48.000 operai contro il colosso dei chip. La vertenza Samsung attraversa le catene di fornitura dell’AI e solleva questioni che riguardano l’intero sistema economico globale

Di Andrea Ferrario https://substack.com/@andreaferrario1

Mentre l’economia mondiale è già esposta alle turbolenze della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, con il blocco dello Stretto di Hormuz che ha fatto salire alle stelle i prezzi del petrolio e provocato carenze di materie prime, un nuovo fronte di instabilità si è aperto nel cuore della catena di fornitura tecnologica globale. I sindacati della sudcoreana Samsung Electronics, il più grande produttore mondiale di chip di memoria, avevano indetto per il periodo dal 21 maggio al 7 giugno uno sciopero di 18 giorni che avrebbe potuto paralizzare la produzione di componenti da cui dipendono i data center dell’intelligenza artificiale in tutto il mondo. La sera di ieri 20 maggio però le parti hanno raggiunto un accordo provvisorio e i sindacati hanno sospeso lo sciopero in attesa di una votazione della base sindacale prevista nei prossimi giorni. L’esito resta incerto, ma la crisi ha già messo in evidenza una serie di questioni cruciali che la retorica dell’innovazione tecnologica tende normalmente a rimuovere. Dietro i server che alimentano l’intelligenza artificiale e dietro i chip ad alta larghezza di banda che rendono possibile l’addestramento dei modelli linguistici, ci sono lavoratori fisici che operano in turni notturni dentro camere bianche, esposti a rischi per la salute e soggetti a cicli economici brutali.

La vicenda Samsung potrebbe sembrare una questione interna sudcoreana, ma è qualcosa di più. È un caso esemplare di una tensione che sta emergendo ovunque l’economia dell’intelligenza artificiale genera introiti concentrati in poche aziende e in pochi settori, mentre il lavoro che li rende possibili resta sottopagato o esposto a cicli di espansione e contrazione su cui i lavoratori non hanno alcun controllo. Come si distribuiscono i guadagni del boom tecnologico, chi ha il diritto di rivendicare una quota e quali strumenti lo stato mette in campo quando questa rivendicazione minaccia la produzione sono domande che la vertenza Samsung pone in modo pressante, e che riguardano l’intero modello su cui si regge l’economia globale dell’AI.

Il superciclo e le sue ombre

Samsung Electronics ha registrato nel primo trimestre del 2026 un utile operativo di circa 38 miliardi di dollari, con un incremento del 755% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il fatturato trimestrale ha superato per la prima volta i 90 miliardi di dollari. Sono numeri che diversi analisti finanziari definiscono parte di un “superciclo dei semiconduttori senza precedenti”, alimentato dalla domanda insaziabile di chip di memoria per i data center dell’intelligenza artificiale. Samsung e la sua rivale sudcoreana SK Hynix controllano insieme la stragrande maggioranza del mercato globale della HBM, la memoria ad alta larghezza di banda che è diventata il componente critico dei processori AI di Nvidia e di altre aziende. La domanda di chip di memoria per l’intelligenza artificiale cresce a un ritmo che i produttori non riescono a seguire, nonostante i massicci piani di espansione degli impianti. La carenza di offerta, secondo diverse stime, si protrarrà almeno fino al 2027 o 2028.

Questi risultati record mascherano tuttavia fragilità strutturali. Samsung è arrivata al superciclo dopo una fase di grave difficoltà, durante la quale ha accumulato ritardi rispetto a SK Hynix nella produzione di chip HBM per Nvidia, al punto che il suo stesso amministratore delegato aveva dovuto scusarsi pubblicamente nel 2025. Il rimbalzo attuale dipende in larga misura dall’impennata dei prezzi della memoria convenzionale, quella che si usa nei computer e nelle automobili, la cui offerta si è ridotta proprio perché i produttori hanno concentrato gli impianti sulla HBM più redditizia. Il Financial Times ha descritto Samsung come il “fortunato ripiego”, cioè il fornitore a cui i clienti si rivolgono quando i chip del produttore di punta non sono disponibili. Il margine operativo di Samsung resta circa dieci punti percentuali sotto quello della connazionale SK Hynix e dell’americana Micron, il terzo grande produttore mondiale. La sua divisione fonderia (il settore della produzione di chip su commissione, nel quale il concorrente di riferimento è la taiwanese TSMC) continua a operare in perdita, e il divario tecnologico con TSMC si sta allargando. Samsung sta concentrando i propri sforzi nella produzione in serie del nodo a 2 nanometri (la misura che indica la dimensione dei transistor e, indirettamente, il livello di sofisticazione del chip), mentre TSMC marcia già verso il nodo a 1 nanometro.

