più volte dato per morto. Questo partito claudicante, litigante, dove non vige la democrazia digitale dei 50.000 militanti segreti e senza volto (ma ben conosciuti, uno per uno, dalla Casaleggio&Associati), che contano più dei milioni di elettori e dei deputati da essi eletti secondo le regole della Costituzione italiana. Questo partito che si affida al vecchiume dei congressi, a elezioni primarie che richiamano quasi due milioni di persone – tutti beoti s’intende, tutti illusi, tutti trasformisti – per designare il suo segretario. Che è dotato di organi dirigenti dove si sa cosa si discute, chi approva e chi disapprova, chi è maggioranza e chi minoranza, chi resta e chi se ne va, senza pagare penali alla Casaleggio&Associati. Un partito inaffidabile, contro cui tutti sparano come sul pianista nel saloon, senza badare a quale sia la musica: se è troppo arrendevole perché è troppo arrendevole, se è troppo schizzinoso perché è troppo schizzinoso. Un partito inservibile, un inciampo alle magnifiche sorti della Sinistra con la esse maiuscola. Peccato che tutti oggi lo implorino di fare il grande sacrificio per la difesa della democrazia italiana. Pensaci tu.
Dovremo essere grati a questo Zingaretti, a questo Pd, per il triplo salto mortale che stanno facendo: baciare il rospo, tentare un accordo con gente che per 14 mesi ha contribuito a avvelenare la convivenza civile, nel tentativo disperato di addomesticarne gli umori eversivi. Avranno il loro da fare. Un governo che renda l’aria più respirabile, che chiuda uno dei peggiori capitoli della storia politica italiana? Per ora rivendicano il lavoro fatto in questi 14 mesi, tutto compreso. Rivendicano le firme messe in calce ai provvedimenti del loro compare ministro dell’interno per prolungare le sofferenze di naufraghi senza nome, rivendicano lo scudo con cui lo hanno protetto dal giudizio della magistratura: uno che il Presidente del consiglio uscente e Presidente del consiglio incaricato ha descritto come un pericolo pubblico.
Avranno il loro da fare. Come fidarsi di una setta che dice “siamo un monolite” mentre nell’ombra volano i coltelli, che predica la democrazia dal basso affidando le scelte che contano a un comico uso a esprimersi per sentenze oracolari parlando dalle sue magioni protette in riva al mare? Un satrapo orientale che annienta col dileggio il capopolitico da lui incoronato? Un “capopolitico” (così chiamato per distinguerlo appunto dal capocomico) che lancia ultimatum e auguri obliqui di buon voto a cliccanti in attesa di giudizio, dopo aver preso impegni col Capo dello stato? Che vorrebbe richiamare in servizio a dargli manforte, tanto per alzare il polverone, un avventuriero bugiardo come Pinocchio col naso crescente? Che dopo essersi battuto disperatamente per conservare la sua carica, accusa gli altri di non saper parlare se non di poltrone? Chi spezzerà le spire di questa neolingua biforcuta che continuano a usare?
Avranno il loro da fare. Chi controllerà ad esempio quello che viene indicato come candidato al ministero dell’istruzione, l’oscuro senatore Morra, assurto oggi a campione della correttezza costituzionale, il quale al tempo della cancellazione da parte di Grillo del voto sulla scelta del candidato sindaco per il comune di Genova, si era espresso così sull’invito del comico a fidarsi di lui anche se non si capiva la decisione: «La coscienza della limitatezza della nostra capacità di comprendere, cogliere, capire razionalmente, ci porta sempre più ad affiancare all’intelligenza razionale una capacità di capire attraverso la fiducia, di ‘intuire’. La mia intuitività mi suggerisce di fidarmi di Beppe, come in tante altre occasioni». Un elogio della stupidità, un’apologia dello spirito gregario che non si erano mai visti. Grazie Zingaretti. Vi siete assunti un grande rischio. Dobbiamo augurarci tutti che la scommesa vada a buon fine, che il triplo salto non sia mortale. Rousseau o non Rousseau.