La storia la fanno, la gestiscono, la raccontano i vincitori.

Se c’è un periodo che ben rappresenta tale  affermazione, questo è dato dalla Resistenza.

I suoi vincitori l’hanno scritta e ne hanno gestito la memoria cancellando, una solennità dopo l’altra, tutta una parte della storia. Tanto da renderla sconosciuta e “altra”. Rifiutata e insultata come se la guerra non fosse mai finita. Perché i vincitori hanno bisogno di ribadire e commemorare la “loro” vittoria, per circoscrivere il portato delle partecipazioni reali. Delle storie diverse, delle passioni immani, delle analisi lucide ed eretiche. Delle utopie infrante.

E’ innegabile che il vincitore della Resistenza sia stato il PCI sull’onda della partecipazione forte dei partigiani comunisti e delle trionfanti avanzate dell’Armata Rossa.

A confermare il tutto, la memorialistica e gli storici che quasi subito hanno raccontato quella storia. Con controllo preciso delle cose e delle polemiche da circoscrivere. Da bollare, se necessario,  come traditrici;  alla maniera utilizzata, nei giorni caldi, da Pietro Secchia. Disponibile all’eliminazione, anche fisica,  di ogni “sinistro settario” che si ponesse arbitrariamente alla sinistra del PCI. Sia che fossero marxisti internazionalisti eretici ovvero stalinisti romantici o libertari irresponsabili.

Neppure il più grande scrittore della Resistenza, Beppe Fenoglio, riuscì a scampare dalle dure reprimende della critica intellettuale comunista. Tanto che Pasolini, da buon intellettuale militante, non gli perdonò mai d’aver scritto con “Una questione privata” il più grande romanzo sulla Resistenza, quasi senza comunisti. Insieme, uno dei tre o quattro romanzi fondamentali del Novecento italiano. Ci penserà Calvino a rivalutare le cose. Ma Fenoglio non c’era già più.

La resistenza del PCI, quella che narrano i suoi dirigenti, i suoi intellettuali, i suoi protagonisti in carriera, i suoi organi di stampa, è una lotta nazionale contro lo straniero. Una sorta di prolungamento del Risorgimento. Come, in fondo, richiama il nome delle sue Brigate partigiane: Garibaldi. Gli stessi gruppi in azione nelle città o nelle campagne a sostenere la lotta più pesante delle forze armate in montagna, si definiscono “patriottiche”. Sono i GAP e le SAP e la “p” non sta per partigiani/partigiane.

I fascisti non sono, in fondo, dei veri italiani. Traditori assimilabili ai nazisti, ai tedeschi. Poca roba che non dava pensiero e che si è, pertanto, avviata al perdono benigno del capo supremo, il prediletto di Stalin: Palmiro Togliatti.

Questo è: una lotta per l’indipendenza nazionale e zitti e “Mosca”!

Non è così, naturalmente. si sa ormai che la Resistenza è stata anche altro. Forse, soprattutto, altro!

Ce l’ha spiegato con dovizia di citazioni un ex partigiano, Claudio Pavone, nel suo libro “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza” (1991, Bollati Boringhieri).

La Resistenza è stata una guerra patriottica e va bene. Così l’ha fatta il PCI come portavoce degli interessi nazionali e imperiali dell’URSS di Stalin. Così gli è convenuto ricordarla, farla ricordare; malgrado le memorie dei suoi stessi militanti partigiani. Contro le loro volontà e i sogni diffusi dei garibaldini.

Perché è stata, anche, una guerra civile contro i tanti italiani fascisti armati nelle Brigate Nere, nella Decima Mas, nella Divisione Alpina Monterosa, nella Guardia Nazionale Repubblicana. Nelle varie polizie.

Perché, soprattutto, per quasi tutti i partigiani comunisti, ortodossi ed eretici, e libertari è stata una guerra di classe contro i padroni. Contro il capitalismo, in continuità con lo scontro di classe del proletariato nelle campagne meridionali, in quelle padane. Nelle fabbriche di Torino, Milano, Genova e delle altre città del Nord. Una lotta di classe mai interrotta davvero, ma solo frenata dal fascismo trionfante.

