di Francisco Louçã

In Portogallo c’è un vecchio detto popolare che suona così: «Dalla Spagna, né buon vento, né buon matrimonio». Le lettrici e i lettori di questa nota che vivono in Spagna rileveranno, credo, la sopravvivenza di una certa prevenzione radicata nella storia e nella percezione popolare dell’unica nazionalità iberica che nel corso dell’ultimo millennio non è mai stata sottoposta al potere di Madrid. E comprenderanno anche quel che questo detto sottintende. Alla lettera, dice che i venti che soffiano dalla Spagna (dall’est) sono rari, ma rovinosi per l’agricoltura. Allo stesso modo, ricorda come i matrimoni fra le case reali dei due Stati si sono tradotti in problemi dinastici, diplomatici e militari. Problemi che, in effetti, hanno condotto all’unico periodo in cui il Portogallo s’è trovato integrato nel Regno di Castiglia, dal 1580 al 1640. Di qui, dunque, il «né buon vento, né buon matrimonio».

È evidente che tutto ciò non costituisce per i lettori contemporanei niente più che una divertente curiosità. Ma il detto popolare può essere interpretato in forma moderna, suggerendo il fatto che ogni storia ha i suoi tempi e i suoi modi, da entrambi i lati della frontiera. E, se mi consentite un consiglio, forse sarebbe meglio se nel dibattito politico spagnolo si evitassero certe semplificazioni sull’“esempio” o sul “modello portoghese”, del tipo di quelle cui ricorre in modo interessato nella sua strategia negoziale il presidente in funzione Pedro Sánchez. 

Sarebbe opportuno che in Spagna non si conti troppo sui “venti” portoghesi, e ancor meno sui matrimoni fortuiti che possono varcare la frontiera. Il rischio di letture strumentali degli avvenimenti specifici di ciascun Paese o di strategie diverse è troppo grande, soprattutto in tempi di forti emozioni e di aspri conflitti come quelli che si vivono nelle Cortes [la Camera dei deputati spagnola] in occasione del dibattito sull’investitura del nuovo governo. Si leggano dunque queste note come una semplice informazione o un’interpretazione di cosa sono stati questi quattro anni e delle differenze fra Portogallo e Spagna.

Due Paesi diversi, due storie distinte

Comincerò da quel che è ovvio per chi legge queste righe. Fra Portogallo e Spagna vi sono varie differenze che impongono modi diversi di fare politica e si riflettono sia sul piano elettorale, sia su quello della pubblica opinione. Credo che siano, essenzialmente, tre.

In primo luogo, il Portogallo ha vissuto una transizione dalla dittatura caratterizzata da una crisi rivoluzionaria (aprile 1974-novembre 1975). La più importante conseguenza di ciò – per quel che ci interessa qui – è stata la forma che ha assunto la ricomposizione del sistema politico: il principale partito della destra portoghese, il Partido Popular Democrático/Partido Social Demócrata (PSD), ha origine da un settore dissidente del partito della dittatura che si trovava in aperto conflitto con il governo su problemi attinenti alla democrazia e che a tutti gli effetti, quando si arriva al 1974, se ne era già separato. Così, quando cadde la dittatura, la borghesia si riorganizzò attorno a questo nuovo partito e a un’altra forza reazionaria, ma con molto minor peso: il Partido del Centro Democrático e Social/Partido Popular (CDS). L’apparato politico della dittatura era stato distrutto in gran parte, e ciò consentì di varare una Costituzione che riconosceva estesi diritti popolari, leggi elettorali di tipo democratico e altre conquiste (compresa la legge sullo sciopero, che è ancora oggi sostanzialmente quella del 1975). In Spagna, al contrario, il Partido Popular (PP) non è che il prolungamento, tardivamente adottato, dell’apparato franchista. La conseguenza di tutto questo è che il sistema partitico portoghese è più aperto. E forse proprio per questo il Bloco de Esquerda (BE) è stato nel 1999 il primo partito in Europa nato da una convergenza della nuova sinistra. In Spagna, invece, per dare vita a Podemos, molti anni più tardi, è stato necessario un poderoso movimento sociale. Solo negli ultimi anni in Spagna si è arrivati a mettere in crisi l’alternanza fra la destra e il centro socialdemocratico. E questo è avvenuto bruscamente. Mentre in Portogallo il bipartitismo è andato lentamente logorandosi con l’apparizione del Bloco, vent’anni fa.

