La complessa e contraddittoria rivolta dei gilet gialli resta la più grande protesta in Europa dalla fine degli anni ’60, sicuramente la più repressa dal Dopoguerra in Francia. Tra le ragioni che hanno favorito la protesta c’è la “decrescita involontaria”: è sempre più evidente a tutti la distanza tra la narrazione ripetuta ossessivamente per trent’anni – se lavoriamo sodo e saremo più flessibili, cioè se lasceremo penetrare il mercato ancora più profondamente nella nostra vita di ogni giorno, avremo in cambio una certo benessere – e quanto si è poi verificato. “La situazione continuerà ad aggravarsi nei prossimi anni. Se così stanno le cose è probabile che quello dei gilet gialli non sia un fenomeno sporadico – scrive Mauro Bonaiuti – e che, dunque, anche dovesse provvisoriamente riassorbirsi, riemergerà e, anzi, probabilmente si estenderà ad altri paesi Europei. In particolare a quelli che hanno condizioni simili, come la Spagna e l’Italia, ma anche la Germania e magari, perché no, gli Stati Uniti…”. Che fare? “Dobbiamo comprendere che la semplificazione autoritaria è una soluzione, per quanto involuta e regressiva, al problema dei rendimenti decrescenti…. L’altro scenario richiede di capire il processo in cui siamo coinvolti e convincere chi sta insorgendo che esistono altre strade: quella della semplificazione volontaria, del rispetto dei vincoli ecologici, dell’autogoverno dei territori, dell’autonomia…”

Gilet gialli in strada. Foto di Koshu Kunii (fonte Unsplash)

 

di Mauro Bonaiuti*

La rivolta dei gilet gialli: vigilia di una grande trasformazione?

A circa due mesi di distanza dall’inizio delle proteste che hanno sconvolto la Francia è ormai chiaro che siamo di fronte ad un fenomeno nuovo, inatteso, importante, una protesta che non si vedeva dalla fine degli anni Sessanta, e che potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase per la Francia e per l’Europa. Siamo in grado di interpretare i segni che la Francia, ma anche altre piazze di Europa stanno lanciando?

Alcune settimane or sono in una conferenza all’Università di Torino, l’ex direttore dell’Istat Enrico Giovannini, commentando alcuni dati sulla sempre più ingiusta distribuzione della ricchezza in Europa, concludeva affermando che gli studiosi di fenomeni sociali non dispongono a tutt’oggi di una adeguata teoria della rivoluzione. In effetti, se intendiamo questa affermazione come la capacità di prevedere quando si verificheranno insorgenze e rivoluzioni, Giovannini ha senz’altro ragione: è anche vero che quando si è provato ad enucleare quale siano le condizioni che portano una società ad un cambiamento radicale del proprio assetto istituzionale (quella che Polanyi chiamava una grande trasformazione), non si è arrivati a conclusioni condivise. Questo ci deve portare a concludere che non possiamo dire nulla circa l’approssimarsi di una insorgenza sociale? Non è questa la mia opinione, e i fatti di questi giorni mi danno l’occasione per provare ad argomentare questo punto. Iniziamo dunque da una semplice descrizione del fenomeno: chi sono i gilet gialli?

Un primo aspetto è che questo movimento non viene dagli ambienti della “sinistra” che in passato ha sostenuto proteste antigovernative, e nemmeno dai movimenti “alternativi”. Come ha ben scritto o Nora Bensaadoune (The Guardian, 12.12.2018) una giornalista che, come molti, ha lasciato Parigi per rifugiarsi a vivere in paesino tranquillo tra le Alpi e la Provenza, la prima impressione che avuto parlando con i manifestanti alle rotonde è stata quella di aver incontrato “gli altri”, quelli che, per capirci, non frequentano i luoghi tradizionali della politica, ma nemmeno le associazioni o i mercati contadini. Alcuni sono persino disposti a credere che il climate change sia un invenzione del governo per alzare le tasse sui carburanti. Si è anche notato che alcuni di loro non vedono di buon occhio i migranti: “In passato – dice un intervistato – qui abbiamo sempre accolto tutti, polacchi, italiani, portoghesi, algerini. Negli anni Settanta non c’erano problemi, ma ora non va giù che loro siano disponibili a lavorare per 1 Euro l’ora”, questo “ci rende tutti più poveri” (The Guardian, 12.12.2018).

Non stupisce dunque che la prima reazione della sinistra sia stata quella di bollare questo movimento come un rigurgito di destra. Dalle prime inchieste svolte sui manifestanti si delinea tuttavia un quadro ben più articolato (France Culture, 11.12.2018). Circa un terzo si definisce ne di destra né di sinistra, mentre, tra i restanti, solo un 12 per cento si colloca a destra mentre il 42 per cento si definisce di sinistra o estrema sinistra (15 per cento). Molto interessante anche notare che, secondo la stessa ricerca, quasi il 50 per cento dei partecipanti dichiara di essere alla sua prima esperienza di attivista. Si tratta dunque, di un fenomeno che, in buona misura, esprime forze e tensioni che non si erano ancora manifestate nell’arena politica.

