Pubblichiamo la prima risoluzione, appena tradotte pubblicheremo anche le altre.

Sommario

Introduzione

  1. Una nuova galassia imperialista
  2. Un’instabilità geopolitica cronica
  3. Mondializzazione e crisi di governabilità
  4. I nuovi (proto)imperialismi
  5. Nuove estreme destre, nuovi fascismi
  6. VI.Regimi autoritari, esigenza democratica e solidarietà
  7. VII.Espansione capitalista e crisi climatica
  8. VIII.Un mondo di guerre in permanenza
  9. IX.I limiti della superpotenza
  10. Internazionalismo contro campismo
  11. XI.Crisi umanitaria
  12. XII.Una guerra sociale mondializzata

Introduzione

Le “tesi” seguenti non pretendono di essere esaustive né di presentare conclusioni definitive. Si propongono soprattutto di alimentare un processo di riflessione collettiva internazionale. Si basano spesso su argomenti già condivisi, ma cercano di portare più avanti la discussione sulle loro implicazioni. A questo scopo, con il rischio di semplificare troppo realtà complesse, “sintetizzano” le evoluzioni in corso per mettere in evidenza quello che appare nuovo.

Queste trasformazioni sono profonde, possono presentare aspetti contradditori, hanno conseguenze in tutti i campi. Non stiamo assistendo alla realizzazione ordinata di un nuovo  stabile modo di dominazione internazionale: Il regno del capitale mondializzato alimenta l’instabilità. L’evoluzione dei rapporti di forza tra potenze non era data in anticipo e rimane l’oggetto di intensi conflitti dei quali non si può prevedere l’esito. Si può tuttavia misurare la dimensione del cambio di periodo iniziato negli anni 1990, analizzare le dinamiche attualmente in corso e la loro portata politica.

I. La nuova galassia imperialista

Prima constatazione, la geopolitica mondiale è oggi molto diversa da quelle prevalenti all’inizio del XX secolo o durante gli anni 1950 -1980. Un quarto di secolo dopo l’implosione dell’URSS e il decollo della mondializzazione capitalista, la dinamica dei conflitti tra potenze è inedita e ha conseguenze particolarmente pericolose. A grandi linee:

La situazione attuale è largamente strutturata dal conflitto tra la principale potenza consolidata, gli Stati Uniti, e una potenza capitalista in ascesa, la Cina, che pretende di entrare nel gruppo ristretto delle più grandi. Questo conflitto è in corso su tutti i continenti e in tutti i campi: economico, finanziario e monetario, diplomatico, geostrategico (controllo delle risorse e delle vie di comunicazioni), per la leadership delle istituzioni internazionali.

Per quanto riguarda le tensioni militari, il conflitto Stati Uniti/Cina si cristallizza in Asia orientale. Pechino ha potuto, a partire dal 2013, assicurare la propria presenza nel mare della Cina del Sud. Washington utilizza la crisi coreana per riprendere l’iniziativa. Per riaffermare l’egemonia USA, Donald Trump non esita a brandire la minaccia di un intervento nucleare. Per la prima volta da decenni, l’utilizzo dell’arma atomica è un pericolo reale e gli Stati Uniti ne sono i principali responsabili. Hanno anche la responsabilità di un rilancio della corsa agli armamenti. L’installazione in Corea del Sud di batterie di missili anti-missile Thaad neutralizza in larga misura la capacità nucleare cinese che, in risposta, progetta il dispiegamento di una flotta oceanica di sottomarini strategici.

Questo rilancio della corsa agli armamenti va dalla costruzione di nuove portaerei e di flotte di sottomarini fino alla “modernizzazione” dell’arma nucleare da parte di paesi come gli Stati Uniti e la Francia che cercano di renderla operativa e politicamente accettabile nel quadro di conflitti localizzati.

La Russia non possiede la base e i mezzi economici e finanziari della Cina. In compenso dispone del secondo arsenale nucleare nel mondo (compresa una flotta oceanica di sottomarini strategici), una carta importante nel clima generale di militarizzazione del pianeta e posta in stato permanente di guerra. Benché il suo campo di azione sia più ridotto di quello di Pechino, Mosca svolge un ruolo decisivo in Siria dove è diventata un soggetto inaggirabile.

