Sui quotidiani italiani si parla di Alexandria Ocasio-Cortez come di colei che ha fermato il progetto. La verità è che questo tipo di progetti vengono spesso avversati dalle comunità locali e che a NYC le campagna grassroots funzionano bene. La visibilità di Ocasio ha fatto senza dubbio da megafono. E la rinuncia è una grande vittoria per i liberal (e i “socialisti”) e per la rappresentante eletta di New York.

Dopo le proteste e l’avvio di una campagna che puntava a impedire che Amazon ponesse il suo Quartier Generale numero 2 a Long Island City, nel Queens, a New York City, il colosso del “ti vendo tutto quel che vuoi e te lo porto a casa” ha deciso che farà un passo indietro. Non sappiamo dove metterà il suo nuovo HQ. Sappiamo che il terzo sarà in Virginia, nei suburbs di Washington DC.

I commenti italiani si soffermano molto sulla follia di rinunciare a 25mila posti di lavoro e a un mega investimento nella tua città. Immaginate se a Roma qualcuno offrisse di portare non 25mila ma 5mila nuovi posti? È davvero una follia rinunciare a un investimento da 5 miliardi di dollari? È possibile paragonare una scelta simile a quella di chi protesta contro la TAV (un tema complicato e non univoco neppure quello, a dire il vero)?

Probabilmente no. Provo a spiegare: il tasso di disoccupazione a NYC è di poco sopra al 4% e ad essere disoccupati sono soprattutto appartenenti alle minoranze poco qualificati. L’investimento del gruppo guidato da Bezos avrebbe occupato soprattutto personale qualificato e ben pagato, persone pronte a trasferirsi nella città e pronte a spendere una parte consistente degli alti salari ricevuti nei ristoranti o per comprare/affittare case a Long Island City e dintorni. Conseguenze? Aumento del prezzo del metro quadro (già insostenibile per i non ricchi) e apertura di qualche nuovo ristorante, bar, servizi di pulizia, ecc.

Il Watchdog Good Jobs raccoglie i dati sui sussidi federali, statali e locali alle grandi imprese affinché queste investano sui loro territori (o investano in generale nel caso dei fondi federali). Bene, nel 2018 gli Stati e le città Usa hanno garantito tagli di tasse, sussidi, incentivi per 9,944 miliardi alle imprese. New York City ne ha promessi 3,5. Da quando Good Jobs fa questo lavoro, i programmi finanziati dal pubblico sono stati 607mila, 386mila dei quali da enti locali di vario ordine e grado. Un esempio tra gli altri: uno studio di 60 prigioni private costruite prima del 2001 ha rilevato che il 73% tra queste hanno ottenuto sgravi e sussidi di vario ordine e grado.

Oltre ai tagli delle tasse c’è il credito agevolato e c’è l’investimento pubblico nelle infrastrutture necessarie a rendere utilizzabile lo spazio urbano modificato dalla presenza di un nuovo quartier generale (a New York l’investimento previsto era 2 miliardi). Per queste ragioni ogni posto di lavoro a New York sarebbe costato alle casse pubbliche 48mila dollari.

Vale la pena spendere così per creare lavoro? Potrebbe in situazioni diverse da quelle di NYC. Ma forse no. Spesso l’impatto in termini occupazionali non è particolarmente alto e altrettanto spesso gli Stati perdono risorse che servono a fare altro. Nell’anno fiscale 2017 le scuole pubbliche hanno perso 1,8 miliardi di dollari in 28 stati per via degli incentivi fiscali aziendali. Il costo dei benefici, del resto, è molto più alto di quanto non si spenda per i programmi di welfare pubblico federali.

I 10 stati più colpiti avrebbero potuto assumere più di 28.000 nuovi insegnanti dice ancora un rapporto di Good Jobs First. Ricordiamolo: in West Virginia, Los Angeles, Colorado e molti altri Stati gli insegnanti sono in sciopero o hanno scioperato proprio per mancanza di risorse (non solo per gli aumenti).

È una sconfitta questa per New York City? Sembra davvero di no. Il tema forse dovrebbe essere un altro: Nel 2018 Amazon ha pagato -1% di tasse per profitti da 11,2 miliardi di dollari. Tassare un po’ questi colossi immani e i loro manager strapagati non ha nulla a che vedere con il socialismo, si chiama normalità.

Fonte: Medium.com

*giornalista, si occupa di politica e società italiana ma soprattutto di Stati Uniti, dove ha vissuto e su cui ha scritto due libri (con M. Diletti e M. Toaldo, Come cambia L’America. Politica e società al tempo di Obama, edizioni dell’asino, 2009 e, con G, Borgognone, Tea Party. La rivolta populista e la destra americana, Marsilio, 2012). Prima di fare il giornalista ha fatto il ricercatore, occupandosi di immigrazione e lavoro. Lo potete seguire su TwItter

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