Nel grafico L’aliquota massima di imposizione fiscale in Italia, 1865-2020*

Di Salvatore Morelli. Da Jacobin on line

Qualsiasi esecutivo avremo di fronte nei prossimi mesi il tema del carico fiscale rimarrà centrale. Il cambiamento sociale dipende dalla distribuzione della ricchezza: le tasse vanno diminuite ai lavoratori e aumentate ai più ricchi 

Lo scoppio della crisi di governo sembra destinata a imporre uno stop ai progetti di flat tax, cardine della campagna elettorale del centrodestra e anche del successivo contratto di governo. Eppure, che si vada a una campagna elettorale lampo, o che si configuri invece un governo più o meno “del presidente” per affrontare la finanziaria, il tema delle tasse – e della distribuzione del carico fiscale fra i diversi gruppi sociali – rimarrà cruciale. Che si tratti di disinnescare l’aumento dell’Iva o di fare una riforma dell’Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche), si tratta di misure di fondamentale rilevanza economica e politica. 

In Italia – è bene dirlo subito – i lavoratori dipendenti e quelli che dichiarano regolarmente i propri guadagni pagano tante imposte, troppe secondo alcuni. Sarebbe davvero importante una seria riforma fiscale che, oltre a ridurre drasticamente l’evasione fiscale, riduca il carico delle imposte per i lavoratori redistribuendolo sui più ricchi, rafforzando la progressività delle imposte nel suo complesso che è oggi lontana da ciò che richiedono le crescenti disuguaglianze economiche. Invece, da mesi, il tema è monopolizzato dalla cosiddetta flat tax, la quale avrebbe risultati opposti.

La strana storia della flat tax 

In teoria, stando al significato letterale dell’espressione flat tax (e alle proposte presentate dalle diverse forze di centrodestra, ma anche da un think tank neoliberale come l’Istituto Bruno Leoni), si tratterebbe di un’imposta con aliquota unica per tutti i redditi – o per quelli al di sopra di una certa soglia di esenzione. 

In pratica, si riferisce a una non meglio specificata e incerta riforma dell’Irpef . Obiettivo dichiarato è ridurre il numero di aliquote – e in particolare eliminare quelle più elevate.  

In un clima di totale incertezza sulla proposta effettiva di riforma appare utile affidarsi all’ipotesi di “quasi flat tax” contenuta nel contratto di governo gialloverde. Secondo questa proposta, si prevedono due aliquote marginali, del 15 e del 20%. La nuova imposta si applicherebbe al reddito familiare con una deduzione di 3.000 euro per ogni componente familiare. Anche se non direttamente specificato, alcune dichiarazioni pubbliche di esponenti della Lega hanno lasciato intendere che l’aliquota del 15% si applicherebbe fino a 80 mila euro di reddito familiare e quella del 20% per tutta l’eccedenza. Oggi, invece, l’Irpef si applica sui redditi indivuali e si basa su 5 aliquote marginali che vanno dal 23% per i redditi sotto i 15 mila euro, al 43% per i redditi superiori ai 75 mila euro.

Può essere utile un esempio partendo dal rapporto annuale Inps2019 che ha messo in evidenza come, negli ultimi trent’anni, la crescita dei redditi si sia concentrata principalmente sui lavoratori dipendenti privati italiani con super-stipendi (quelli oltre i 530 mila euro annuali). Con 530 mila euro di stipendio si versa oggi il 23% sui primi 15 mila; 27% sui successivi 13 mila; e via così, fino al 43%, applicato solo sui redditi guadagnati al di sopra della soglia di 75 mila euro. In totale, non considerando le addizionali regionali e comunali, l’imposta Irpef che dovrà essere versata da una ipotetica fortunata dipendente ammonterebbe a poco più di 220 mila euro. Con la “quasi flat tax” contenuta nel contratto di governo, le imposte dovute dalla nostra stessa ipotetica dipendente (single e senza figli per semplificare) diminuirebbero di più della metà, a circa 102 mila euro. Il risparmio netto sarebbe di circa 120 mila euro. Non male, considerando che il suo ipotetico collega (anche lui single e senza figli) con un reddito annuale di 23 mila euro risparmierebbe solo circa mille euro.