Una memoria diversa da quella rappresentata nei cortei ufficiali dove, come per il CNL, finiva tutto con la superiorità dell’idea vittoriosa dell’unità nazionale. Interclassista, senza morti e feriti se non quelli provocati dagli invasori. In un reciproco riconoscimento dall’opposizione al governo e viceversa. Fino alla riproposizione politica modernizzata nell’idea del “compromesso storico” come nuovo momento di emergenza nazionale contro “tutti i terrorismi” possibili e immaginari. L’unità nazionale che, finalmente, si andava realizzando come si propugnava già a partire dalla “svolta di Salerno”.

La memoria, però, è continuata quasi con percorsi sotterranei come un fiume carsico. Incontrollabile e invincibile a tutte le riproposizioni commemorative. A ogni richiamo disciplinare. Fino a confluire in ricerche episodiche e più organiche. In memorie eretiche private e collettive. Parallele e contrarie da quelle benedette dai vincitori.

Perché sono rimaste nei sogni e nelle pratiche concrete di migliaia di partigiani. Pronti ad ascoltare i “capi” del partito, con l’idea che, in fondo, fosse tutta una messinscena. Loro avevano combattuto contro i nazi-fascisti non solo per liberare il Paese, ma per eliminare l’ostacolo diretto e immediato oltre il quale c’era la lotta per il Comunismo. Contro i capitalisti che avevano pagato i fascisti e che sarebbero tornati a comandare se si fosse trattato semplicemente di una guerra patriottica di liberazione nazionale. Cosa che accumunava i partigiani garibaldini ai libertari delle “Bruzzi-Malatesta” e agli atri che fossero di “Stella Rossa” o di “Bandiera Rossa”.

Le armi da consegnare erano state quelle più scadenti. In giro, per anni, le forze repressive dello stato troveranno depositi di armi ben conservate. La resa dei partigiani sarà un percorso prolungato se si pensa che ancora nell’estate 1960, per non parlare del 48 a ridosso del 25 aprile, fra i morti ammazzati dalla sbirraglia democristiana, ci saranno ex partigiani delle “Garibaldi”.

Mi ricordo che nel decennio brutale e ribelle dei Sessanta, un giorno d’estate, mio padre ridotto a brandelli dalle mie domande insistenti e critiche, chiamò un suo antico compagno. Arrivò in bicicletta dove io e mio padre aspettavamo. Vicino al fiume Savio che scende dall’Appennino Tosco-Romagnolo per circa 126 chilometri e si butta nell’Adriatico a Savio, vicino a Cervia. Eravamo appena fuori Cesena, davanti a un canneto su un ritaglio di sabbia fine. L’amico di mio padre sorrise smargiasso, come era uso fra romagnoli. Mi guardò di sghimbescio e si incamminò verso il canneto. Quando feci per andargli dietro, si girò senza sorriso: “ Ti no putel!” che in romagnolo, considerando l’occhiata e il tono, decisivi per quella lingua,  vuol dire, più o meno: “stai fuori dai coglioni ragazzino!”.

L’occhiata severa del padre, mi confermò la perentorietà dell’ordine.

Restammo lì a guardare l’acqua scura del fiume, la sabbia bianca e le canne verdi. Dopo qualche minuto,  l’amico di mio padre che chiamavano Saetta uscì dal canneto. In mano teneva un Thompson Submachine Gun, conosciuto come mitra Thompson, con caricatore a stecca di 30 colpi innestato. Bello lucido che il sole rimbalzava sulla sua canna brunita. Una roba da para della 101° divisione in Normandia nel ’44. O da partigiani, appunto!

C’eravamo io,  Saetta, mio padre e il Thompson pronto all’uso come fosse l’estate del ’44 quando si dava la caccia ai nazisti, ai fascisti e ai loro antichi finanziatori. Come faceva Corbari, più o meno, da quelle parti.

La memoria del desiderio non si era ancora spenta.

 

L’hanno ostinatamente cercata gli storici Franco Schirone e Diego Giachetti che giovedì 4 aprile verranno a raccontare, a discutere di un’ALTRA RESISTENZA.

Alla Sala Museo “Ken Damy” corsetto Sant’Agata 22.

Inizieremo alle 20,30 e io sarò il modesto coordinatore, moderatore della serata “resistente”!

 

Claudio Taccioli

Annunci