Oggi, 4 novembre, sarà il centesimo anniversario della cosiddetta “vittoria” italiana nella prima guerra mondiale. I fascisti e i nazionalisti (che da troppo tempo stanno impunemente rialzando la testa) festeggiano il grande massacro (come hanno fatto a Trieste ieri): per loro, come per i loro bisnonni, nonni e padri, la guerra resta “la sola igiene del mondo”. Ieri scrivevano odi alla mitragliatrice, gridavano “Viva la morte” e altre simili idiozie. I “moderati” di tutte le tendenze (che siano pentastellati o piddini, forzitalioti e forse pure i leghisti) non oseranno arrivare a tanto, un po’ per pudore, un po’ per opportunismo (la guerra, per fortuna, non è mai stata molto popolare da noi). Hanno trasformato l’immonda “festa” del 4 novembre “vittorioso” in una meno sfacciata “festa delle forze armate”, con tricolori, uniformi, fanfare e marcette, in cui si inneggia alla cosiddetta “unità nazionale”, lasciando intendere, senza troppo sbandierarlo, che 100 anni fa la forzata annessione di centinaia di migliaia di sloveni, croati, tedeschi (che da secoli vivevano in queste terre “di là dei confini”, come cantavano i fanti italiani nel 1916) è stato il compimento del Risorgimento. In questo modo, alla loro maniera ipocrita, hanno permesso che la velenosa pianta del nazionalismo (seppure ammantato di forme liberali e persino “democratiche”) allignasse nel popolo italiano, preparando il brodo di coltura all’uovo del serpente fascista. Noi preferiamo ricordare i 13 milioni di contadini, operai, artigiani, poveri cristi mandati al macello sui campi di battaglia di mezzo mondo per permettere a lor signori di ingrassarsi coi profitti di guerra, vendendo cannoni e uniformi, camion e aerei, navi e razioni di “rancio”. Quei milioni di proletari mandati a scannarsi per l’ingordigia e il profitto dei capitalisti sono ancor oggi, purtroppo, in gran parte invendicati. La grande rivoluzione russa, unico tentativo di fare giustizia in quell’orgia di sangue e fango che fu la Prima Guerra Mondiale, è ormai solo un pallido ricordo. E gli sciacalli in camicia nera, o in doppiopetto, possono impunemente farsi beffa dei milioni di morti (magari costruendo i monumenti “agli eroi che donarono la vita per la patria”). Noi gridiamo con tutto il fiato che abbiamo in corpo che “NOSTRA PATRIA È IL MONDO INTERO”! Oggi non abbiamo nulla da festeggiare: possiamo solo inchinare le nostre bandiere per ricordare i nostri fratelli di classe mandati al macello un secolo fa.

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