In secondo luogo, il Portogallo è un Paese omogeneo, mentre la Spagna è un mosaico di nazionalità. Ciò si traduce in Spagna in molteplici forme d’espressione politica, mediante partiti e governi autonomici o regionali. Ma determina anche, nello stesso tempo, una maggiore e minacciosa rigidezza del potere centrale (oltre che il ruolo della monarchia e delle Forze armate) e una malleabilità negoziale, della quale i governi del PSOE e del PP si sono avvalsi nei confronti del PNV [Partido Nacionalista Vasco], di CiU [Convergència i Unió] e di altre forze. In altre parole, la Spagna ha un potere centrale più violento, ma più articolato per via degli accordi regionali.

In terzo luogo, il Portogallo è stato maggiormente punito dal programma di austerità, e umiliato dalla presenza “governante” della troika durante gli anni dell’“aggiustamento”, 2011-2014. In Spagna si è ricorsi allo stesso orientamento – in effetti geneticamente iscritto nelle regole dell’euro -, ma in un contesto nel quale c’era un maggior margine di manovra e preoccupandosi di conservare l’apparenza dell’autorità politica nazionale. La Spagna ha un’economia più sviluppata e integrata, e detiene potere politico nell’Unione europea. A chi legge queste righe ricorderò che il primo ministro portoghese, di destra, non ha esitato ad affermare esplicitamente e coraggiosamente che il suo obiettivo era quello di «impoverire il Portogallo» e che era necessario assumere provvedimenti «ben al di là del programma della troika» per dimostrare l’adeguamento nazionale all’austerità e al potere dei creditori.

Dovrebbe essere chiaro dove voglio arrivare con queste tre note. Se la popolazione portoghese, avendo sperimentato un programma economicamente devastante associato al governo delle destre (PSD e CDS), sperava in una soluzione politica, sulla base delle elezioni del 2015 questa poteva dipendere solo dai partiti di sinistra – Bloco e Partido Comunista de Portugal (PCP) – e del centro – Partido Socialista(PS) -. Dato che il loro risultato rendeva impraticabile la tradizionale alternanza fra destra e centro, in vigore sino ad allora, il “modello portoghese” – accordi su punti concreti di programma per consentire il nuovo governo di António Costa – venne imposto in seguito alla volontà della stragrande maggioranza della base di questi tre partiti.

Questo “modello” fu preparato in piena campagna elettorale da un’audace iniziativa di Catarina Martins, la coordinatrice del Bloco, nel corso di un dibattito alla televisione con il segretario del PS, che sfidò ad accettare alcune condizioni elementari per aprire la porta a un accordo. Si trattava di condizioni importanti: abolire il congelamento delle pensioni, rinunciare a leggi che facilitassero i licenziamenti, non ridurre i contributi padronali alla sicurezza sociale. In altre parole, rinunciare a tre provvedimenti che allora facevano parte del programma del PS. Per farla breve, nella stessa giornata, domenica, in cui si procedeva al conteggio delle schede ebbero inizio incontri informali fra i due partiti per porsi d’accordo su queste condizioni e altre ancora, come per esempio il salario minimo.

A questa iniziativa non facevano ostacolo né una destra unita, né difficili problemi d’ordine costituzionale (come, in Spagna, quello delle nazionalità), né altre alternative politiche. Sulla base dei risultati elettorali, il PS aveva solo due possibilità: o lasciar governare la destra, col suo 38 % dei voti, e col proprio 32% accordarsi con i partiti di sinistra, il Bloco (10 %) e il PCP (8 %) [1]. Scelse la “soluzione portoghese”. 

Il “modello portoghese”

Vi fu così un accordo, registrato per iscritto. Non lo riassumerò: è stato pubblicato ed è facilmente consultabile. La sua caratteristica più rilevante era includere, da una parte, un elenco di misure da prendere (cessare con le privatizzazioni e fare marcia indietro con quelle che erano già avvenute nel sistema dei trasporti pubblici; aumentare del 20 % il salario minimo; aumentare salari e pensioni e ridurre le imposte dirette sul lavoro; aumentare gli investimenti nella lotta contro la povertà), e dall’altra lasciare a ogni partito piena libertà di posizioni sugli altri temi, come per esempio le questioni europee e finanziarie.