La vertenza: dalle prime rivendicazioni all’accordo provvisorio

Samsung non ha avuto un sindacato per quasi 50 anni dalla sua fondazione. La politica antisindacale dell’azienda non si è mai limitata a un’ostilità generica, ma è sempre stata pianificata in modo capillare. Nel 2012 sono emerse circa 7.000 pagine di documenti interni che descrivevano nel dettaglio le strategie aziendali per soffocare alla nascita qualsiasi tentativo di organizzazione collettiva: sorveglianza quotidiana dei potenziali iscritti, raccolta sistematica di informazioni personali (debiti, stato di salute dei familiari, frequentazioni), licenziamento dei lavoratori più attivi, liste nere per impedirne la riassunzione, uso della polizia per ottenere arresti. In seguito alla scoperta di quei documenti sono state arrestate sette persone, incluso il presidente di Samsung Electronics Service. La Corea del Sud veniva chiamata, in quegli anni, la “Repubblica Samsung”, un termine che lascia intendere con chiarezza l’influenza esercitata dal conglomerato sulle istituzioni del paese. Lo stesso presidente Roh Moo-hyun aveva dovuto ammettere che il potere di Samsung era superiore a quello del governo.

La prima breccia in questo sistema si è aperta nel 2013, quando circa un migliaio di tecnici riparatori di Samsung Electronics Service, una controllata di Samsung Electronics che gestiva i centri di assistenza in tutto il paese, si sono sindacalizzati. La reazione dell’azienda è stata violenta: chiusura di centri di assistenza, licenziamento di oltre cento lavoratori, pressioni continue. Due lavoratori si sono tolti la vita durante la vertenza, e la polizia è arrivata a fare irruzione in una camera ardente per sequestrare il corpo di uno di loro. Lo sciopero che ne è seguito, durato 50 giorni con un migliaio di lavoratori accampati davanti alla sede del gruppo Samsung a Seul, si è concluso con risultati limitati. Ma l’effetto a catena è stato decisivo, come ricostruisce l’Asian Labour Review. La lotta dei tecnici riparatori ha stimolato la nascita di sindacati nel reparto vendite di Samsung Electronics, poi nei servizi di riparazione di LG Electronics, e progressivamente in altre società del gruppo. Quando Samsung ha annunciato nel 2018 la fine ufficiale della propria politica antisindacale, i sindacati si sono moltiplicati, e decine di migliaia di lavoratori degli stabilimenti produttivi hanno cominciato a iscriversi. È una genealogia che connette direttamente quella prima vertenza all’esplosione sindacale attuale.

Il primo sciopero della storia di Samsung Electronics (distinta dalla controllata Service) si è tenuto nel 2024 ed è stato affrontato dal management con una campagna mediatica aggressiva, accompagnata da tattiche per dividere i lavoratori dei diversi reparti. Da quel momento la sindacalizzazione ha però registrato un’ulteriore accelerazione, passando da circa 32.000 iscritti a oltre 90.000, pari a più del 70% dei dipendenti Samsung in Corea del Sud, con un tasso di adesione nella divisione semiconduttori che supera l’80%. Il sindacato di maggioranza ha annunciato nell’aprile scorso l’obiettivo di raggiungere i due terzi degli iscritti per ottenere lo union shop, il meccanismo per cui l’adesione al sindacato diventa obbligatoria per tutti i dipendenti. Tre organizzazioni sindacali hanno formato nel novembre 2025 un fronte unitario per la contrattazione collettiva.

Al centro della vertenza c’è il sistema di incentivi legati alla performance, che prevede un tetto ai bonus pari al 50% dello stipendio annuo. Un tetto che viene applicato ai lavoratori ma che per i dirigenti non esiste. I sindacati chiedono l’abolizione di questo limite e l’istituzionalizzazione permanente di un bonus calcolato con criteri trasparenti su una percentuale fissa dell’utile operativo. Il termine di confronto costante è un altro gigante della tech sudcoreana, SK Hynix, che nel 2025 ha abolito il proprio tetto e ha concordato con il sindacato un bonus pari al 10% dell’utile operativo per i prossimi dieci anni. Il divario retributivo tra le due aziende è diventato enorme, e SK Hynix ha non a caso superato Samsung nei sondaggi come datore di lavoro preferito dai neolaureati coreani.