Questo non è tuttavia l’esito inevitabile di una riforma che alleggerisca il peso del fisco sui lavoratori italiani. In teoria, la stessa flat tax si potrebbe strutturare mantenendo, o anche aumentando, i livelli di progressività dell’attuale Irpef – lo mostrano con semplicità ma rigore gli economisti Baldini e Rizzo in un libro uscito pochi mesi fa, che fa anche il punto sulle proposte in campo in Italia. Sempre in teoria, si potrebbe anche disegnare una flat tax che non modifichi il gettito fiscale. Nella pratica del governo gialloverde la proposta mira esplicitamente a ridurre drammaticamente sia la progressività delle imposte, sia il gettito fiscale. Oltre agli enormi effetti redistributivi di questa riforma a favore dei ceti forti, il problema è il costo esorbitante, secondo diverse stime pari ad almeno 50-60 miliardi di euro. Tutto questo, finora, senza venir meno ai vincoli europei, e della nostra carta costituzionale, sulla spesa pubblica. Abbassando le imposte sul reddito bisognerà dunque introdurre altre imposte o necessariamente, come solo l’Istituto Bruno Leoni ammette, effettuare tagli draconiani alla spesa pubblica, riducendo ulteriormente i fondi per sanità, istruzione, edilizia pubblica e via dicendo. Rimane dunque doveroso chiedersi: quali spese si vogliono tagliare? Quali tasse e imposte aumenteranno? Certo, se il governo compensasse lo sconto sull’Irpef riducendo sostanzialmente i regimi fiscali di favore attualmente previsti per le rendite finanziarie o i trasferimenti di ricchezza come i lasciti ereditari e le donazioni, le conseguenze distributive e per i conti pubblici sarebbero complessivamente meno preoccupanti; ma non abbiamo sentito parlarne da nessun esponente del governo. Anche per questo motivo, non sembrano esistere soluzioni convincenti per disinnescare un ulteriore sostanzioso aumento delle aliquote Iva per circa 23,2 miliardi di euro – già pianificato nei documenti ufficiali del governo inviati alla Commissione Europea – che potrebbe avere effetti distributivi ancora più pesanti. L’imposta sul valore aggiunto – Iva – si applica infatti a tutti i consumi e gli acquisti, e dunque colpisce di più chi è costretto a consumare la maggior parte del proprio reddito: le fasce più deboli.

Le ipotesi alternative

Dovendo già reperire 23,2 miliardi di euro, ogni costo aggiuntivo legato alla riforma del fisco, appare particolarmente irrealizzabile per l’attuale governo. Dati questi vincoli stringenti, si è cominciato, dunque, a discuter di altre ipotesi, più sbrigative e forse temporanee, al fine, sembra, di cogliere due piccioni con una fava: avviare la riforma, o quanto meno comunicare all’opinione pubblica di averlo fatto, e non pesare troppo sulle casse dello Stato. 

Tra queste ipotesi alternative, vi è quella della Lega di tassare il reddito familare al 15% fino a un totale di 55 mila euro. Se il reddito familiare superasse questa soglia non appare però chiaro cosa fare, e si è proposto semplicemente di lasciare intatto il regime Irpef attuale. Quest’ipotesi, oltre a creare un caos fiscale, favorirebbe i nuclei monoreddito e disicentiverebbe la dichiarazione di redditi superiori ai 55mila euro (con ripercussioni negative sugli incentivi alla partecipazione delle donne alla forza lavoro). Il costo dell’opzione con due scaglioni e due aliquote, inclusa nel patto di governo, è stimato dalla Lega in circa 12-15 miliardi di euro. Potrebbe costare fino 17 miliardi come stimano Baldini e Rizzo.

Più di recente ci si è invece concentrati su un’ulteriore proposta, radicalmente diversa e alquanto inusuale. L’aliquota unica del 15% si applicherebbe non sul totale dei redditi, ma solo sui redditi aggiuntivi dichiarati fra un anno e l’altro. Continuiamo l’esempio precedente, con la nostra dipendente privata che dichiara 530 mila euro all’anno. Se riuscisse il prossimo anno a incassare 100 mila euro in più, pagherebbe su questo reddito addizionale solo 15 mila euro di imposte aggiuntive – anziché 43 mila, come attualmente previsto. Questa misura, permetterebbe al governo di sbandierare la riforma del fisco senza sforare i vincoli di bilancio – in quest’ultima versione, la riforma costerebbe appena 2 miliardi. Tuttavia, questa mini riforma intaccherebbe drammaticamente la progressività delle imposte, facendo diventare quella principale – l’Irpef – regressiva. Si favorirebbe, inoltre, chi può decidere, più o meno legalmente, di dichiarare di meno quest’anno al fine di usufruire di un sostanzioso sconto l’anno prossimo. Inoltre, se questa riforma fosse temporanea, sarebbe solo un regalo per pochi, pagato da tutti. Si permetterebbe, infine, a persone che guadagnano lo stesso reddito di pagare imposte diverse, violando il principio dell’equita’ orizzontale di trattamento.