La sua influenza si rafforza in particolare nel Medio Oriente o nell’Europa orientale e i suoi rapporti con il blocco occidentale diventano più conflittuali.

Questa nuova situazione rimanda ad evoluzioni profonde. Oltre all’affermazione dei nuovi (proto) imperialismi, cinese o russo (vedi il capitolo IV) notiamo in particolare. 

  • una diversificazione della realtà degli imperialismi tradizionali: “superpotenza” statunitense; fallimento della costituzione di un imperialismo europeo integrato; “riduzione” degli imperialismi francese e britannico; imperialismi militarmente “azzoppati” (soprattutto la Germania, ma anche la Spagna nei confronti dell’America Latina); subordinazione mantenuta dell’imperialismo giapponese (benché sia dotato di un importante esercito, non possiede né l’arma nucleare né portaerei); crisi di disintegrazione sociale in alcuni paesi occidentali (Grecia) appartenenti storicamente alla sfera imperialista… .
  • Alcune importanti modifiche nella divisione internazionale del lavoro, con la “finanziarizzazione” dell’economia, la deindustrializzazione di diversi paesi occidentali, in particolare europei, un ricentramento della produzione mondiale di merci in particolare in Asia – senza peraltro trascurare che gli Stati Uniti, la Germania, il Giappone restano potenze industriali superiori.
  • Uno sviluppo ineguale di ciascun imperialismo, forte in alcuni campi, debole in altri. La gerarchia degli Stati imperialisti è di conseguenza più complessa da stabilire rispetto al passato. Gli Stati Uniti restano evidentemente il n°1; sono i soli a poter pretendere di essere una potenza in quasi tutti gli ambiti, ma registrano comunque un relativo declino sul piano economico e verificano i limiti del loro potere mondiale (vedi cap. IX).

La caratterizzazione delle nuove potenze (Cina e Russia) non è dunque l’unica questione che ci è posta. Bisogna meglio riesaminare anche il cambiamento di statuto degli imperialismi tradizionali – e l’ordine imperialista nella sua globalità. Alcune nozioni classiche come quelle di “centro” e “periferia”, di “Nord” e “Sud”, devono essere rivalutate tenendo conto di una diversificazione interna crescente di ciascuno di questi insiemi geopolitici.

II. Un’instabilità geopolitica cronica.

Seconda constatazione. La mondializzazione capitalista non ha dato origine ad un “nuovo ordine” internazionale stabile, tutt’altro.

Esiste un blocco imperialista dominante che si può denominare “blocco atlantico” – in quanto strutturato attorno all’asse America del Nord/Unione europea – , se si dà a questo termine un senso geostrategico e non geografico: integra in effetti l’Australia, la Nuova Zelanda e il Giappone. Si tratta di un blocco gerarchico, sotto egemonia statunitense. La Nato è il suo braccio armato privilegiato, permanente. Il suo dispiegamento alla frontiera europea nella “sfera” di controllo russo dimostra che la sua funzione iniziale non ha perso la sua attualità, mentre questa frontiera è ridiventata zona di conflitti.

La Nato ha voluto dispiegarsi più a est, senza grandi successi. La crisi in Medio Oriente dimostra che l’Organizzazione non è uno strumento operativo capace di imporre la sua legge dappertutto. Al suo interno vi sono forti tensioni con uno dei suoi pilastri regionali, la Turchia. Ha dovuto intessere alleanze a geometria variabile in funzione di ciascun teatro operativo, con regimi opposti l’uno all’altro, come l’Arabia saudita e l’Iran. L’apporto militare dei suoi membri europei è marginale. Questa situazione ha dato adito, in proposito, agli attacchi di Donald Trump all’inizio del suo mandato.

Sul piano ideologico le classi dominanti sono di fronte a una crisi di legittimità e, molto spesso, a importanti crisi istituzionali: perdono il controllo di processi elettorali anche in paesi chiave come gli Stati Uniti (elezioni di Trump) o il Regno Unito (Brexit).