Un secondo aspetto importante è la composizione sociale assai variegata dei manifestanti: prevalentemente provengono dalle aree periferiche, città e campagne sparse sul territorio francese. Molti hanno un lavoro come impiegati (33 per cento), ma si arriva al 45 per cento considerando i pensionati. Significativa anche la partecipazione di artigiani, commercianti, o partite IVA (14 per cento) una componente quest’ultima che non aveva mai partecipato a questo genere di manifestazioni. Sono attivi negli ambiti più diversi: informatica, logistica (consegne ecc) ma anche infermieri o amministrativi.

Per molti di loro, e questo è il motivo principale della protesta, salari o redditi familiari sono percepiti come insufficienti (non riuscire ad arrivare alla fine del mese è una denuncia ricorrente) anche se i primi dati sembrano indicare che la condizione dei gilet gialli non è quella dell’indigenza (il che è coerente con il tipo di impiego descritto, solo un 10 per cento denunciano un reddito inferiore a 800 euro). A fianco dei bassi redditi, l’elevata tassazione, la denuncia d’arrogance” ou de “privilèges” del governo completano il quadro .

Se dunque la durezza delle condizioni materiali è la base su cui si alimenta ogni rivoluzione sociale, è chiaro che non è mai il solo livello del reddito il motore delle mobilitazioni. I processi di insorgenza rispondono a dinamiche più complesse.

Un contributo fondamentale per comprendere le grandi trasformazioni delle società capitalistiche è indubbiamente quello offerto da Karl Polanyi. Leggere il fenomeno dei gilet gialli attraverso la griglia interpretativa polanyiana è molto stimolante, e ci consente di fare alcuni passi avanti nella comprensione del fenomeno. Per Polanyi il capitalismo è una grande utopia. L’estensione avvenuta a partire dalla metà del XIX secolo del mercato autoregolato a tutti gli aspetti della società: lavoro, moneta e natura, ha generato una progressiva distruzione del legame sociale, cioè di tutte quelle le forme di protezione che le società tradizionali offrivano ai propri membri. Per usare le sue stesse parole, l’economia avanza sulla desertificazione della società. Ma questa progressiva distruzione del legame sociale, produce una reazione: individui e famiglie si difendono in molti modi, chiedendo protezione, innanzitutto allo stato (varie forme di sicurezza sociale e di welfare) ma anche alle imprese (salari, migliori condizioni di lavoro, assicurazioni nei confronti delle malattie e degli infortuni, ecc.).

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Questo “doppio movimento” entra evidentemente in conflitto con la logica del mercato capitalistico e può condurre alla paralisi del sistema. Su questa paralisi si innestò il colpo di mano fascista portando all’affermazione di vari governi autoritari in Europa e poi al nazismo. Polanyi offre dunque alcuni elementi ulteriori nell’analisi delle conseguenze dell’estensione del modello capitalistico, e delle sue conseguenze sul tessuto sociale.

Ma se la penetrazione del mercato nella società porta alla disgregazione e infine alla reazione della società, come si spiega quanto è accaduto in Occidente negli anni del dopoguerra, nei così detti trenta gloriosi (1945-75)? In questi anni, infatti, nonostante il mercato avesse ripreso ad essere l’istituzione fondamentale in Europa e Stati Uniti, estendendo la sua penetrazione sino a coinvolgere la quasi totalità della vita sociale (e del pianeta) non vi sono più stati (se escludiamo alcune eccezioni alla fine degli anni Sessanta) significativi tentativi di rivoluzione sociale. Persino dopo la devastante crisi economico finanziaria del 2008 tutti gli osservatori, nonostante lo spaventoso arricchimento degli speculatori finanziari, il salvataggio delle banche e le devastanti conseguenze sociali della crisi, sono rimasti stupefatti (soprattutto a sinistra) della debolezza della reazione sociale.

Cosa, dunque, va rivisto, o integrato, rispetto all’analisi di Polanyi, che consentirebbe di comprendere meglio l’attuale insorgenza sociale? A mio avviso c’è un fenomeno essenziale che non è stato sin’ora preso in adeguata considerazione (e che invece è presente nella cornice interpretativa dei teorici della decrescita): è il fenomeno della decrescita involontaria o, più propriamente, dei rendimenti decrescenti.

