Il bellissimo intervento di Antonio Moscato, postato da Claudio qualche ora fa, mi spinge a dire ancora la mia sul cosiddetto “campismo”. Anche perché mi capita, ultimamente, sulla questione del Venezuela, di essere accusato da alcuni compagni di essere eccessivamente indulgente verso alcune posizioni “campiste” (ma il 90% delle critiche mi viene proprio dai settori campisti, prova del mio internazionalismo a 360°). Bene fa il compagno Moscato a rifiutarsi di rispondere ai mentecatti che l’accusano di essere “oggettivamente” (sento uno strano prurito alla nuca!) a fianco dell’imperialismo USA.  Con gente di questo tipo è difficile discutere. Hanno una mentalità molto simile a quella dei fanatici religiosi: solo che al posto della Bibbia o del Corano hanno introiettato una specie di breviario anti-americano, per cui anche solo l’accento yankee gli fa scattare quel non so che…. Ovviamente il marxismo non ha nulla a che fare con questi personaggi. Più probabile che sia la psicanalisi a poter correre in loro soccorso. Detto questo, è indubbio che atteggiamenti più o meno campisti siano diffusissimi a sinistra. E hanno qualche riflesso persino nelle nostre file, quelle internazionaliste. Sulle motivazioni, lontane e vicine, ho già detto il mio parere in altri articoli, presenti nel blog, e non ci ritornerò. Credo però che stigmatizzare queste posizioni con un atteggiamento di sufficienza, come a volte traspare in alcuni nostri interventi, sia sbagliato e controproducente. Innanzitutto c’è campismo e campismo. C’è il campismo rossobruno, anti-occidentale, per così dire, “da destra”, figlio della cultura fascista o semifascista e del pensiero reazionario anti-liberale che affonda le sue radici addirittura nella reazione contro l’Illuminismo e la Rivoluzione francese. E con questi non ho nessuna voglia di discutere, tanto sono all’opposto del mio pensiero (figlio, come tutto il pensiero socialista, marxista o anarchico, della grande stagione illuministica). Un po’ diverso è il caso dei “campisti di sinistra” il cui rozzo ragionamento di base è “il nemico del mio nemico (principale, Mao docet) è mio amico”. Per costoro vanno bene non solo i Maduro e gli Ortega, ma pure i Putin e i nordcoreani, e persino i tiranni reazionari tipo Assad, Gheddafi o gli ayatollah iraniani. In questi “compagni” c’è spesso una punta di “rossobrunismo”, ma si definiscono senza dubbio “di sinistra” (e spesso si sentono dei “rivoluzionari”). Anche con costoro il dialogo è molto difficile (anche se non lo escludo a priori), vista la pochezza delle argomentazioni, una certa ottusità diffusa e la tendenza a scagliare anatemi su chi non si allinea al loro delirio. Sono stati “freddi” (per usare un eufemismo) persino verso la lotta dei compagni curdi del Rojava, colpevoli, a loro dire, di accettare gli aiuti militari da parte del “demonio” (l’imperialismo USA). Esiste poi un “campismo” più sofisticato (spesso sono compagni di Rifondazione o di altre organizzazioni della sinistra, compresi insospettabili militanti di molti centri sociali) che non apprezza certo i tiranni di destra come Assad, Putin o gli ayatollah, ma tende a scattare sull’attenti appena il “tiranno” (come nel caso di Ortega) può vantare un pedigree “di sinistra” (sorvolando sull’involuzione terribile subita dal personaggio in questione nell’ultimo quarto di secolo) e magari si fa fotografare agitando un improbabile pugno chiuso e facendo ogni tanto discorsetti da “socialismo della domenica”. Con questi compagni il dialogo è non solo utile, ma necessario. Quelli di loro più aperti e preparati sono persino disposti a riconoscere gli aspetti più negativi degli Ortega, dei Maduro, ecc. (e persino ad accettare l’idea che, soprattutto il primo, ha molto poco ormai di sinistra) ma sostengono che, di fronte all’aggressione imperialista (vera nel caso di Maduro, molto meno in quella di Ortega, che sulla strada della corruzione e degenerazione clientelare-borghese precede di mille miglia l’uomo di Caracas) sia meglio tacere le critiche e fare “fronte comune”. Una parte di questo ragionamento mi sembra accettabile: non quella di tacere le critiche, anche dure, ma quella, per lo meno in certe situazioni (come il Venezuela attuale), di fare una specie di fronte tattico. Mi spiego meglio. Se in Venezuela ci fosse un intervento militare da parte degli USA (o, supponiamo, di mercenari colombiani o brasiliani) contro Maduro, cosa dovremmo fare (e soprattutto cosa dovrebbero fare i nostri compagni di Marea Socialista ed in generale i “chavisti critici” o “autentici”)? Siamo tutti d’accordo, credo: schierarci contro l’intervento imperialista, diretto o indiretto! Ma questo non significherebbe forse trovarci a combattere (ed in Venezuela nel senso letterale del termine) accanto ai “maduristi”? Non credo che in uno scontro di tali proporzioni ci sarebbe troppo posto per i distinguo o per una politica di “né con gli imperialisti, né con la boliburguesìa madurista. Ovvio che non è una situazione auspicabile, perché significherebbe (come è accaduto, mutatis mutandis, durante la seconda guerra mondiale) in un caso il rafforzamento dell’imperialismo e della destra reazionaria, nell’altro il rafforzamento dei settori burocratico-borghesi più o meno contrapposti all’imperialismo USA, visti come unico argine credibile all’ondata reazionaria e fascistoide che minaccia di travolgere la civiltà. Certo, dal punto di vista ideale sarebbe bello poter costruire un “terzo polo”, coerentemente rivoluzionario ed internazionalista, capace di combattere “in proprio”, alternativo sia alla destra filo-imperialista occidentale sia alla pseudo-sinistra burocratica e moderata (quasi sempre amica degli “altri” imperalisti, quelli di Mosca e/o Pechino). Ma, purtroppo, queste non sono le condizioni attuali. Come non lo erano nel ’41, quando ci trovammo a lottare a fianco del boia Stalin (che ricompensò la nostra generosità con altre fucilazioni) contro le orde hitleriane! Certo, Guaidò non è Hitler (né come potenziale di distruzione della civiltà umana, né come idee politiche), e non lo è neppure Trump (nonostante certe somiglianze). Ma gli effetti di una vittoria della destra in Venezuela sarebbero esiziali per tutta la sinistra latinoamericana (e pesanti per tutta la sinistra a livello planetario). Insomma, bisogna andarci cauti e riflettere bene. Non mi soddisfano (se non sul puro terreno di autogratificazione vagamente edonistica) le proclamazioni di principio astratte (ogni Stato è nemico della libertà umana, oppure il Venezuela non è socialista e quindi lo scontro tra Guaidò e Maduro non ci riguarda), anche se, ovviamente, c’è del vero in queste affermazioni. So perfettamente che una posizione come la mia rischia di aprire le porte ad un certo, limitato campismo. Mi sembra, a volte, di camminare sulle uova, sotto il fuoco incrociato dei “menopeggisti” (mi scuso per l’orrendo neologismo) e dei “puristi” integrali. Ma ho l’impressione che di alternative credibili, con questi rapporti di forza, non ce ne siano.

Flavio Guidi