Un’altra ipotesi, avanzata dal M5S, prevede tre aliquote e non una o due: un’aliquota al 23% fino a 28 mila euro, 37% da 28 a 100 mila, e 42% oltre. Quest’ipotesi appare più ragionevole, e avrebbe effetti redistributivi più omogenei fra le classi di reddito. Tuttavia, ha un costo stimato in circa 23 miliardi di euro. Il costo si potrebbe ridurre significativamente abrogando il bonus fiscale di 80 euro in busta paga (costo stimato a circa 9 miliardi), come infatti si è discusso negli scorsi giorni, ma questo rende la proposta politicamente inaccettabile, perché tutti i redditi inferiori ai 20mila euro finirebbero per pagare più imposte.

Questo esempio solleva l’importante tema degli effetti distributivi dell’attuale e complesso sistema di esenzioni, deduzioni familiari, detrazioni e regimi speciali. Ad esempio, a seguito della ristrutturazione della prima casa si possono oggi chiedere detrazioni fiscali, che rappresentano una riduzione delle imposte da pagare negli anni successivi. Allo Stato, queste detrazioni costano circa 8 miliardi di euro. Nel suo complesso, invece, il sistema di tutte queste cosiddette “spese fiscali” vale circa 130 miliardi di euro – ed è qui che il governo pensa di attingere per trovare, in parte e come illustrato per l’esempio del bonus 80 euro, le risorse necessarie a finanziare la riforma del fisco. 

Tuttavia, secondo uno studio della Corte dei Conti, il 62,5% delle spese fiscali si concentra principalmente sulle fasce di reddito più basse, quelle con redditi inferiori ai 28 mila euro. Eliminare o ridurre alcune di queste spese fiscali si può, ma bisognerebbe scegliere con cautela per evitare un costo redistributivo ancora più alto. 

Tassazione progressiva e stato sociale contro le disuguaglianze

È importante comunque ribadire che, se nella Costituzione si è voluto inserire il sacrosanto principio della progressività delle imposte, è perché il sistema delle imposte e dei trasferimenti (nel gergo economico tutto ciò che i cittadini ricevono dallo stato, in denaro o “natura”) gioca un ruolo cruciale nella redistribuzione dei redditi e della ricchezza, nella riduzione delle disuguaglianze. Ce lo insegna la storia: tra la prima e la seconda guerra mondiale, sono stati gli Stati Uniti a guidare l’introduzione, in tutte le economie occidentali, di imposte sui redditi estremamente progressive, mirate tra le altre cose anche a finanziare misure di sicurezza sociale come pensioni di disabilità, anzianità e disoccupazione. L’Italia ha seguito, con un certo ritardo, quest’onda, introducendo solo nel 1973 l’Irpef, e istituendo solo nel 1978 il Sistema Sanitario Nazionale. Progressività e stato sociale hanno contribuito enormemente al grande calo delle disuguaglianze, sperimentato dalla gran parte dei paesi europei nei cosiddetti “trenta gloriosi” seguiti alla seconda guerra mondiale; appena pochi anni dopo, Reagan e Thatcher lanceranno la controffensiva contro imposte e welfare, e le disuguaglianze torneranno ad aumentare. 

Ma come funziona la redistribuzione? In primo luogo, alterando meccanicamente la distribuzione dei redditi, così come generata “spontaneamente” dal mercato. Un sistema che preveda di aumentare proporzionalmente l’imposta all’aumentare del reddito, prende di più a chi ha di più; allo stesso tempo, lo stato sociale redistribuisce queste risorse tramite benefici monetari, come le pensioni, ma anche con l’erogazione gratuita di servizi pubblici (sanità, istruzione, mense scolastiche, alloggi popolari, infrastrutture). È bene ricordare infatti che è scorretto e incompleto parlare di imposte senza capire le spese che si vogliamo finanziare, le destinazioni finali di utilizzo delle risorse. Questi trasferimenti andranno, almeno in teoria, in misura maggiore a chi ha di meno.

