Tra l’altro, nel caso della Polonia, si tratta di una “sinistra” particolarmente moderata, social-liberale. Dal lato opposto del continente (non solo geograficamente) troviamo invece il Portogallo, dove l’estrema destra continua ad essere inesistente (0,5%), con la destra sotto il 40% e la sinistra vicina al 59%. Il dato positivo è la forza della sinistra “radicale” che, grazie al Bloco de Esquerda (di cui fa parte la sezione portoghese della Quarta Internazionale) che prende poco meno del 10% (raddoppiando in voti e percentuale rispetto al 2014 e consolidando il 10,2% delle ultime elezioni politiche) e nonostante il grosso calo del Partito Comunista (6,9%, -5,8 rispetto a 5 anni fa), supera il 20% dei voti (diventando la più importante dell’UE). Restando nel sud Europa, il caso greco è paradigmatico: crollo dell’estrema destra (6,1%, la metà dei voti presi 5 anni fa e che sembravano consolidati alle ultime politiche), crescita della destra “moderata” (41%, più 7,6 rispetto al 2014) e indebolimento della sinistra (comprendendo non solo Syriza, che, col 24%, perde quasi tre punti, ma anche l’alleanza social-liberale di Kinal, 7,7%, e la frammentata area a sinistra di Syriza, che supera l’11%, con il solo KKE – che pur perde quasi un punto, fermandosi al 5,4%- che riesce ad inviare un deputato a Bruxelles). La sinistra resta maggioritaria nel paese, ma arretra leggermente, grazie alla delusione per il voltafaccia di Tsipras di 3 anni fa. Ufficialmente la Grecia è il paese in cui la sinistra “radicale” è più forte: oltre il 35% dei voti, comprendendo Syriza (che appartiene formalmente al GUE, anche se negli ultimi tre anni ha condotto una politica tipicamente social-liberale). La divisione delle forze a sinistra di Syriza (KKE, 5,4%, Area di Varufakis, 3%, Antarsya, UP, PE, vari gruppetti maoisti o trotskisti, meno del 3% tutti insieme) non ha certo giovato alla possibilità di costruire un’alternativa credibile alle politiche social-liberali di Tsipras. Per quando riguarda i paesi nordici, interessanti le situazioni svedese e danese. In Svezia l’estrema destra cresce di un terzo rispetto alle europee di 5 anni fa (15,3%, più 5,6) anche se cala di oltre due punti rispetto alle politiche dell’anno scorso, con il centro-destra stabile (40,3%, -0,5) e la sinistra in lieve calo (41,7%, -4,2), a causa soprattutto (anomalia svedese) del calo dei Verdi (11,5%, -3,9) e della quasi scomparsa del partito “femminista” (0,8%, -4,7), mentre tengono i socialdemocratici (23,4%, -0,8) e si rafforza leggermente la sinistra “radicale” (6,8%, +0,5). In Danimarca crollo dell’estrema destra (10,8%, -15,8), mentre si rafforza il centro-destra (45,7%, +2,4) ma soprattutto la sinistra (43,6, +13,5%), dove crescono un po’ tutti, dai socialdemocratici (21,5%, +2,4) ai socialisti popolari (13,2%, +2,2) ai vari gruppi minori. Da rilevare la discreta affermazione dell’Alleanza Rosso-Verde (in cui sono presenti i compagni danesi della Quarta), col 5,5% (non erano presenti in quanto tali nel 2014), anche se c’è un calo rispetto al 7,8% delle politiche del 2015.  Tornando all’Europa centro-orientale, soffermiamoci un attimo sull’unico di questi paesi che vanta una tradizione di sinistra almeno secolare, la Repubblica Céca. In realtà si tratta del famoso proverbio per cui, nel paese dei ciechi, anche un orbo è re. Infatti la sinistra céca perde un sesto dei suoi voti di 5 anni fa, scendendo al 25%. Ciò è dovuto al vero e proprio crollo dei socialdemocratici (4%, -10,2) e al regresso del Partito Comunista (7%, -4), mentre il primo partito di sinistra diventa il partito Pirata (14%, più 9,2). Resta comunque, diversamente dalla vicina Polonia, relativamente influente a livello elettorale, ma in presenza di un avanzamento della destra “moderata” (che si avvicina al 60%) e di una relativa affermazione dell’estrema destra (9%, non presente nel 2014). Insomma, i miasmi reazionari che impestano l’Europa orientale sembrano contagiare, seppur in misura minore, anche la Boemia-Moravia, un tempo “isole rosse” nel mare contadino vandeano dell’Est Europa.

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