Iniziava per i compagni bresciani della ex LCR un lungo percorso a ostacoli, per certi versi entusiasmante, per altri frustrante. Entravamo per la prima volta in quella che era percepita come la “grande” politica, quella in cui si “contava” (o almeno così sembrava) per davvero, quella in cui le tue posizioni riuscivano ad avere un’eco al di fuori del “ghetto” (peraltro sempre più ristretto dopo i “formidabili anni ’70”) dell’estrema sinistra. Ma potevamo avere un’influenza relativamente meno marginale di un tempo solo confrontandoci (e scontrandoci) con quella cultura “pcista” (usavamo questo termine, invece di “comunista”, in tono dispregiativo, per significare quello che a noi sembrava un abuso dell’aggettivo che ritenevamo appartenesse più a noi che al “grande Partito Comunista”) che contrastavamo da sempre in seno al movimento operaio. Non era una novità solo per noi bresciani, ma anche per gli altri compagni ex LCR, anche per quelli che avevano praticato il cosiddetto “entrismo” nel PCI negli anni ’50 e ’60. Non eravamo nel PRC per una tattica di “mordi e fuggi” (cercare di intercettare i settori più combattivi per poi reclutarli all’organizzazione ed uscire rapidamente). Volevamo partecipare lealmente alla costruzione di qualcosa di nuovo, una specie di “casa comune” dei comunisti di tutte le tendenze, compresa ovviamente la nostra, che ritenevamo quella più coerentemente marxista e rivoluzionaria. Fin dall’inizio però ci scontrammo con quello che era il modo di pensare e di agire politicamente della grande maggioranza degli aderenti al nuovo partito. Fu, ancora prima della congresso fondativo del PRC, durante le elezioni comunali del 24 novembre 1991. In questa occasione (importante per il partito anche a livello nazionale, visto che, dopo le regionali in Sicilia, era il primo test elettorale per il PRC) Cossutta e il gruppo dirigente nazionale imposero alla federazione di Brescia come capolista la figlia di Aldo Moro, già esponente (fino al 1987) della DC. La nostra opposizione fu durissima, ed ottenne l’appoggio non solo di quasi tutti i compagni provenienti da DP, ma anche di parte degli ex PCI. Infatti, al Comitato Politico Federale di settembre, oltre il 30% dei presenti votò contro la candidatura dell’esponente ex-democristiana. Non si trattava solo di rifiutare un’imposizione burocratica (che c’entrava la Moro con Brescia, città a lei sconosciuta?), e neppure solo di una reazione alla storia politica dell’ex senatrice democristiana, ma di una valutazione dovuta anche ai primi contatti con questa persona, che sembrava essere, per usare un eufemismo, politicamente instabile (come dimostrerà la sua storia successiva, visto che aderirà al MSI già due anni dopo, per poi partecipare alla fondazione di Alleanza Nazionale!). In quell’occasione ci rendemmo conto di uno degli aspetti più respingenti, almeno per noi, della cultura politica della maggioranza dei compagni ex-PCI: l’abitudine di “obbedire” ai leader, ai gruppi dirigenti, considerando la critica, il dissenso, come qualcosa di inammissibile e pericoloso. Questo atteggiamento, particolarmente presente, ovviamente, tra i compagni “cossuttiani” (che erano quelli più legati al passato stalino-togliattiano del PCI) era comunque diffuso un po’ in tutto il corpo del partito, per lo meno, seppur con diverse sfumature, in quelli che provenivano dal PCI. Comunque le elezioni furono un relativo successo: gli oltre 7.500 voti (5,3%) ci permettevano di eleggere ben 3 consiglieri comunali (2 ex PCI e 1 ex DP) e dimostravano, dopo il 6% in Sicilia, che il PRC non era un fatto residuale e minoritario. I 26 mila voti (18%) raccolti da PCI e DP, divisi, l’anno precedente, si erano ridotti a 21 mila (15%), di cui due terzi circa al PDS e un terzo a noi. Infatti festeggiammo, quella sera, la nostra relativa affermazione sotto la Loggia, trovandoci in contrapposizione coi leghisti, che festeggiavano a loro volta la loro affermazione, ben più consistente della nostra (24,4%, 14 consiglieri, primo partito in città, superando per la prima volta la DC!). Nei due anni successivi l’Associazione Bandiera Rossa mantenne, all’interno del PRC, un profilo di opposizione di sinistra, spesso in sintonia con la maggioranza degli altri compagni provenienti da DP, dei quali il compagno Graziano Fracassi restava l’indiscutibile esponente di spicco. Lavorammo in particolare nel settore giovanile (eravamo “i gnari” del PRC, essendo l’età media dei nostri compagni inferiore ai 30 anni), dando vita al Collettivo “Guernika”, struttura parallela ma autonoma dal partito. Il nostro contributo fu decisivo anche nel settore della solidarietà internazionalista (un settore a cui erano relativamente meno sensibili