Stasera, giusto per “ricordare”, mi sono visto il film “Operazione Anthropoid”. Un film del 2016, inglese, che ricorda gli eroici combattenti antifascisti cecoslovacchi che, nel maggio del 1942, giustiziarono Reinhard Heydrich, “il boia di Praga”, uno dei più alti gerarchi nazisti, colpevole di decine di migliaia di omicidi di innocenti cittadini cecoslovacchi (tra cui, ovviamente, moltissimi ebrei). La sua morte fu pagata con la distruzione del villaggio di Lidice e con l’assassinio di circa 5.000 ostaggi cecoslovacchi. Visto che si avvicina (mancano 10 giorni) lo sciagurato “giorno del ricordo” a senso unico (quello stabilito dal governo di destra nel 2004), in cui fascisti e nazionalisti italiani ricorderanno le centinaia di fascisti giustiziati dai partigiani di Tito durante la liberazione della Jugoslavia (in particolare nelle zone occupate dall’Italia nel 1918 e 1941), facendo dei carnefici sconfitti le “vittime” della “barbarie slavo-comunista” vittoriosa, ho pensato di fare come Mitridate: assumere un po’ di veleno giorno dopo giorno per arrivare al fatidico 10 febbraio relativamente indenne. Per cui sto facendo quasi indigestione di Resistenza, nazifascismo, ecc. La foto che vedete è una delle tante che ritraggono soldati italiani e/o camicie nere mentre fanno scavare la fossa a dei civili jugoslavi prima di fucilarli. Non si saprà mai esattamente, temo, il numero di cittadini jugoslavi assassinati dai fascisti e dal “regio esercito”. Gli storici jugoslavi parlano di circa mezzo milione, ma la cifra è discutibile per vari motivi. Innanzitutto non sempre è facile attribuire responsabilità negli omicidi, negli stupri, nelle violenze quotidiane di un esercito invasore, quando nelle stesse zone agivano i fascisti croati (i famigerati “Ustascia”), i monarchici serbi (gli altrettanto famigerati “cetnici”), le SS bosniache, ecc. E poi c’è sempre la possibilità di esagerazioni “pro domo sua”. Gli “storici” fascisti (se la parola ha un senso) danno cifre, per i morti italiani durante la liberazione (i cosiddetti “infoibati”) che vanno dai 2.000 ai 10.000. In grandissima parte fascisti, probabilmente non tutti responsabili di atrocità (anche tra i fascisti ci sono variabili individuali, per fortuna). E forse anche qualcuno non fascista, ma semplicemente implicato in qualche modo nell’occupazione italiana post-1918 (Venezia Giulia) e post 1941 (Slovenia occidentale, Dalmazia e Montenegro). Se ammettiamo le cifre massime da entrambe le parti, resta il fatto che i caduti jugoslavi superano di 50 (cinquanta!) volte gli “infoibati”. L’articolo che pubblicammo due anni fa (“Chi ha infoibato chi”) è molto particolareggiato in proposito, ed io non voglio rubare il mestiere agli storici. Mi accontento di riflettere sulle cifre che girano, e sul fatto, che balza agli occhi per chiunque non sia avvelenato da preconcetti al limite del razzismo, che non erano gli jugoslavi ad occupare terre italiane, ma viceversa. E non mi riferisco solo all’occupazione post 1941 (sulla quale persino gli storici fascisti mantengono un imbarazzato silenzio), ma anche alla maggior parte dei territori sottratti all’Austria-Ungheria dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale. Territori in cui era presente una grossa minoranza italiana (vedasi le statistiche austriache del 1913) ma che, appunto, restava minoranza, soprattutto nelle campagne, di fronte alla maggioranza slava (slovena e croata), sommata alle altre piccole minoranze presuntamente “anti-italiane” (tedeschi, istro-rumeni, ecc.). Una “minoranza” che fu proclamata maggioranza dai Savoia, dopo il 4 novembre. E i governi italiani, soprattutto dopo il 1922 ma non solo, fecero di tutto per “snazionalizzare” gli slavi del “confine orientale”. Col terrore, se necessario. E ciò molto prima dell’invasione italiana (e tedesca, ungherese e bulgara) del 1941. Questo non vuol dire che le rappresaglie in risposta al terrore fascista anti-slavo fossero tutte giustificate ed esenti da violenze gratuite. Un’oppressione di oltre 20 anni, seguita da una guerra di 4 anni, fatta senza esclusione di colpi, non prepara certo le persone alla tolleranza ed al libero dibattito democratico. Se poi aggiungiamo il fatto che il livello politico e culturale delle grandi masse contadine che seguirono Tito nella lotta di liberazione era, ovviamente, piuttosto limitato (e la stessa formazione stalinista di Tito e dei quadri del PCJ, le poche persone con una formazione più o meno “marxista”, quindi teoricamente esente da ogni nazionalismo anti-italiano, non era certo un buon viatico in tal senso) possiamo capire, se non giustificare, la rabbia popolare che non sempre riusciva a distinguere il fascista dall’italiano (visto comunque come “invasore”). Mio padre, che combatté con i partigiani jugoslavi nel “Battaglione Antonio Gramsci” (Isole di Lissa e Lesina – Vis e Hvar in serbo-croato) nel 1944-45, mi raccontava aneddoti sulla rozzezza dei suoi compagni di lotta jugoslavi (che, spesso, quando erano un po’ brilli, se la prendevano con i compagni del battaglione italiano, appunto in quanto italiani) e sulla determinazione (che a volte sconfinava nella ferocia) con cui combattevano questi giovani contadini a cui fascisti e truppe italiane avevano ucciso familiari, bruciata la casa, ecc. E dunque, se pure è vero che “oltre il rogo non vive l’ira nemica”, cerchiamo di rimettere le cose al posto giusto, evitando di permettere questo revanscismo nazional-fascista che specula su morti, profughi ed esuli che proprio la guerra d’aggressione monarchico-fascista aveva causato. Gli eredi di coloro che hanno aggredito, invaso, torturato, ucciso abbiano almeno la decenza di tacere, in rispettoso silenzio, di fronte all’immane tragedia, ritirandosi in buon ordine nell’ombra in cui la Storia li aveva relegati.

Flavio Guidi

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