I negoziati, avviati nel novembre 2025, sono falliti ripetutamente. La mobilitazione è stata massiccia. Il 23 aprile circa 40.000 lavoratori hanno partecipato al più grande raduno nella storia di Samsung presso lo stabilimento di Pyeongtaek, a sud di Seul. Il 93,1% degli iscritti ha votato a favore dello sciopero. Maratone negoziali mediate dalla National Labor Relations Commission, con sessioni di 11 e 17 ore, sono fallite a metà maggio. Lo sciopero di 18 giorni è stato formalmente indetto a partire dal 21 maggio, con 48.000 adesioni dichiarate. Come già accennato, ieri 20 maggio, dopo un’ulteriore sessione alla presenza del ministro del Lavoro, le parti hanno raggiunto un accordo provvisorio che sospende lo sciopero in attesa della ratifica da parte degli iscritti al sindacato. L’accordo prevede un sistema di bonus legato a indicatori di performance della divisione semiconduttori, con durata decennale, ma l’esito della votazione è tutt’altro che scontato.

La frattura interna e la retorica delle “richieste eccessive”

L’aspetto più significativo della vicenda Samsung va oltre la contrattazione salariale. La vertenza ha fatto emergere una frattura interna all’azienda e ha innescato un dibattito sulla distribuzione degli utili generati dal boom dell’intelligenza artificiale che investe l’intera società sudcoreana e che è destinato a riproporsi ovunque l’economia dell’AI generi concentrazioni analoghe di profitti. Se il dibattito emerge prima in Corea del Sud è perché il paese è allo stesso tempo un laboratorio avanzato della tecnologia dei semiconduttori e una società con una tradizione di sindacalismo industriale combattivo, una combinazione che altrove non si è ancora manifestata con la stessa intensità.

La linea frattura interna riguarda due anime diverse di Samsung. Circa l’80% degli iscritti al sindacato lavora nella divisione semiconduttori (denominata Device Solutions, DS), che genera la quasi totalità dei profitti. La divisione che produce smartphone, televisori ed elettrodomestici (Device eXperience, DX) è invece in difficoltà, con domanda stagnante e costi dei componenti in aumento per via degli stessi prezzi dei chip che arricchiscono la divisione DS. Samsung ha finora sempre operato in base a una filosofia “One Samsung” in cui le divisioni cooperano piuttosto che competere tra loro, ma un sistema di bonus agganciato all’utile operativo di ciascuna divisione metterebbe in tensione questo principio, perché premierebbe in modo sproporzionato chi lavora nel settore più redditizio. Un sindacato minore con iscritti prevalentemente nella DX si è ritirato dallo sciopero unitario, e durante le trattative del 20 maggio i lavoratori DX hanno protestato perché le loro richieste erano state ignorate. Alcuni hanno perfino chiesto un’ingiunzione per sospendere i negoziati. Analisti citati dal Financial Times ipotizzano che il futuro potrebbe portare a uno scorporo o a una semi-autonomia della divisione semiconduttori, con un proprio sistema retributivo. La copertura mediatica conservatrice ha amplificato questa frattura, presentando le fuoriuscite dal sindacato come segno di un “fronte che crolla”. Secondo fonti vicine al movimento sindacale, le defezioni (circa 4.000 su quasi 90.000 iscritti) dipendono invece in buona parte dalla decisione di introdurre la trattenuta automatica dei contributi sindacali dalla busta paga, una misura che rende visibili all’azienda i nomi degli iscritti al sindacato. I lavoratori DX, che nei loro reparti sono minoranza, temono ritorsioni.