Né il PS la propose, né i partiti di sinistra sollevarono il problema di una loro partecipazione al governo. So bene che a partire da qui debbo scrivere con la massima precauzione, poiché non voglio che nessuna lettrice o nessun lettore interpreti la mia testimonianza come un suggerimento su cosa si dovrebbe fare in Spagna. Al livello di azione politica in cui mi trovo, e si trova chi prende decisioni e partecipa al pubblico dibattito, è necessario conoscere a fondo tutti i dettagli, avere accumulato esperienza e avere una conoscenza profonda di ogni contesto per comprenderne la dinamica e i rapporti di forza. E io non pretendo né proporre né essere letto come qualcuno che suggerisce una qualche tipo di conclusione per le elezioni spagnole. Ciò che scrivo si riferisce unicamente al Portogallo: non volemmo far parte del governo e sapevamo bene come questa via fosse impraticabile data la storia di questa inedita convergenza.

Per entrambe le parti la soluzione trovata si rivelò la più conveniente. Per il PS certamente, poiché poteva presentare all’Unione europea il suo governo come in continuità con gli impegni politici essenziali. Era vero solo in parte, dato che il PS poteva sì assicurare che avrebbe conseguito gli obiettivi macroeconomici nella riduzione del deficit, ma alcune delle misure più importanti che la UE si sforzava di ottenere rimasero bloccate dall’accordo con la sinistra, come per esempio nuove leggi per agevolare i licenziamenti o per ridurre le quote padronali per la sicurezza sociale dei lavoratori. E quando il nuovo governo venne minacciato da sanzioni europee – paradossalmente, perché con il governo precedente vi era stata una deviazione dello 0,3 % del PIL rispetto agli obiettivi del deficit -, il rapporto positivo del PS con Bruxelles servì per evitare un nuovo scontro alla greca. 

Ma era conveniente anche per i partiti di sinistra, che mantennero la propria indipendenza e poterono opporsi al governo su punti fondamentali, in alcuni casi vincendo (come quando l’esecutivo cercò di alterare le condizioni di finanziamento della sicurezza sociale), in altri perdendo (come nel finanziamento della banca commerciale dopo una crisi o nelle modifiche alla legge sul lavoro per aumentare la durata del periodo di prova prima dell’assunzione).

Ritengo che tutti fecero la scelta corretta. La sinistra e il PS non avevano livelli di accordo programmatico e di esperienza di lavoro in comune tali da consentire una cooperazione di tipo governativo. Se si fosse fatto altrimenti, il governo sarebbe saltato nel giro di poche settimane: l’esecutivo era infatti entrato in carica nel novembre 2015, e già in dicembre, su pressioni della Commissione europea, vendeva una piccola banca, la BANIF, alla spagnola Santander, sperperando nell’operazione tre milioni di euro, cosa che la sinistra non accettò. Se allora nel governo vi fossero stati dei ministri dei partiti di sinistra, questi si sarebbero dimessi e l’accordo non sarebbe durato un mese. La partecipazione a un esecutivo richiede un rapporto di forze determinante, oltre che una preparazione tecnica, una strategia politica coerente e una capacità di immediata mobilitazione sociale. Non può ridursi a una manovra di breve respiro: l’obiettivo deve essere quello della conquista dell’egemonia sociale.

I risultati della “soluzione portoghese”

Non mi dilungherò sui risultati della “soluzione portoghese”, sufficientemente conosciuti. Essa ha tratto vantaggio da tre condizioni favorevoli: petrolio a basso prezzo, bassi interessi dovuti alla iniezione di denaro liquido del programma del quantative easing [acquisto di titoli del debito pubblico e privato] della BCE e, infine, una certa maggiore espansione della domanda europea nella timida ripresa che stiamo attraversando. Questa evoluzione ha consentito, per la prima volta nei vent’anni dell’euro, una bilancia commerciale positiva e la riduzione della bilancia dei pagamenti grazie all’emissione di debiti a corto e medio termine con interessi negativi. Di conseguenza, il tasso ufficiale di disoccupazione si è dimezzato (6 %); e l’aumento delle entrate fiscali e della assistenza sociale, oltre alla riduzione della spesa per la disoccupazione e a un sia pur insufficiente adeguamento degli investimenti pubblici consentirà di avere un deficit vicino allo 0 % nel 2019. Sulla base di tutti i vari criteri esistenti, questi risultati sono considerati positivi. Secondo le regole ortodosse di bilancio si tratta di un caso notevole; per i lavoratori e i pensionati è stato un sollievo importante; per la pressione degli interessi del debito sovrano si è trattato di un successo, quanto meno a breve termine; per la gestione macroeconomica ha il vantaggio di un’espansione, per quanto limitata.