Quello che essenzialmente distingue la situazione degli anni Cinquanta e Sessanta rispetto ad oggi, è che ora ci troviamo al termine di un lungo di ciclo di rendimenti decrescenti, iniziato negli anni trenta (negli Usa) e che ora raggiunge il suo minimo, riportandoci, per quanto i tecno-ottimisti stentino a crederci, a livelli paragonabili a quelli degli albori della rivoluzione industriale. In altre parole il grande ciclo espansivo della rivoluzione industriale, iniziato con forza alla fine del XIX secolo, raggiunto il suo massimo (negli Usa) prima della seconda guerra mondiale, ha da tempo iniziato la sua discesa e sembra oggi essersi sostanzialmente esaurito, quantomeno in Occidente.

Le cose erano ben diverse nel dopoguerra. Negli anni della ricostruzione, e ancora sino alla prima metà degli anni sessanta, la produttività della locomotiva americana – cioè l’indice che ci dà una misura quanto l’innovazione tecnologica sia capace di “allungare la coperta” a vantaggio di tutti – si è mantenuta su valori decisamente elevati (e lo stesso accade in Europa, che anzi ha raggiunto il massimo proprio in quel periodo). Le risposte dunque che il sistema capitalista è stato in grado di offrire, (il patto keynesiano fordista, l’estensione del welfare e dei servizi a fasce mai raggiunte prima), sono state tali da consentirgli, pure nel declino, di compensare i costi sociali generati dal mercato e di mantenere così la pace sociale. Questo oggi non è più possibile sostanzialmente perché le società capitalistiche avanzate (Usa; Europa, Giappone) non sono più in grado di generare gli stessi “rendimenti” che erano possibili ancora negli anni Cinquanta e Sessanta.

Se pensiamo che il processo dei “rendimenti decrescenti” – pur tra alti e bassi – sta andando avanti da parecchi decenni, è facile capire come il senso di insoddisfazione, frustrazione, rabbia, si stia facendo diffuso. Lo ha espresso con forza un manifestante intervistato: “Per quarant’anni ho lavorato e ho maturato un vero disprezzo per lo stato. .. ho avuto il diritto di pagare le tasse e non aver niente in cambio”. È su questa mancata promessa che, in sintesi, vanno letti i fenomeni di questi giorni.

È importante osservare che questa “mancata promessa” ha in se sia una dimensione “reale” che una “immaginaria”. Quest’ultima ha a che vedere con le rappresentazioni collettive, quel repertorio di valori condivisi, spesso impliciti, che guidano gli attori sociali. Ciò che determina la reazione non è tanto il peggioramento delle condizioni materiali, quanto la mancata corrispondenza tra le aspettative suscitate dal sistema e la percezione della realtà “di prima mano”, quella cioè che la gente trae direttamente dall’esperienza delle proprie pratiche di vita. Ma mentre le aspettative sono andate continuamente crescendo (almeno sino alla crisi del 2008), le possibilità effettive (consumi, mobilità, lavoro) hanno invece seguito, inevitabilmente, la legge dei rendimenti decrescenti.

Pensiamo ad esempio all’ultimo ciclo, quello della così detta terza rivoluzione industriale, e analizziamolo sia dal punto di vista materiale che da quello delle rappresentazioni collettive.

Se guardiamo alla dimensione materiale, i rendimenti dell’economia americana, ancora elevati negli anni Cinquanta-Sessanta, rallentano poi rapidamente seguendo l’esaurirsi del ciclo della seconda rivoluzione industriale e raggiungono un minimo, prossimo allo zero, alla metà degli Settanta. Sono gli anni e dello sganciamento del dollaro dall’oro (1971) e della crisi petrolifera (1973). Le politiche di deregolamentazione, lanciate dai governi Thacher e Regan nei primi anni ottanta, grazie anche alle nuove tecnologie informatiche e comunicative (ICT), aprono la strada alla finanziarizzazione e dunque al ciclo della “terza rivoluzione industriale”. In questa prospettiva è dunque possibile leggere la finaziarizzazione come la risposta del capitale al crollo dei rendimenti degli anni settanta. Nel complesso tuttavia, il ciclo della rivoluzione delle ICT ha una durata (circa trent’anni) non confrontabile con quello della seconda rivoluzione industriale (oltre ottant’anni) e soprattutto una intensità tale da non riuscire a compensarne, appunto, la fine.

La narrazione collettiva che ha accompagnato questa fase è altrettanto importante per comprendere quanto sta accadendo: la ripresa, in chiave neoliberista, della narrazione delle magnifiche e progressive sorti della crescita ha sostenuto le nostre vite almeno fino alla crisi del 2008. Tradotto sul piano individuale il messaggio era piuttosto semplice: se lavorerai sodo e sarai più flessibile (cioè se si lascerai penetrare il mercato ancora più profondamente nella tua vita) quello che ne avrai in cambio sarà nuovo benessere e prosperità per te e per la tua famiglia.