La disuguaglianza dei redditi disponibili – quelli che i cittadini si trovano in tasca dopo questo doppio intervento dello Stato – sarà dunque minore di quella dei redditi prodotti nel mercato. Quanto assomiglia la realtà alla teoria? Come dimostra la figura, tratta dalle15 Proposte per la Giustizia Sociale del Forum Disuguaglianze e Diversità, ovunque nel mondo la redistribuzione riduce le disuguaglianze – e lo fa maggiormente in quei paesi dove le tasse sono progressive e il welfare universalistico e generoso. In Svezia, ad esempio, l’indice di Gini – che segna 0 nel caso in cui tutti i cittadini guadagnano la stessa cifra, e 100 nel caso in cui un solo ricco concentra tutto il reddito nelle proprie mani – scende da 43 a 27 grazie all’azione dello Stato. Anche in Italia, con tutti i limiti ben noti, le disuguaglianze sarebbero molto peggiori senza il ruolo della tassazione e della spesa pubblica: se il mercato genera disuguaglianze uguali a quelle statunitensi (Gini di 51), da noi lo Stato le porta più vicine ai livelli nordici di quanto non faccia oltreoceano (33 contro 39). 

La redistribuzione non è più quella di una volta

Questa forza redistributiva, tuttavia, si è ridotta enormemente negli ultimi decenni in buona parte dei paesi avanzati. Secondo uno studio Ocse, ancora negli anni Ottanta circa il 50% delle disuguaglianze di mercato venivano ridotte dall’intervento governativo; oggi la riduzione sarebbe appena del 25% – addirittura 15% negli Stati Uniti, un tempo avanguardia della progressività.

A determinare questo calo è stata in primo luogo la minore generosità dei trasferimenti monetari previsti dai diversi sistemi di welfare, così come la loro minore copertura, e l’introduzione di criteri sempre più stringenti per avere accesso a questi trasferimenti. Nel caso britannico, ciò è avvenuto in forme odiose come quelle raccontate da Ken Loach in Io, Daniel Blake. Il film racconta la tragica storia di un falegname cardiopatico che, dopo aver fallito uno degli invasivi test per verificare il diritto all’assistenza sociale, è costretto a un’odissea nella burocrazia per cercare di riottenere il suo sussidio alla disoccupazione. Le proiezioni del film hanno accompagnato da allora le campagne del Labour Party, determinato con Jeremy Corbyn a riavvolgere il nastro delle drammatiche riforme avviate dalla Thatcher e proseguite con il “new Labour”; ma l’arretramento del welfarenon è avvenuto solo oltremanica. 

A far aumentare le disuguaglianze è stata anche la riduzione della progressività fiscale. Economisti come Thomas Piketty hanno denunciato il crollo in particolare delle imposte sui redditi più alti – che come abbiamo visto nel primo grafico, in paesi come Regno Unito e Stati Uniti superavano il 90%. In Italia, dal 1974 si sono ridotti sia il numero degli scaglioni (addirittura 32 nel disegno originale) che le aliquote – quella massima era in origine al 72%. Tuttavia, sempre secondo una simulazione di Baldini e Rizzo, non è detto che la progressività complessiva sia diminuita rispetto ad allora. È infatti importante capire che non è solo l’aliquota massima, quella sull’ultimo euro guadagnato, a determinare la progressività, che dipende dalla struttura complessiva dell’imposta – e cioè “dettagli” cruciali come le soglie da cui queste aliquote si applicano, o il complesso sistema di esenzioni, deduzioni e detrazioni. Ad esempio, nel 1977, erano appena 23 i contribuenti che dichiaravano oltre 500 milioni di lire (equivalenti a circa 2 milioni e 120 mila euro tenendo anche conto dell’inflazione), e che pagavano davvero il 72% di aliquota marginale; e se escludiamo i circa 20 mila “paperoni” che dichiaravano almeno 40 milioni di lire (circa 170 mila euro a prezzi odierni), l’aliquota massima era effettivamente al 42% – meno di oggi. Certo, l’allora 41enne Silvio Berlusconi, coi suoi circa 304 milioni di lire di imponibile dichiarato (circa 1 milione e 300 mila euro a prezzi odierni), arrivava a essere soggetto all’aliquota marginale del 64%: non a caso, di lì a poco, sarebbe stato il primo politico a parlare di flat tax in Italia. 

Cosa stiamo tassando?