Il dibattito pubblico è stato dominato da una cornice interpretativa ricorrente. I media conservatori e, con toni più moderati, anche il governo di centro-sinistra del presidente Lee Jae-myung hanno presentato le richieste dei lavoratori Samsung come “eccessive” e potenzialmente dannose per la competitività e gli investimenti futuri dell’economia nazionale. I semiconduttori rappresentano circa il 38% delle esportazioni sudcoreane e la Banca di Corea stima che metà della crescita del PIL nel primo trimestre sia attribuibile al settore. Samsung e SK Hynix potrebbero registrare insieme circa 400 miliardi di dollari di utile operativo nel 2026, equivalente a quasi un quarto del PIL coreano. Le richieste dei lavoratori, si argomenta, rischierebbero di erodere le risorse per la ricerca e la capacità di investimento, in un momento in cui i rivali cinesi stanno accelerando e l’alleanza Taiwan-Giappone-Stati Uniti nel settore dei semiconduttori si sta consolidando. Il superciclo, ammoniscono gli editoriali, non durerà per sempre.

Queste argomentazioni hanno un fondamento nella realtà dei cicli industriali, ma la prospettiva da cui muovono è profondamente asimmetrica. Ed è qui che la lettura offerta dalle fonti più vicine al movimento operaio sudcoreano cambia radicalmente i termini del discorso.

Chi paga, chi incassa

Il tetto ai bonus di cui si è detto, vale la pena ricordarlo, si applica ai lavoratori ma non ai dirigenti. Nel 2023, quando Samsung era in perdita, i bonus dei lavoratori sono scesi a zero e gli stipendi sono stati tagliati pesantemente. I dirigenti, nello stesso periodo, hanno continuato a percepire compensi miliardari. Il rapporto tra la retribuzione dei dirigenti e quella dei dipendenti è salito nel 2025 a 52,5 volte, rispetto alle 44,1 dell’anno precedente. Quando Samsung non ha pagato un centesimo di imposta sul reddito d’impresa per due anni consecutivi a causa delle perdite, i dividendi agli azionisti sono continuati senza che nessun editorialista parlasse di “festa dei dividendi” o di “avidità degli azionisti”. Lee Jae-yong, il presidente di Samsung, ha incassato nel solo anno precedente circa 2,7 miliardi di dollari in dividendi sulla sua quota di azioni dell’azienda.

Denunciare le richieste dei lavoratori come “eccessive” mentre si tacciono i compensi dei dirigenti e i dividendi del presidente rivela la posizione di classe di chi formula la critica. Samsung ha stanziato circa 75 miliardi di dollari per investimenti nel 2026. Destinare una quota dell’utile ai bonus dei lavoratori non impedisce gli investimenti, esattamente come non li impediscono i dividendi. I lavoratori chiedono il 15% dell’utile operativo, il restante 85% resta a disposizione dell’azienda per investimenti e dividendi.

La posizione del governo conferma questa asimmetria. Il presidente Lee Jae-myung, esponente del centro-sinistra, ha dichiarato alla vigilia della festa del lavoro che “alcuni lavoratori organizzati avanzano richieste eccessive solo per il proprio tornaconto”, provocando la reazione immediata dei sindacati. Il ministro dell’Industria ha sostenuto che “i profitti di Samsung non appartengono solo al lavoro e al management”, un’affermazione che nessuno aveva formulato quando quei profitti venivano distribuiti sotto forma di dividendi miliardari. La destra coreana si oppone allo sciopero per principio ideologico e il centro-sinistra, con toni più moderati, perché lo sciopero complica la propria agenda economica. Nel contesto della crisi globale conseguente alla guerra Usa contro l’Iran, il governo punta a contenere il conflitto sociale e a presentarsi come garante della stabilità. Il risultato è che i lavoratori si trovano sotto pressione da ogni direzione politica.

L’argomentazione secondo cui gli aumenti salariali nelle grandi aziende danneggerebbero i lavoratori precari e in subappalto è un altro pilastro della narrazione dominante, trasversale allo schieramento politico. Fonti della sinistra coreana, in particolare Workers’ Solidarity, sostengono il contrario. Quando SK Hynix ha ottenuto l’abolizione del tetto ai bonus nel 2025, tale risultato ha stimolato la lotta dei lavoratori Samsung ma ha anche spinto i lavoratori in subappalto della stessa Hynix a chiedere la condivisione dei profitti. Gli aumenti salariali nelle grandi imprese creano un punto di riferimento che spinge verso l’alto le rivendicazioni dell’intero sistema. I media conservatori lo ammettono involontariamente quando si lamentano che la lotta Samsung stia “contagiando” le aziende fornitrici e altri settori, dalla cantieristica navale all’industria automobilistica.

