Pur non condividendo una parte dell’articolo, lo trovo interessante e fortunatamente scanzonato. (Sauro)

Io l’avrei detto così ma Eleonora Forenza lo dice meglio di me, citando Cassandra di Christa Wolf: “Disertare uno scontro militarizzato può essere un atto d’amore verso un progetto che è nato col fine di ricostruire il blocco sociale e di unire le lotte”.

Da elettrice e spingitrice di Potere al popolo! senza tessere di partito mi associo sommessamente al suo auspicio: “Mi auguro che si riconvochi il coordinamento, che lo si svolga in streaming, che si decida un regolamento per le votazioni, si condividano gli accessi a sito e social, si provi a lavorare su uno statuto unitario, che si voti la prossima settimana, mantenendo la data della assemblea”.

Da Marxista tendenza Groucho quale sono è sempre stato il mio motto: meglio troppo tardi che mai.

Non ho partecipato ai coordinamenti degli ultimi mesi, me ne sono scusata con le compagne e i compagni che con generosità e impegno hanno profuso il loro tempo per la costruzione di un percorso comune. La vita è complicata e prima del Socialismo in un solo paese avevo da fare il socialismo in un paio di persone che non potevo e non posso mollare.

Ho seguito tutto da una distanza che non mi consente di entrare nel merito di ogni scontro ma con la stessa partecipazione e preoccupazione di sempre: quella di unire le lotte. Per questo mi ha rallegrato ogni adesione di ogni singolo e addolorato ogni defezione.

Non sono buonista – il buonismo è la bontà degli altri – e so praticare il conflitto: l’ho praticato al punto da lasciare e rischiare di perdere più volte il mio posto di lavoro. Non mi spaventa il confronto aspro, l’insulto, lo scherno. Lo subisco e replico a tono ogni volta che scrivo in difesa dei diritti, ogni volta che in tv mi scontro con un senatore della Lega o del Pd o con qualche Sgarbi o Gasparri o qualcun altro del fronte – quello sì unito – degli sfruttatori.

La lotta però la faccio a loro, agli sfruttatori, non ai miei compagni, qualunque sia lo loro appartenenza: a un partito, a un centro sociale, a un sindacato, a un’associazione a nessuna o più di queste comunità.

Con i compagni di lotta cerco il confronto e affronto ogni divergenza e ogni diverbio partendo dalla fiducia e dalla gratitudine che mi lega a loro per aver resistito in questi anni di barbarie, per aver combattuto, per non aver mai – né per stanchezza né per opportunismo – deposto le armi.

Ne ho scritto su Millennium ogni in edicola con Il Fatto Quotidiano e ne riporto un passaggio qui, con la speranza che non sia questa l’ennesima “scissione della sinistra radicale” e con la convinzione di continuare a combattere al fianco di chi combatte se invece lo sarà.
Perché, comunque vada, “La sinistra radicale” (che per ragioni che spiego nel pezzo preferisco definire il fronte di chi lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo) non è neanche questa ma è più grande e ancora scomposta. E soprattutto perché, comunque vada, non è nemmeno ricomporre il fronte di chi lotta che mi interessa. Quello è il mezzo e non il fine. Il fine è liberare dallo sfruttamento quelli che lo patiscono ma ancora non combattono perché non ne hanno la forza, la possibilità, la voglia, gli strumenti, la capacità. Il fine è far sì che la lotta non sia più privilegio di pochi arroccati nei loro collettivi, partiti, sindacati, centri sociali, ma un diritto di tutti.

Non sono una costituzionalista né una feticista della legge, ma quella fondamentale l’ho sempre intesa così: l’esistenza “libera e dignitosa” che la Costituzione frutto delle lotte intende assicurare a ogni essere umano è precisamente questa esistenza qui. Non solo un’esistenza dove il riposo è garantito, il lavoro decentemente pagato, il pensiero libero di esprimersi, il bene comune superiore all’interesse privato. Non basta, perché ogni conquista si può perdere se non si è in grado di combattere e si è persa per quello. L’esistenza di ciascuno è libera e dignitosa se ciascuno impara a difenderla. A questo serve unire il fronte di chi lotta, a dare chi ancora non lotta la speranza e la forza.

(Alt! Precisazione a uso di chi spaccia per “sinistra radicale” quella costituita da chi prima vota il Jobs Act, il pareggio di Bilancio in costituzione, la Legge Fornero e poi si scinde da chi ha votato quei provvedimenti, cioè da se stesso: siamo quello che facciamo e non quello che diciamo di essere, non è radicalmente di sinistra chi fa cose radicalmente di destra).

“In ogni scissione della sinistra radicale ho visto la coerenza più che l’opportunismo e nutro un sentimento di profonda gratitudine nei confronti di tutti quelli che hanno combattuto lo sfruttamento anche se non li seguo quando si combattono a vicenda (sono lì che penso: “Avessimo un decimo della capacità dei liberisti di metterci d’accordo tra di noi, a quest’ora avevamo fatto il Socialismo”). Fossero opportunisti non sarebbero qui ma nella SSTS* o tra i 5 Stelle che accettano i diktat di Salvini e si battono per ripristinare i voucher invece dell’articolo 18.
Per quanto all’esterno risultino demenziali, facendo io “la colla” non banalizzo nemmeno le divisioni tra chi vuole disobbedire ai trattati europei e uscire dalla Nato nell’Altra Europa con Tsipras e chi vuole disobbedire ai trattati europei e uscire dalla Nato con Varoufakis e chi come Eurostop vuole uscire dalla Nato e dai trattati europei ma né con Varoufakis né con Tsipras. Partecipo a molti dibattiti e molte lotte al fianco di compagni con diverse ragioni sociali perché penso che quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide e che quello che ci divide deve distinguerci ma non separarci. Per una questione logistica oltre che logica: siamo pochi, dobbiamo riconoscerci, cercarci, tenerci stretti e organizzarci per parlare ai molti sfruttati là fuori che hanno votato per nessuno o per chiunque altro, se vogliamo dare anche a loro gli strumenti per ribellarsi. Il nemico è chi ha attaccato e vilipeso i lavoratori e distrutto i diritti, non è tra di noi che li abbiamo difesi”.

* SSTS, Sinistra Secondo I Talk Show, compagine elitaria e liberista di Veltroni-D’Alema-Bersani divenuta negli anni “SRSTS”, Sinistra Radicale Secondo i Talk Show.

Teniamoci stretti

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