L’attuale crisi cronica ha cause molteplici:

  • Gli Stati dei paesi imperialisti hanno sempre il ruolo di assicurare condizioni favorevoli all’accumulazione del capitale, ma il capitale mondializzato opera nei loro confronti in modo più indipendente rispetto al passato. Questa dissociazione ha contribuito a rendere porose (anche se in misura minore in America Latina) le antiche zone d’influenza quasi esclusive degli imperialismi tradizionali. La grandissima mobilità del capitale ha degli effetti devastanti sugli equilibri delle società, il che mina le possibilità d’azione stabilizzatrice degli Stati.
  • La mondializzazione capitalista, la finanziarizzazione, l’internazionalizzazione crescente delle catene di produzione riducono anche la capacità degli Stati di mettere in opera politiche economiche in nome degli interessi collettivi della classi dominanti.
  • Il livello senza precedenti di finanziarizzazione, lo sviluppo del capitale cosiddetto “fittizio”, inerente al capitalismo moderno, ha assunto in questi ultimi anni proporzioni considerevoli. Senza che si sia rotto il legame, conduce ad un livello superiore di allontanamento dai processi produttivi, proprio mentre il legame tra il prestatore iniziale e il debitore iniziale si allenta. La finanziarizzazione ha sostenuto la crescita capitalista, ma il suo sovrasviluppo ne accentua le contraddizioni.
  • Il sistema del debito opera d’ora in poi al Nord come al Sud. Esso è uno strumento chiave della dittatura esercitata dal capitale sulle società e gioca un ruolo direttamente politico, come conferma il caso della Grecia, per imporre il mantenimento e il rafforzamento dell’ordine neoliberale: il debito pubblico è utilizzato come pretesto per cancellare le conquiste sociali e smantellare i servizi pubblici, per imporre una rinuncia degli Stati all’esercizio della loro sovranità. Assieme ai trattati di libero scambio, blocca la possibilità che un governo metta in opera politiche alternative che permettano di uscire dalla crisi sociale.
  • L’indebitamento interno dei paesi del Sud si sviluppa fortemente a beneficio dei capitali locali in mano a una borghesia che mantiene caratteristiche “compradore”. Il debito pubblico si sviluppa non solo verso l’esterno, nel quadro dei rapporti di dominazione del Nord sul Sud o del Centro sulla Periferia. E’ anche utilizzato come strumento di accumulazione e di dominio della classe capitalista dei paesi dominati.
  • La crisi del 2007-2008 non ha avuto in molti paesi del Sud gli stessi effetti devastanti che nel Nord. Questi paesi sono stati relativamente protetti dall’accumulazione di divise realizzata nella fase iniziata nel 2003 grazie all’aumento dei prezzi delle materie prime, e al mantenimento di tassi di interesse a un livello storicamente basso. Tuttavia dal 2008 il debito sovrano è aumentato del 50% su scala mondiale favorito da un sistema di accesso al credito rimasto immutato malgrado la crisi e, al Nord, dalla socializzazione delle perdite delle banche private. In questa situazione una nuova grande crisi finanziaria avrà ripercussioni violente sull’insieme del pianeta.
  • Tramite una aggressiva politica di concessioni di crediti condizionati all’accesso alle materie prime, la Cina si è innalzata al rango dei principali creditori del debito sovrano al fianco degli imperialismi tradizionali, alle istituzioni finanziarie internazionali e al grande capitale finanziario. In caso di crisi potrebbe utilizzare le difficoltà di pagamento degli Stati debitori per accaparrarsi le loro ricchezze in modo accelerato, e in tal modo rafforzare la sua pretesa a diventare una potenza imperialista maggiore.
  • Una vera “guerra delle monete” (valute) è in corso: si tratta di un aspetto dei conflitti interimperialisti, l’utilizzo di una moneta per definire alcune zone di controllo.
  • Un tempo le alleanze geopolitiche erano “cristallizzate” sulla base dei conflitti Est-Ovest da una parte e Cino-sovietico dall’altra; esse sono ridiventate più fluide e incerte.
  • Il dispiegarsi dei processi rivoluzionari nella regione araba, poi delle controrivoluzioni attivate da poli concorrenti tra loro, hanno contribuito a creare una situazione incontrollata in una vasta zona che va dal Medio Oriente al Sahel – e anche al di là in una parte dell’Africa sub-saheliana.
  • In un primo momento, dopo l’implosione dell’Urss, le borghesie e gli Stati imperialisti (tradizionali) sono stati vincenti: penetrazione dei mercati dell’Est, intervento in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003)… . Poi si è prodotto lo stallo militare, la crisi finanziaria, l’emergere delle nuove potenze, le rivoluzioni della regione araba… . Il tutto è sfociato in una perdita d’iniziativa e di controllo geopolitico: oggi Washington reagisce all’urgenza più che pianificare l’imposizione del suo ordine.
  • In questo contesto, il ruolo delle potenze regionali è diventato importante: Turchia, Iran, Arabia saudita, Israele, Egitto, Algeria…. Sudafrica, Brasile, India, Corea del Sud…. Benché in posizione subordinata nel sistema di dominio mondiale sotto egemonia statunitense, esse fanno il loro proprio gioco, oltre ad essere gendarmi regionali (come il Brasile ad Haiti) (vedi cap. IV).
  • Le crisi finanziarie del 1997-1998 e 2007-2008 hanno messo in luce le contraddizioni inerenti alla mondializzazione capitalista e hanno avuto grandi conseguenze sul piano politico (delegittimazione del sistema di dominio), sociale (molto brutale nei paesi direttamente colpiti) e strutturale, in particolare con l’esplosione dei debiti. Costituiscono lo sfondo dei grandi movimenti democratici emersi qualche anno dopo (l’occupazione delle piazze), ma anche degli sviluppi apertamente reazionari e antidemocratici alimentati dalla grande paura delle “classi medie” (vedi ad esempio la Thailandia).