E in effetti il contagio è già in corso. All’indomani dell’accordo provvisorio, i sindacati di Hyundai Motor e Kia hanno chiesto bonus pari al 30% dell’utile netto e quelli di HD Hyundai Heavy Industries hanno avanzato la stessa richiesta estendendola ai lavoratori in subappalto e ai lavoratori migranti. Contemporaneamente sei affiliate di Kakao, il conglomerato tecnologico che controlla la piattaforma di messaggistica e pagamenti digitali dominante in Corea del Sud, hanno proclamato lo sciopero. Perfino Samsung Biologics, la controllata farmaceutica del gruppo, è alle prese con una vertenza sui bonus. La Korea Enterprises Federation, l’organizzazione degli imprenditori, ha chiesto che l’accordo Samsung non venga trattato come un precedente universale, confermando implicitamente che è esattamente così che i sindacati lo stanno usando. Nella prospettiva di chi analizza queste dinamiche dal punto di vista dei lavoratori, è proprio questo “contagio” che andrebbe sostenuto: la coscienza di classe si sviluppa nel corso della lotta, non prima, e un sindacato appena nato che organizza lavoratori alla loro prima esperienza di mobilitazione non può essere giudicato con il metro di chi vorrebbe rivendicazioni universali a priori.

La critica della teoria del “salario monopolistico”, secondo cui i lavoratori delle grandi imprese sarebbero un’”aristocrazia operaia” che beneficia dell’extraprofitto a scapito dei precari, è particolarmente pertinente nel caso Samsung. Nell’economia globalizzata nessuna impresa gode di profitti monopolistici stabili, come dimostra il crollo di Samsung nel 2023, quando SK Hynix l’ha scavalcata nella HBM. I salari relativamente alti dei lavoratori Samsung riflettono la maggiore produttività del lavoro, non la sottrazione di risorse ai subappaltati. Se i lavoratori Samsung rinunciassero ai propri bonus, i beneficiari sarebbero l’azienda e i suoi azionisti, non i precari della catena di fornitura.

Il contesto globale: supply chain e precedenti pericolosi

Se lo sciopero si fosse materializzato nella sua forma piena, le conseguenze avrebbero investito l’intera catena del valore globale. Il solo raduno del 23 aprile, che non è stato nemmeno uno sciopero formale, ha provocato un calo del 58% della produzione nella fonderia e del 18% nella produzione di memorie, dimostrando in concreto la capacità dei lavoratori di incidere sulla produzione. Le stime delle perdite potenziali di uno sciopero completo sono salite fino a circa 66 miliardi di dollari per i 18 giorni originariamente previsti, con circa 660 milioni di dollari al giorno. Apple e HP hanno contattato Samsung per valutare piani di emergenza, e HP starebbe considerando il produttore cinese ChangXin Memory Technologies come fornitore alternativo di memorie DRAM. La Camera di Commercio Americana in Corea ha avvertito che un’interruzione della produzione Samsung avrebbe accelerato la diversificazione delle catene di fornitura, aprendo spazi ai rivali cinesi e taiwanesi. Sono circolate perfino voci secondo cui Nvidia avrebbe potuto rifiutare i chip prodotti durante il periodo di sciopero, nel timore di problemi di qualità legati al funzionamento con personale ridotto.

La risposta del governo e della magistratura ha sollevato altre questioni che vanno ben oltre il caso Samsung. Il tribunale distrettuale di Suwon ha emesso il 18 maggio un’ingiunzione che impone il mantenimento di livelli di personale normali per le operazioni di sicurezza e prevenzione del deterioramento durante uno sciopero, vieta l’occupazione o il blocco degli stabilimenti e proibisce di impedire l’ingresso ai lavoratori che non scioperano, con una multa di circa 74.000 dollari al giorno in caso di violazione. L’insieme di queste restrizioni limita di fatto la portata di qualsiasi azione di sciopero. Avvocati del lavoro hanno definito la sentenza inusuale per la sua portata restrittiva e potenzialmente in grado di ridurre significativamente il potere negoziale dei sindacati dell’intero settore manifatturiero. Come se non bastasse, il primo ministro Kim Min-seok ha dichiarato il giorno stesso che il governo era pronto a invocare l’arbitrato d’emergenza, uno strumento che sospende immediatamente lo sciopero per 30 giorni e obbliga le parti ad accettare il piano di mediazione senza possibilità di appello. Si tratta di un dispositivo usato solo quattro volte nella storia sudcoreana, l’ultima delle quali nel 2005. Le due principali confederazioni sindacali del paese lo hanno denunciato come una violazione dei diritti costituzionali dei lavoratori. Il sindacato Samsung ha sintetizzato la questione in modo efficace, secondo quanto riportato dal Financial Times: “Il governo è un mediatore o il portavoce di Samsung? La logica usata oggi contro i lavoratori Samsung potrebbe domani essere rivolta contro tutti i lavoratori dell’industria manifatturiera”.

