Dopo la complicata ed instabile geografia politica francese, oltrepassiamo il Reno, nel paese più importante demograficamente ed economicamente dell’intera UE: la Germania, dove i partiti hanno una stabilità ed una longevità ben diversa. Nonostante alcuni scossoni interni (che vedremo tra poco) alle varie aree politiche, il panorama è poco diverso in queste elezioni rispetto a quelle di 5 anni fa, mentre si notano di più i cambiamenti rispetto alle elezioni politiche del 2017. Innanzitutto la grande novità della partecipazione: quest’anno hanno votato quasi 38 milioni di tedeschi (il 61,4%) rispetto ai 30 milioni (48,1%) di cinque anni fa. Non siamo alle cifre delle politiche del ’17 (47 milioni di votanti, pari al 76% degli aventi diritto), ma 13 punti in più non sono una bazzecola. Cominciamo dalla tanto temuta estrema destra, che tra i tedeschi, dopo il 1945, non ha mai riscosso molto successo. Il relativo boom della famigerata e xenofoba AfD (Alleanza per la Germania) si è notevolmente ridimensionato (anzi, a mio avviso non c’è mai stato, se non a livello locale). Domenica scorsa l’AfD e altri partitini neonazisti (come l’NPD) hanno ottenuto circa 4,2 milioni di voti (11,3%), quasi il doppio dei 2,4 milioni (8%) del 2014, ma il 50% in meno degli oltre 6 milioni (13%) raccolti due anni fa. Ed anche la destra moderata non può certo essere contenta. L’area di centro-destra, incentrata sui democristiani della CDU-CSU e sui liberali della FDP arretra in percentuale sia rispetto alle europee del 2014 sia rispetto alle politiche di due anni fa. I quasi 21 milioni di voti (45%) raccolti nel 2017 si riducono a 14,3 milioni (38,2%) oggi. E, pur essendo di più dei 12,2 milioni del 2014, sono in una percentuale inferiore di tre punti e mezzo (41,6% nel ’14) dovuta al grosso incremento dei votanti. L’insieme delle destre, moderate ed estreme, passa dal 58% di due anni fa al 49,5% di oggi (percentuale identica a quella del 2014). Ad avvantaggiarsi, in termini percentuali, è la sinistra moderata (in particolare i Verdi, che qui è difficile classificare “a sinistra” della socialdemocrazia). L’intera sinistra, comunque, compresa quella più radicale, passa dal 39,8% (18,5 milioni di voti) del 2017 al 44,7 (16,7 milioni di voti) di oggi. Certo, perde tre punti rispetto alle europee di 5 anni fa (47,7%, e 14,1 milioni di voti), soprattutto a causa dell’arretramento della SPD e della Linke. A sinistra di Verdi e SPD la Linke è praticamente da sola, se si escludono partitini come gli animalisti, i Pirati o i gruppuscoli marxisti-leninisti. L’insieme della sinistra più o meno radicale si dimezza rispetto a due anni fa, passando da 4,5 milioni di voti (9,5%) ai 2,3 di oggi (6,2%), e perde in voti e percentuale anche rispetto al 2014 (2,6 milioni, 8,9%). Il drenaggio di voti verso i Verdi è evidente. Ma la vera, unica novità di queste elezioni è la sconfitta della SPD, che, con meno di 6 milioni di voti (15,8%), non solo ottiene il peggior risultato dalla fine del XIX secolo, ma, per la prima volta nella sua più che secolare storia, cessa di essere il primo partito della sinistra tedesca, ampiamente superata dai Verdi. Nel 2017 i socialdemocratici avevano ottenuto oltre 9,5 milioni di voti (20,5%) e nel 2014 8 milioni (ma 27,3%). Sembrano lontani anni luce gli anni di Willi Brandt, quando la SPD viaggiava intorno al 40% dei voti (spesso andando oltre questa soglia) e non aveva praticamente “concorrenti” a sinistra. Questo “terremoto” politico è chiaramente il frutto della collaborazione governativa che si protrae da anni con i conservatori democristiani della CDU-CSU e lascia intravedere un possibile processo di “pasokizzazione” che sarebbe stato inconcepibile non solo ai tempi di Bernstein e Kautsky, ma pure in quelli più recenti di Brandt e Schmidt.

Vittorio Sergi