Soprattutto, ai fini distributivi, non è importante che una sola imposta – pure importante come l’Irpef – sia piatta o progressiva. Ciò che conta è la progressività del sistema fiscale nel suo complesso. Idealmente, anche se non tutti concordano, potremmo avere un’unica base imponibile composta dal totale dei redditi percepiti da una persona come il salario, il rendimento di Bot o azioni, l’affitto percepito come proprietario di immobile, e via dicendo. Anche solo concentrandosi sui redditi, e lasciando fuori le imposte sui patrimoni, ciò permetterebbe di identificare con maggiore precisione e semplicità la capacità contributiva dei diversi individui. Citando ancora Baldini e Rizzo, «L’imposta personale è un elemento di grande civiltà nel sistema fiscale di un paese, poiché permette di definire il contributo alle finanze della collettività da parte di ognuno in base alle proprie condizioni socio-economiche personali». 

In Italia, tuttavia, siamo sempre più lontani da questo ideale, e la base imponibile dell’Irpef (che già dall’inizio non includeva gran parte dei redditi da capitale) è stata negli anni continuamente erosa. L’ultimo smottamento si è verificato col regime forfettario del 20%, applicato dalla scorsa finanziaria alle partite Iva fino ai 65mila euro, con ogni probabilità esteso fino a 100mila euro dal 2020. Questi redditi da lavoro autonomo non fanno dunque più parte della base imponibile dell’Irpef. Stessa sorte era capitata qualche anno fa ai redditi da affitti, soggetti a un’imposta sostitutiva piatta (al 10% o 21%), senza tener conto degli altri redditi e del patrimonio, mentre casi come quello di Cristiano Ronaldo hanno portato sotto i riflettori il regime di favore introdotto dal Governo Gentiloni per i ricchi paperoni “stranieri” che “traslocano” la propria residenza fiscale in Italia. In sostanza oggi l’Irpef – che stando ai dati Ocse pesa in Italia oltre il 10% del Pil, più che in gran parte dei paesi occidentali – è applicata sempre di più solo sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni. Inoltre, la creazione di questa sorta di “spezzatino” fiscale, tramite l’esistenza di tutti questi regimi speciali di tassazione dei diversi tipi di reddito, genera forti iniquità di trattamento anche fra persone che hanno sulla carta redditi uguali, e succede persino che chi ha di più paghi di meno. 

Parallelamente, i redditi di impresa e i trasferimenti di ricchezza (entrambe cose che favoriscono maggiormente le tasche dei più ricchi) sono sempre meno tassati. Se l’imposta sui redditi d’impresa superava il 50% a metà anni Novanta, oggi si attesta appena al 24% – praticamente quanto il più povero dei lavoratori dipendenti. Nello stesso periodo, l’aliquota massima sulle eredità tra genitori e figli è crollata dal 27 al 4%. Come evidenziato da uno studio di Piketty e Saez, tutto ciò è di cruciale importanza per la progressività del sistema fiscale: nel caso statunitense infatti, la minore tassazione di questi redditi e fortune ereditate spiega buona parte della minore capacità dello stato di ridurre le disuguaglianze. Più ancora che parlare di aliquote, dunque, sarebbe necessario allargare la base imponibile dell’Irpef, applicando la progressività su tutti i redditi (soprattutto quelli, come quelli da capitale e impresa, di cui i ricchi beneficiano maggiormente), e non solo sul lavoro.

Le imposte devono ridurre le disuguaglianze a monte 

Oltre al meccanismo “diretto” spiegato poco fa, c’è un’altra via, indiretta, in virtù della quale le imposte progressive riducono la disuguaglianza dei redditi. In altre parole, se elevassimo l’ultima aliquota dell’Irpef – o meglio, introducessimo un’ulteriore aliquota per i redditi sopra 100 o 150 mila euro – dovremmo aspettarci una riduzione della quota di reddito dell’1% più ricco degli italiani. 

Esistono tre spiegazioni principali per questo fenomeno:

  1. Aliquote più elevate spingerebbero a più evasione (o elusione) – soprattutto se ci sono facili scappatoie da sfruttare. La minore disuguaglianza sarebbe dunque solo sulla carta, e alzare le tasse ai ricchi diverrebbe un boomerang, riducendo il gettito fiscale. Il presunto recupero del gettito è alla base di alcune delle ipotesi di flat tax in discussione, e potrebbe certamente verificarsi, anche se nessuno potrebbe davvero scommettere quanto. Tra l’altro, misure come il regime forfettario introdotto nel 2019 potrebbero proprio avere l’effetto contrario, spingendo le partite Iva a evadere ed eludere i redditi superiori a 65 mila euro, per non perdere i benefici fiscali. Difficile capire se i 38 miliardi all’anno stimati di evasione Irpef potrebbero davvero ridursi considerevolmente. 
  2. Un’imposizione elevata scoraggerebbe l’innovazione, il lavoro e l’impegno. Assumendo che il reddito guadagnato dipenda direttamente dalla quantità e qualità di lavoro, l’imposizione di imposte più alte scoraggerebbero l’impegno dei lavoratori e ridurrebbero i redditi guadagnati. Secondo questo ragionamento, e per fare un esempio, se avessimo tassato i circa 4 miliardi e mezzo guadagnati da Maradona nel 1987 con aliquote troppo elevate (all’epoca eravamo ancora al 62%), il Napoli non avrebbe forse più potuto contare su un impegno sufficiente del campione argentino, che si sarebbe accontentato di un solo scudetto. Questo tipo di argomentazioni sono molto popolari nel dibattito pubblico e tra gli economisti. Tuttavia, la stagione 1989-1990 della Serie A e la ricerca empirica suggeriscono quanto questo aspetto sia marginale. Il nostro impegno, produttività e voglia di fare goal, dipendono chiaramente da tanti fattori e non solo dalla tassazione. L’idea che basti abbassare le imposte per stimolare la crescita economica non è empiricamente dimostrata, e non è così convincente neppure a livello teorico. 
  3. Un ultimo argomento, molto meno discusso ma che studi recenti dimostrano avere importanza, è che aliquote massime più elevate riducono il potere e l’incentivo per i grandi dirigenti di contrattare remunerazioni e bonus sempre più generosi. Contrariamente a quanto ipotizzato sopra, tasse più progressive permetterebbero una più equa distribuzione del valore creato dalle aziende, più corrispondente al lavoro e all’impegno di chi ci lavora, e anche al rischio sostenuto da chi ci investe, con conseguenze importanti anche sul piano politico. Aumentare la progressività fiscale potrebbe contribuire dunque a disincentivare modelli di governo d’impresa di tipo estrattivo, spingendo i dirigenti a preoccuparsi di ingrandire la torta per tutti, e riducendo le disuguaglianze ancora prima della redistribuzione dello Stato.

Tassare e redistribuire non basta, ma è un buon inizio

Gli effetti delle imposte e dei trasferimenti governativi non sono, tuttavia, sempre efficaci per redistribuire risorse. Uno studio recente di Piketty, Saez, e Zucman mostra come il 50% più povero degli statunitensi adulti guadagnerebbe, in assenza di redistribuzione, circa 16 mila dollari. Secondo i tre economisti, l’intervento statale non varia di una virgola il reddito di questa fascia di popolazione – in media, dunque, i poveri ricevono negli Usa un euro di welfare per ogni euro di tasse. Pur tenendo conto delle evidenti differenze rispetto al sistema italiano di tassazione e di welfare, questo esempio suggerisce come non basta redistribuire a valle, bisogna anche intervenire a monte, nei meccanismi di formazione del reddito e della ricchezza. Storicamente, come illustrato chiaramente dall’economista britannico Tony Atkinson nel suo libro Disuguaglianza, cosa si può fare, ciò è stato affrontato affiancando alle politiche redistributive quelle che rafforzano i diritti e il potere dei lavoratori, o riformano l’assetto proprietario delle imprese; lo smantellamento dei monopoli e oligopoli privati, che frenano la crescita accumulando profitti a danno della collettività; la regolamentazione dei mercati, della finanza e del settore bancario; lo sviluppo e la coesione territoriale; e via dicendo. Sposando questa lettura, il Forum Disuguaglianze e Diversità ha di recente proposto un piano in quindici proposte di intervento, per affrontare alla radice l’origine delle disuguaglianze dei redditi e della ricchezza in Italia. Solo una delle proposte ricorre alla leva fiscale per ridurre i vantaggi economici nel corso della vita, per via di eredità e di donazioni ricevute e non per impegno o merito. Molto altro si può fare per promuovere la giustizia sociale. Ma la tassazione progressiva di tutti i redditi nel loro complesso – resistendo a quasi flat tax e altre stranezze, e anzi rafforzando la portata redistributiva del nostro stato sociale spostando il carico dei prelievi fiscali sui più ricchi – rimane un pezzo importante del mosaico. 

*Salvatore Morelli, economista, si occupa di disuguaglianze economiche ed è attualmente Research Assistant Professor presso il Graduate Center – CUNY (New York) e lo Stone Center of Socio-Economic Inequality, e tra i promotori del Forum Disuguaglianze e Diversità.

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