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Se il ’68 fu soprattutto studentesco e giovanile, il 1969 fu, perlomeno in Italia, soprattutto operaio. Da Torino a Milano, da Genova a Brescia, da Porto Marghera a Bologna, da Livorno a Battipaglia, furono le “tutte blu” (e nel sud i braccianti) ad occupare le piazze di tutta Italia. E a spaventare a morte la borghesia, per la terza volta in 50 anni (biennio rosso, Resistenza, autunno caldo).

 

Il 16 gennaio 1969 un giovane cecoslovacco, Jan Palach, seguendo l’esempio (secondo le sue stesse dichiarazioni) dei monaci buddisti che protestavano contro la guerra del Vietnam, si dava fuoco per protestare contro la repressione stalinista della “Primavera di Praga”. Nonostante le ovvie strumentalizzazioni anticomuniste della destra, Jan era un militante di sinistra, antistalinista, che si batteva per il “socialismo dal volto umano”. Questo il suo messaggio, lasciato a pochi metri dal rogo: «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il bollettino delle forze d’occupazione)]. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà». Jan morirà, per le ustioni riportate, 3 giorni dopo. Nella foto l’immensa folla (600 mila persone) ai suoi funerali, il 25 gennaio 1969.

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Il 2 marzo 1969, sulle sponde del fiume Ussuri, in Siberia, forze sovietiche e cinesi si scontrarono militarmente. Era la prima volta che le due massime potenze del cosiddetto “campo socialista” arrivavano ad uno scontro armato. I rapporti tra la Cina maoista e l’URSS erano andati peggiorando soprattutto a partire dal 1961, quando Khrushev decise di ritirare gli aiuti sovietici alla Cina. I “revisionisti” sovietici (così erano chiamati dai maoisti), divenuti “social-imperialisti” dopo l’invasione della Cecoslovacchia (condannata dalla Cina), da sempre (anche ai tempi di Stalin, che fino all’ultimo riconobbe il governo del Kuomintang e non la Cina “rossa”) piuttosto freddi nei confronti dell’esperienza maoista, erano poco disposti a subire “la concorrenza” di un grande paese “socialista” all’interno del cosiddetto “movimento comunista”. E il ricorso alle armi (per quanto limitato) mise in piena luce la degenerazione del “socialismo reale”.

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Il 25 marzo la Confindustria, di fronte alla grande mobilitazione operaia indetta da CGIL, CISL e UIL per il 12 febbraio, cedeva: venivano abolite le cosiddette “gabbie salariali”, per cui uno stesso lavoratore percepiva salari diversi a seconda della regione in cui lavorava.

 

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Il 9 aprile del ’69 scoppia la rivolta a Battipaglia, in provincia di Salerno. Contro la chiusura delle uniche due fabbriche della cittadina (lo zuccherificio e il tabacchificio) l’intera città scende in piazza, con alla testa i lavoratori. Dopo gli scontri con la Celere, la popolazione imbestialita assedia la caserma dei CC, e la Celere fa fuoco sulla folla, uccidendo l’insegnante Teresa Ricciardi e l’operaio Carmine Citro. Le fabbriche, comunque, non verranno chiuse.

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Il 3 luglio 1969 a Torino, in corso Traiano, ci sono durissimi scontri tra gli operai della FIAT (appoggiati dalla gente del quartiere) e la polizia: sono gli inizi di quello che passerà alla storia come “Autunno Caldo”.

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“Fate l’amore, non fate la guerra”: il 15 agosto del ’69 inizia il festival rock di Woodstock, negli USA. Oltre 500 mila giovani si danno appuntamento per una tre giorni di “musica, pace e amore”. Il movimento “hippy”, iniziato negli USA da qualche anno, inizia a diffondersi un po’ in tutto il mondo, in una mescolanza tra politica e “vita alternativa” che contamina la sinistra “radicale” un po’ ovunque. Nella foto il concerto di Jimi Hendrix.

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Difficile riassumere in poche righe la portata di quello che passò alla storia come “Autunno caldo”: scioperi “selvaggi”, a scacchiera, salto della scocca, assemblee di fabbrica, assemblee operai-studenti, occupazioni (come a Mirafiori), scioperi generali per il contratto, per la casa, per la riduzione dell’orario di lavoro (si lavorava 44 ore, sabato mattina compreso), ecc. Contro si aveva, oltre al governo e ai padroni, anche il grosso della burocrazia sindacale (ancora in marzo Trentin, della “sinistra” FIOM, bollava le richieste di aumenti uguali per tutti come “utopiche”). Ma l’avanguardia della classe operaia spingeva in avanti, appoggiata dal movimento studentesco e dai neonati “gruppi” della sinistra rivoluzionaria (in particolare Lotta Continua, Avanguardia Operaia e Potere Operaio, ma non solo). Una stagione di grandi conquiste (nacquero, come nel biennio rosso di mezzo secolo prima, i Consigli di Fabbrica), ma la rivoluzione auspicata (o temuta) non venne.

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