i compagni con altre provenienze politiche). A questo riguardo voglio ricordare il compagno Guido Puletti, un militante trotskista (e in questo caso non ci metto le virgolette) d’origine argentina, sfuggito nel ’77 ai suoi torturatori (era uno dei pochi “reaparecidos”), attivissimo nel lavoro di solidarietà con la Jugoslavia, allora in pieno disfacimento. Guido sarà assassinato, il 29 maggio 1993, durante una spedizione di solidarietà vicino a Gornji Vakuf, in Bosnia, assieme ad altri due volontari italiani. Abbastanza importante fu anche il nostro contributo nel lavoro sindacale, soprattutto tra i metalmeccanici, i lavoratori della scuola e quelli del Comune di Brescia. Nel frattempo il PRC continuava la sua crescita, nonostante errori e contraddizioni, a Brescia come altrove, superando i 120 mila iscritti (e a Brescia avvicinandosi ai 2.000) e ottenendo, alle elezioni generali del ’92 (le ultime col metodo proporzionale), oltre 2,2 milioni di voti (il 5,6%) e 35 deputati. Nel ’93, alle amministrative di Milano e Torino, si aveva un vero e proprio exploit: il PRC diventava in entrambe le metropoli operaie il primo partito della sinistra (quasi il 15% a Torino, oltre l’11 a Milano), sbaragliando il PDS (peraltro alleato col PRC a Milano). Era una novità clamorosa: ma per il gruppo dirigente intorno a Garavini e Cossutta non sembrava così eclatante. Solo il compagno Libertini, tra i dirigenti della maggioranza, parve cogliere la portata del “sorpasso” sulle colonne di Liberazione, il giornale del PRC. Gli altri sembravano quasi voler minimizzare l’accaduto, quasi tremassero loro le ginocchia di fronte all’inedito fatto che non eravamo più noi a dover “fare pressione” sull’ex fratello maggiore (il PDS), ma addirittura il contrario. Questa “paura dell’egemonia”, insieme alla sciagurata ed antidemocratica nuova legge elettorale maggioritaria (voluta, guarda caso, soprattutto dal PDS, oltre che dalla Confindustria) porterà (insieme ad altri fattori, ovviamente, tra i quali in primis un certo uso di “Tangentopoli”) alla politica timida e di sudditanza al PDS che tanti disastri provocherà nella storia del PRC e della sinistra italiana nei decenni successivi. Nel frattempo crescevano le adesioni di personaggi di spicco della sinistra italiana, che abbandonavano il PDS visto il fallimento di ogni possibilità di bloccarne la deriva moderata e socialdemocratica. Anche a Brescia ci furono “new entry”, ma la più importante fu senza dubbio quella di Fausto Bertinotti, che, da ex iscritto al PDS (era uno degli ingraiani, ex PSIUP, che, pur votando contro nel ’91, aveva deciso di aderire al nuovo partito, seguendo lo stesso Ingrao), passò direttamente, su proposta di Cossutta, alla carica di segretario del PRC. Il PRC bertinottian-cossuttiano decise di entrare nella coalizione dei “Progressisti” alle prime elezioni effettuate con la nuova legge maggioritaria, quelle del marzo del 1994. Noi, a Brescia come in tutta Italia, eravamo contrari a questa sudditanza nei confronti del PDS, ma restammo in minoranza. La coalizione dei progressisti (allora non si parlava ancora di centro-sinistra) venne sconfitta dalla coalizione di destra, composta dalla nuova creatura di Berlusconi, Forza Italia (in un certo senso erede della destra dc, di una parte del PSI e degli altri partiti minori di centro), alleata alla Lega e ai “post-fascisti” di Alleanza Nazionale (più altri minori). Il PRC superava il 6% (e a Brescia andava un po’ meglio), ma stavolta prendeva meno di un terzo dei voti del PDS che tornava ad essere, dopo la parentesi dell’anno prima, di gran lunga il primo partito della sinistra. Inoltre la vittoria della destra (ancora più accentuata nella nostra provincia, grazie al peso della Lega Nord) spingeva ancor di più nel senso di una “unità” (che a noi continuava a sembrare sudditanza) col PDS e in genere con tutti i “centro-sinistri”. Iniziava il periodo del cosiddetto “berlusconismo”, quando ogni critica alla subordinazione al centro-sinistra veniva stroncata con la tipica frase ricattatoria “ma allora voi fate il gioco di Berlusconi”. Quando poi, alla fine del ’94, il primo governo Berlusconi cadde, sotto la spinta di uno sciopero generale che portò allo “sganciamento” della Lega, e nacque il governo “tecnico” di Lamberto  Dini (ex ministro del governo Berlusconi), il PRC decise, nonostante il voto contrario nostro e di tutta la sinistra del partito, di appoggiare dall’esterno, con l’astensione, questo governo appoggiato dal centro-sinistra e dalla Lega, che avrebbe portato, tra l’altro, alla prima contro-riforma delle pensioni. Un primo, grave scivolone, le cui conseguenze si sarebbero palesate fino in fondo più tardi.

(continua)

Flavio Guidi