Ma l’audacia dei partiti di sinistra ha consentito di andare ben oltre i limiti angusti degli accordi scritti. In ogni bilancio annuo vennero approvate misure inizialmente non previste. L’azione congiunta di pressioni e negoziati si rivelò essenziale per ampliare alcuni diritti e trovare nuove soluzioni. Fu in questo modo che si arrivò a una tariffa sociale energetica a basso costo per circa un decimo della popolazione, si mise in piedi un programma speciale per garantire contratti di lavoro duraturi a decine di migliaia di lavoratori precari del settore pubblico; che si vararono aumenti annui straordinari per le pensioni più basse o si ridussero le tasse d’iscrizione alle università pubbliche.

Su altri punti si ebbero invece seri scontri fra la sinistra e il governo. In modo particolare, sul recupero dell’anzianità lavorativa congelata degli insegnanti, sui salari dei funzionari pubblici e sulla gestione mista pubblico-privata degli ospedali pubblici. In alcuni casi la sinistra si preparò accuratamente, con soluzioni alternative, per ottenere risultati positivi. Il miglior esempio è dato dalla nuova Legge sanitaria [Lei de Bases da Saúde]. João Semedo [2], che fu coordinatore del Bloco de Esquerda durante il mio ultimo mandato [elettorale], assieme ad António Arnaut [3], uno dei fondatori del Partido Socialista e suo presidente onorario, mise a punto una legge per riorganizzare le strutture sanitarie e le loro politiche. La proposta dei due venne pubblicata in un libro che suscitò un notevole interesse, orientando in questo senso il dibattito nel Paese. Questo lavoro di collaborazione segnò la politica portoghese. Il governo appoggiò all’inizio la proposta – il primo ministro e vari ministri parteciparono alla presentazione del libro -, ma poi decise di avanzarne una alternativa, incaricandone della redazione una ex ministra dell’ala destra del PS. Questa però venne poco dopo lasciata cadere, e si cercò di arrivare a un accordo con la sinistra. Ma sotto la pressione dei gruppi finanziari con interessi nel settore, il governo fece dietrofront e cercò di accordarsi col principale partito della destra. Alla fine, di fronte al fallimento di tutte le sue manovre, all’ultimo minuto il governo finì col rassegnarsi a un accordo con la sinistra. Il risultato è una legge progressista e l’apertura di un serrato dibattito sull’esperienza della gestione privata degli ospedali pubblici (sono tre gli ospedali portoghesi in queste condizioni). Per il Bloco de Esquerda questa fu un’esperienza politica interessante, poiché mai nulla di simile si era avuto nella politica portoghese. Innanzi tutto, per il fatto che vi fosse una proposta comune di dirigenti storici del PS e del Bloco; in secondo luogo, il fatto che il Bloco fosse in grado di dar vita a un intenso dibattito che condizionò il governo, che sapesse mantenersi sempre coerente, che riuscisse a resistere alle pressioni della grande finanza, e – infine -, di fronte al fallimento del governo, che riuscisse a formulare un quadro di regole che ottenne la maggioranza in Parlamento. La politica è lotta.

Non sto semplificando ciò che è complesso: questo è un governo di minoranza di un partito di centro, il PS; non è un governo di sinistra; si regge su una maggioranza parlamentare tenuta assieme da accordi e impegni importanti per la popolazione e che debbono essere mantenuti; è il risultato di un’esigenza immediata di mutamento politico e in questo senso è stata una svolta importante in Portogallo.

Le tensioni fra il PS e la sinistra

Questo percorso è stato segnato da tensioni, accordi e dall’approvazione dei bilanci annui, che consacravano questi difficili equilibri. Ma nello stesso tempo la mappa politica della “soluzione portoghese” si modificava, complicandosi, come c’era da aspettarsi.

