Buone (anche se non così buone come piacerebbe a noi rivoluzionari) notizie dalle elezioni nello Stato Spagnolo. Nonostante il gran battage pubblicitario sull’ascesa dell’estrema destra (che in parte c’è stata, come vedremo più avanti), considerata da tutti i media, spagnoli e nostrani, come la “cronaca di una ascesa annunciata” (un po’ alla stregua delle profezie auto-avverantisi), queste elezioni sono state una vera e propria debacle per la destra spagnola (e “spagnolista”). La grande affluenza al voto (quasi il 76%, la più alta dal 1979, 9 punti in più rispetto al 2016) è stata una specie di “soccorso rosso” (o meglio rosa, visto che ha avvantaggiato soprattutto il PSOE) che ha permesso alla sinistra (dal PSOE all’estrema sinistra) di passare dal 49 al 52% dei voti, ed all’insieme del voto antifranchista (che comprende, oltre alla sinistra, anche il voto dei nazionalisti baschi e catalani) di passare dal 53 al 58% dei voti. Evidentemente gridare “al lupo, al lupo” ha avuto un effetto boomerang per la destra: si è creato sì l’effetto “Vox” (meno del previsto), ma si è spaventata quella parte dell’elettorato di sinistra che da tempo preferiva astenersi. Probabilmente (ri) vedere il fantasma del vecchio assassino Francisco Franco ha fatto scorrere più di un brivido in molte persone non particolarmente interessate alla vita politica (o per lo meno alle scadenze elettorali). Cominciamo dalla destra, che sembrava dover essere (almeno nelle sue componenti apertamente neofasciste) la vera “vincitrice morale” di queste elezioni. L’estrema destra, finora presente soprattutto all’interno del PP (il partito “unico”, fino a 5 anni fa, della destra “spagnolista”, che comprendeva settori democristiani, liberal-conservatori e, appunto, para-franchisti) è riuscita, malauguratamente, a crearsi un suo spazio, passando dai circa 60 mila  voti (0,3%) di 3 anni fa agli oltre 2 milioni e mezzo (10,2%) di oggi (e da 0 a 24 deputati). Un indubbio successo, basato sulla propaganda razzista, antifemminista e anticatalanista, ma che va visto nel contesto spagnolo. Questa destra (“franchismo sociologico”) c’è sempre stata: è solo uscita alla luce del sole, dopo essere stata “nascosta” all’interno prima di Alianza Popular di Fraga Iribarne, e poi del PP di Aznar e Rajoy. Certo, non va sottovalutato il pericolo di questo ulteriore “sdoganamento”: si sa che l’ipocrisia (del PP) è un involontario omaggio alla virtù (l’antifascismo), e il fatto che ormai i franchisti possano permettersi di mostrarsi alla luce del sole è un segno inquietante. Era dai tempi di Blas Piñar e del suo Fuerza Nueva (tra il ’77 e i primi anni ’80) che l’estrema destra franchista non aveva rappresentanza parlamentare, per lo meno esplicita. Ma questo “successo” appare un po’ come una vittoria di Pirro, visto che avviene a scapito del “partito contenitore”, quel PP che si dimezza (dopo essere già stato, nel 2016, ai minimi storici), passando da quasi 8 milioni di voti (il 33%) ai poco più di 4,3 milioni di oggi (16,7%). Inoltre l’affermazione di Vox penalizza pure l’altro partito di destra (sedicente “liberale”), quel Ciudadanos creato ad arte e sponsorizzato fino alla nausea dai “poteri forti” (che ne avevano fatto una specie di artificiale “Podemos” di destra). Il partito “arancione” (dal colore del suo simbolo), spinto fino a pochi mesi fa (dai sondaggi più o meno interessati) a percentuali tra il 22 e il 25% (in alcuni addirittura dato per “primo” partito di Spagna) si vede tarpate le ali dal nuovo fenomeno sponsorizzato dai pennivendoli di regime, Vox appunto. E deve accontentarsi di un 15,8% dei voti (poco più di 4 milioni), certo meglio di 3 anni fa (3,2 milioni e 13,1%), ma che lascia l’amaro in bocca al “fighetto” Albert Rivera (nota nullità costruita dai media). La perdita di 5 punti all’insieme della destra fa retrocedere anche il numero di deputati, che passano da 169 (ad