Il modello Taiwan e il contesto regionale

Un contrappunto significativo emerge dal confronto con Taiwan. TSMC, il più grande produttore mondiale di chip su commissione, opera senza sindacato. La stabilità della sua forza lavoro si fonda su compensi elevati e su un sistema di profit-sharing con bonus trimestrali, combinati con un’alta mobilità individuale. Il fondatore di TSMC ha più volte sostenuto che l’assenza di sindacati sia uno dei motivi del successo del settore tecnologico. È un modello influenzato dalla Silicon Valley, fondato su incentivi individuali e su un mercato del lavoro in cui tecnici e ingegneri sono scarsissimi, il che sposta il potere contrattuale dal collettivo al singolo lavoratore. Anche le grandi aziende tecnologiche americane, da Nvidia a Meta, utilizzano prevalentemente pacchetti azionari con maturazione pluriennale piuttosto che bonus legati a una quota fissa dell’utile. Sono modelli diversi da quello sudcoreano, dove il sindacalismo nel settore industriale ha radici storiche più profonde e dove Samsung ha rappresentato per decenni l’eccezione antisindacale.

La vertenza si inserisce inoltre in un contesto regionale segnato dalla competizione tecnologica. I rivali cinesi, sostenuti da investimenti statali massicci, stanno accelerando nel settore della memoria, e il già menzionato consolidamento dell’asse Taiwan-Giappone-Stati Uniti nei semiconduttori ridisegna le alleanze industriali. La crisi energetica provocata dalla guerra contro l’Iran aggiunge un ulteriore livello di instabilità. La carenza di elio e gas speciali, oltre che di derivati del petrolio, minaccia le stesse linee produttive dei semiconduttori, mentre in Corea del Sud diversi settori industriali, dalla petrolchimica alle costruzioni, rischiano lo shutdown e l’inflazione erode i salari reali. La repressione delle mobilitazioni operaie nell’industria della logistica sudcoreana, che nei mesi precedenti aveva provocato la morte di un sindacalista dei trasporti durante lo sgombero di un blocco delle consegne, segnala un clima in cui la risposta delle autorità alla conflittualità sindacale è diventata più dura. È un contesto in cui la pressione sui lavoratori aumenta da più direzioni contemporaneamente, il che rende le rivendicazioni più urgenti e la tentazione di comprimerle per “ragioni di stato” più forte.

Lo sciopero sospeso, la questione aperta

L’accordo provvisorio del 20 maggio ha evitato, per il momento, lo scenario più temuto dal mondo padronale. Il sindacato ha ottenuto un sistema di bonus istituzionalizzato e decennale legato ai risultati della divisione semiconduttori, anche se inferiore alle richieste iniziali e pagato in azioni anziché in contanti. La votazione della base sindacale determinerà se l’accordo reggerà o se la vertenza riaprirà un ciclo di mobilitazione. Qualunque sia l’esito, la crisi ha già prodotto effetti che trascendono la singola azienda. Ha mostrato che nel cuore del superciclo dei semiconduttori, nell’industria che più di ogni altra incarna la narrazione dell’innovazione tecnologica, permangono le dinamiche classiche del conflitto tra capitale e lavoro. La risposta istituzionale, dalla sentenza del tribunale alla minaccia dell’arbitrato d’emergenza, ha messo in chiaro che quando la posta in gioco è abbastanza alta, gli strumenti a disposizione dello stato vengono mobilitati a protezione della produzione e del profitto. L’esplosione sindacale in un’azienda che per mezzo secolo non aveva tollerato l’organizzazione dei lavoratori, e la determinazione di decine di migliaia di operai e tecnici a sfidare la pressione combinata del management, dei media e del governo, costituiscono un fatto politico di rilievo per l’intera Asia orientale, e non solo.


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