Quello che oggi diviene sempre più evidente a tutti è la distanza tra questa narrazione, ripetuta ossessivamente per circa trent’anni, e quanto si è poi verificato. Naturalmente sappiamo bene quanto queste narrazioni siano potenti, e le coscienze manipolabili, ci si domanda allora come mai il gioco della manipolazione sembra non funzionare più.

Questo ha a che vedere con quell’imprevedibilità dei fenomeni sociali di cui si è detto in apertura. Il punto di rottura è sempre imprevedibile, come imprevedibile e tutto sommato irrilevante, è la scintilla che fa scoppiare la rivolta. Tuttavia come disse Abramo Lincoln: “Si possono ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo. Ma non si possono ingannare molte persone per molto tempo”. Pur non capendo le ragioni profonde di ciò che sta accadendo, le persone sentono che la situazione peggiora e che non si ritorna indietro, alle condizioni degli anni passati. E su questo non ci sono dubbi, la narrazione win-win della globalizzazione neoliberista si sta scontrando con la dura realtà socio-economica (ma anche biofisica) che va da tempo esattamente in direzione opposta.

Non a caso sono soprattutto coloro che sono cresciuti negli anni Ottanta e Novanta, che ora si trovano a manifestare per le strade e sulle rotonde: i quaranta-cinquantenni cui era stato promesso l’Eldorado e che ora si trovano a fronteggiare la dura realtà di un sistema economico in declino, che non riesce più a far fronte ai problemi, in un quotidiano di eterna precarietà e frustrazione.

Vi sono dunque alcune conclusioni che, se questa prospettiva è corretta, possiamo trarre. Primo, quelle che abbiamo descritto non sono oscillazioni di breve periodo: non riguardano la congiuntura economica (che anzi era peggiore subito dopo la crisi del 2007-8). Se, dunque, l’onda lunga dei rendimenti decrescenti sta accompagnando le economie occidentali da più di cinquant’anni, in assenza di trasformazioni prometeiche nella tecnologia, abbiamo buone ragioni per pensare che questo andamento continuerà e la situazione continuerà ad aggravarsi nei prossimi anni. Se così stanno le cose è probabile che quello dei gilet gialli non sia un fenomeno sporadico e che, dunque, anche dovesse provvisoriamente riassorbirsi, riemergerà e, anzi, probabilmente si estenderà ad altri paesi Europei. In particolare a quelli che hanno condizioni simili, come la Spagna e l’Italia, ma anche la Germania e magari, perché no, gli Stati Uniti.

Queste conclusioni aprono evidentemente un discorso estremamente ampio sul “che fare” sia sul piano generale, che con specifico riferimento al ruolo che il pensiero della decrescita può giocare, nella dialettica con altre posizioni, anche vicine, considerazioni troppo ampie che non possono essere affrontate qui. Due sottolineature per concludere. Primo, essere ben consapevoli, almeno all’interno del movimento della decrescita, che le conseguenze di tempo lungo della complessificazione tecnologica e istituzionale, sono, in sintesi, quelle che abbiamo descritto attraverso il concetto di rendimenti decrescenti. La soluzione quindi non può mai essere dalla parte del problema. Le conseguenze di tempo lungo di questo processo sono sempre riconducibili a due macroscenari: Il primo, ben descritto da Polanyi, è quello che si è verificato dopo al crisi del ’29, ossia l’affermazione di una reazione autoritaria di matrice fascista. Dobbiamo comprendere che la semplificazione autoritaria è una soluzione, per quanto involuta e regressiva, al problema dei rendimenti decrescenti. Questo scenario deve esserci sempre ben presente, quando all’interno dei nostri mondi siamo tentati dall’operare troppi distinguo, facendo prevalere l’inefficacia e la frammentazione. L’altro scenario richiede di capire il processo in cui siamo coinvolti e convincere chi sta insorgendo che esistono altre strade: quella della semplificazione volontaria, del rispetto dei vincoli ecologici, dell’autogoverno dei territori, dell’autonomia.

Il movimento per la decrescita francese, per esempio, sembra aver scelto la strada del confronto, scendendo nelle rotonde “con umiltà e una grande disponibilità all’ascolto, ma anche con la garanzia che le nostre proposte dirette a conciliare i vincoli ecologici con la giustizia sociale siano considerate giuste e pertinenti” (Comune-info, 7.12.2018). Insomma hanno scelto di cercare un dialogo con un fenomeno attraversato da tensioni contraddittorie, ma da cui emergono anche segnali incoraggianti di desiderio di riscatto e maggiore autonomia. Per quanto mi è possibile, solleciterei i decrescenti italiani, qualora se ne presentasse l’occasione, a fare altrettanto.

 

*Associazione per la Decrescita e Università di Torino