un pelo dalla maggioranza assoluta nel 2016) ai 147 di oggi. Insomma, per una volta la divisione ha colpito la destra! E veniamo ora a noi, al “popolo di sinistra”. Come c’era da aspettarsi (e come spingevano tutti i sondaggi e i quasi tutti i media “progressisti”) il PSOE è il grande vincitore di oggi. La “svoltina” a sinistra imposta da Sanchez (con la mozione di sfiducia contro il governo Rajoy e l’accettazione di alcuni piccoli miglioramenti sociali imposti da Unidos Podemos in cambio dell’appoggio esterno al suo governo), unita alla paura di un’affermazione dell’estrema destra neofranchista hanno mobilitato centinaia di migliaia di elettori di sinistra o anche semplicemente democratici, che hanno scelto il cosiddetto “voto utile” (votare il principale partito di sinistra, seppur moderato, visto come l’unico capace di sbarrare la strada al pericolo “azzurro” – in Spagna il colore dei falangisti-). Non è questo il momento per prendersela con il palato facile di molti elettori di sinistra e sull’estrema semplicità di tattiche utili a “rifarsi una verginità” (insegnamento portoghese, probabilmente anche britannico, a cui anche il buon Zingaretti – si parva licet – sembra rifarsi). Resta il dato, incontrovertibile: il PSOE passa dai 5,4 milioni di voti del 2016 ai 7,5 di oggi (dal 22,6 al 28,7%). Siamo ancora lontani dal PSOE di González e anche del primo Zapatero, ma, per la prima volta in oltre un decennio, si è invertita la tendenza al ribasso, che faceva temere una “pasokizzazione” del vecchio PSOE. Chi paga il prezzo di questo “voto utile” (il futuro ci dirà fino a che punto si spingerà la supposta utilità) è ovviamente, Unidas Podemos e l’area vicina (Comuns, Equo, Compromis, En Marea, ecc.), che perde la terza posizione del 2016 (dopo PP e PSOE, ma ricordiamoci che si era parlato di “sorpasso” di UP sul PSOE e persino, qualche tempo prima, di UP come alternativa tout court al PPSOE (gioco di sigle per parlare del “bipartitismo” di regime PP e PSOE). Gli oltre 5 milioni di voti del 2016 (il 21%) scendono a meno di 4 (il 15%), compresi Compromis, En Marea e i catalani di Asens. La magra consolazione di Pablo Iglesias potrebbe essere l’aver visto smentiti molti dei sondaggi (che davano UP tra il 12 e il 13%, a volte addirittura in 5ª posizione, dopo una Vox “gonfiata” ad arte). Anche qui non c’è spazio per fare un’analisi degli errori strategici e tattici di UP (soprattutto di Pablo Iglesias, che si comporta spesso da “padre padrone” berlingueriano del partito principale della coalizione, Podemos). Vedremo che insegnamenti saprà trarre dalla mezza sconfitta il gruppo dirigente (e ancor più i militanti) della formazione “morada”. Inaspettata (almeno per me) è la tenuta o addirittura la crescita, in alcuni casi molto rilevante, delle componenti minori del variegato mondo della sinistra “spagnola”. Se tutti ci si aspettava il balzo in avanti di ERC (la sinistra independentista “socialdemocratica” catalana, già di Lluis Companys), che passa dai 632 mila voti (2,6%) del 2016 al milione (3,9%) di oggi (e da 9 a 15 seggi), non mi aspettavo un analogo balzo per l’estrema sinistra abertzale basca: EH-Bildu passa dai 185 mila voti (0,77% e 2 seggi) ai 260 mila (1% e 4 seggi) di oggi. Cresce ancora il PACMA, partito ecologista-animalista (da 287 mila a 321 mila voti), ed altri mini-partiti della sinistra, con l’eccezione dei micro-partiti “comunisti” (dal PCOE al PCPE a Izar) che evidentemente hanno un (micro) elettorato più sensibile alle sirene del “voto utile” (magari in questo caso verso UP). Comunque, mi si permetta di guardare con una certa soddisfazione (o per lo meno con un sospiro di sollievo) alla mia amata penisola iberica, che si conferma, ancora oggi, come la zona d’Europa in cui fascisti e razzisti sono meno forti. Sarà perché sono ancora vivi quelli che ricordano le orribili dittature di Franco e Salazar?

Flavio Guidi