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Di fronte alla radicalizzazione crescente di studenti e lavoratori che ha precipitato la Francia in una situazione pre-rivoluzionaria, il governo gollista guidato da George Pompidou corre ai ripari, invitando i sindacati e i padroni ad avviare trattative. Il 27 maggio si giunge così agli “accordi di Grenelle”: in cambio di aumenti salariali (il 35% in più per quanto riguarda il salario minimo, il 10% in più in media per gli altri salariati) e del riconoscimento delle sezioni sindacali d’impresa, i sindacati accettano il “ritorno alla normalità”. Nonostante il rifiuto di questi accordi da parte dei settori più combattivi (per esempio la Renault, occupata dagli operai fin dal 15 maggio) il clima nelle fabbriche (e di conseguenza nel paese) comincia a cambiare. È il “ritorno alla normalità” tanto temuto dalle avanguardie rivoluzionarie e tanto auspicato da governo, padroni e burocrati. Il 16 giugno gli occupanti della Sorbona vengono sloggiati dalla polizia. Il “jolie mai” è finito.

 

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In giugno ci sono violenti scontri all’università di Tokyo, occupata dagli studenti dello Zengakuren (il sindacato studentesco fondato vent’anni prima, protagonista delle lotte contro le guerre di Corea e del Vietnam). Il movimento studentesco giapponese è in grande sviluppo sin dai primi mesi dell’anno, con caratteristiche molto militanti e internazionaliste.

 

 

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Il 26 giugno il Parlamento cecoslovacco abolisce ogni forma di censura: è uno dei punti fondamentali del nuovo programma, approvato ai primi d’aprile, del Partito Comunista Cecoslovacco, guidato dal 5 gennaio da Aleksander Dubcek, in sostituzione dello stalinista Novotny, che prevede una riforma democratica delle istituzioni nate nel 1948. È la famosa “Primavera di Praga”, che dovrebbe portare al cosiddetto “socialismo dal volto umano”. La mobilitazione popolare (soprattutto operaia e studentesca) a favore di una completa destalinizzazione del regime, sta crescendo in tutto il paese. In pochi mesi, solo per fare un esempio, la produzione industriale quasi raddoppia, un segno della speranza di poter finalmente controllare “dal basso” una società formalmente socialista, ma in realtà guidata con pugno di ferro dalla burocrazia stalinista di cui l’ex premier Novotny era l’esponente più in vista. La crescita dell’attività politica nelle fabbriche, nelle università, nei luoghi di cultura in genere, preoccupa sempre più i burocrati del Cremlino e i loro sodali cecoslovacchi, che cominciano a preparare la risposta repressiva.

 

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Il 26 luglio Mao Tse Tung convoca a Pechino i principali leader delle “Guardie Rosse”, invitandoli ad interrompere il convulso movimento conosciuto come “Rivoluzione culturale”. Un movimento “dall’alto”, lanciato da Mao nel 1966 per riprendere il controllo del PCC e del paese, dopo che, in seguito al fallimento del “Grande Balzo in avanti” del 1958, l’ala moderata del PCC, guidata da Liu Shao Chi, aveva preso il sopravvento.  La mobilitazione giovanile e studentesca costruita dalla frazione maoista del PCC aveva però in alcuni casi scavalcato gli obbiettivi proposti dal “Grande Timoniere”, disorganizzando la produzione, estremizzando le posizioni e, a volte, contestando l’intera burocrazia al potere. Per questo, dal 27 luglio, inizia un ripiegamento (anche usando la repressione) che porterà milioni di ex guardie rosse a “rieducarsi” in campagna, lontano dai nevralgici centri decisionali di Pechino, Shanghai o Canton.

 

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Il 21 agosto 1968 le truppe del Patto di Varsavia (esclusa la Romania di Ceausescu), dopo un inutile incontro col PC cecoslovacco teso a bloccare la “primavera di Praga”, invadono il paese. Il PC cecoslovacco il giorno dopo condanna l’invasione ed invita la popolazione a mobilitarsi in maniera non violenta. Le scene delle migliaia di persone, soprattutto giovani, che circondano i carri armati, parlando con gli imbarazzati soldati (soprattutto sovietici), tentando di convincerli a non reprimere i “compagni cecoslovacchi”  fanno il giro del mondo (anche grazie alla strumentalizzazione fattane dalle forze conservatrici e di destra che non perdono l’occasione per propagandare l’impossibilità di un socialismo diverso da quello “da caserma” staliniano), stimolando la solidarietà della parte più aperta ed avanzata del “movimento sessantottino”. Gli stessi PC italiano, francese e spagnolo (oltre a quello cinese) condannano l’invasione.

(continua)

FG

 

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