In questi quattro anni, nonostante i due partiti di sinistra siano stati molto concordi sui problemi del bilancio, su quelli fiscali ed economici, su quelli del lavoro (divergono fra loro su alcune questioni sociali: il PCP si oppone alla proposta del Bloco sulla parità fra uomini e donne o sulla legalizzazione della morte assistita) e nonostante abbiano strappato un insieme importante di concessioni dal governo, il PS ha dato risposte diverse alle sfide lanciate dai due partiti di sinistra. La strategia del primo ministro socialista si è fondata su una distinzione fra i due partiti: favorire il PCP (il cui elettorato viene considerato molto vecchio rispetto a quello del PS) ed essere più aggressivo nei confronti del Bloco (che appare come un partito con maggiori possibilità di stabilire rapporti e dialogo con gli elettori socialisti).

Questo tipo di politica, tuttavia, ha pregiudicato il PCP e favorito il Bloco: nelle elezioni presidenziali del 2016, la candidata del Bloco ha avuto il triplo dei voti del candidato del PCP, e nelle europee (in quelle del 2014 il PCP aveva ottenuto tre seggi, il Bloco solo uno) il Bloco è tornato a superare il PCP, come già era accaduto nelle legislative del 2015. I sondaggi di questo mese di luglio, a due mesi dalle prossime elezioni politiche, previste per l’ottobre 2019, sembrano indicare la possibilità di un certo progresso del Bloco de Esquerda

Come sempre, a nessuno spetta l’ultima parola. La storia non è finita. La sinistra portoghese conoscerà vittorie e sconfitte, e non sempre un corretto orientamento garantirà il successo. Così è la vita. La politica è come un gioco degli scacchi con molte variabili, e molte di queste dipendono da forze che non controlliamo o possiamo prevedere. Quanto meglio però conosciamo la nostra gente e i nostri avversari, tanto più saremo in grado di affrontare le immense responsabilità di questo nostro tempo: garantire sicurezza a chi teme per il proprio posto di lavoro e il proprio salario, battersi contro la finanza per la sostenibilità dei servizi sociali, impedire l’uberizzazione e precarizzazione del lavoro, contrastare nella vita quotidiana l’individualismo estremizzato del programma neoliberale, costruire una cultura collettiva, di movimento, e infine contrastare l’autoritarismo sviluppando una pedagogia democratica. Se una cosa ho imparato dall’esperienza di Podemos è che è necessario vivere e praticare una politica inclusiva, allegra, mobilitatrice. Siamo gente normale, che lotta per la nostra gente, fianco a fianco. Ed è questa la forza della sinistra.

9 agosto 2019

Francisco Louçã è docente di Economia presso l’Università di Lisbona. Fra i fondatori del Bloco de Esquerda, ne è stato deputato (1999-2013) e coordinatore (2005-2012). Attualmente fa parte del Consiglio di Stato (Conselho do Estado), organo consultivo della presidenza della Repubblica, al quale è stato eletto dal Parlamento nel 2015. Ha pubblicato una trentina di libri, in maggior parte su vari argomenti economici, ma anche sulla recente storia politica del Portogallo. 

Note

[1] Al contrario di quanto avvenuto nella sinistra spagnola (convergenza di Podemos e Izquierda Unida in una lista unica, Unidas Podemos), in Portogallo il Bloco e il PCP hanno mantenuto identità molto differenziate, con poca cooperazione tra loro. La proposta del Bloco che alle riunioni di lavoro della maggioranza parlamentare partecipassero i tre partiti fu sempre respinta dal PCP, che preferì trattare separatamente con il PS, rifiutando di partecipare a qualsiasi riunione comprendesse il Bloco. Offrendo in questo modo al PS un maggior spazio di manovra, conducendo trattative parallele con i due partiti di sinistra.

[2] João Semedo ha fatto parte del Comitato centrale del PCP. Uscito dal partito nel 1991, è tornato a esercitare la professione di medico, diventando poi direttore di un ospedale a Oporto. Successivamente ha aderito al Bloco, del quale è stato coordinatore dal 2012 al 2014.

[3] António Arnaut è stato fra i fondatori del Partido Socialista. Nel 1979, come ministro si deve a lui la creazione del Servizio sanitario nazionale, al punto da esserne considerato come “il padre”. Sia Arnaut che Semedo sono morti pochi giorni prima della conclusione del dibattito parlamentare sulla legge da loro proposta.

[Il testo originale, come è evidente, è concepito per lettori spagnoli nel pieno del dibattito in Spagna sulla costituzione di un governo (monocolore socialista, di coalizione PSOE-Unidas Podemos, “alla portoghese”…), è comparso sul seguente sito:

Traduzione di Cristiano Dan

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