Combinata con la crisi ecologica e gli spostamenti massicci delle popolazioni, l’instabilità strutturale dell’ordine mondiale crea nuove forme di povertà (vedi in particolare nelle Filippine), che obbligano le organizzazioni progressiste a mettere in pratica politiche adeguate.

III. Mondializzazione e crisi di governabilità.

Le borghesie imperialiste hanno voluto approfittare del crollo del blocco sovietico e dell’apertura della Cina al capitalismo per creare un mercato mondiale dalle regole uniformi per sviluppare i loro capitali a volontà. Le conseguenze della mondializzazione capitalista non potevano che essere molto profonde – moltiplicate da sviluppi che, nella loro euforia, le borghesie imperialiste non avevano voluto prevedere.

Questo progetto implicava in effetti:

  • privare le istituzioni elette (parlamenti, governi…) del potere di decisione sulle scelte fondamentali e obbligarle a introdurre nella loro legislazione misure decise altrove: WTO, Trattati internazionali di libero scambio, Istituzioni dell’Unione europea, ecc… Ciò assesta così un colpo di grazia alla democrazia borghese classica – ciò che viene espresso, sul piano ideologico  con il concetto di “governance” che prende il posto della democrazia.
  • Rendere illegali, in nome della prevalenza del diritto della “concorrenza”, i “modi appropriati” del dominio borghese propri della storia specifica dei paesi e delle regioni (compromesso storico di tipo europeo, populismi di tipo latino-americano, dirigismo statale di tipo asiatico, clientelismi redistributivi di diversi tipi… ). In effetti, tutte strumentazioni creano relazioni differenziate con il mercato mondiale, dunque sono degli ostacoli al libero dispiegamento del capitale imperialista.
  • Subordinare il diritto comune al diritto delle imprese di cui gli Stati devono garantire i profitti previsti nel corso di un investimento, contro il diritto della popolazione alla salute, ad un ambiente sano, ad una vita non precaria. È uno degli obiettivi principali della nuovi trattati di libero scambio, che completano il dispositivo costituito dalle grandi istituzioni internazionali come il WTO, il FMI e la Banca mondiale.
  • Determinare una spirale senza fine di distruzione dei diritti sociali. Le borghesie imperialiste tradizionali hanno preso atto dell’indebolimento e della crisi del movimento operaio nei cosiddetti paesi del “centro”. In nome della “competitività” sul mercato mondiale, ne approfittano per condurre un’offensiva continua, sistematica, con lo scopo di distruggere i diritti collettivi conquistati in particolare dopo la Seconda Guerra mondiale. Non hanno come obiettivo l’imposizione di un nuovo “contratto sociale” a loro più favorevole, ma vogliono porre fine a tali accordi e impadronirsi di tutti quei settori potenzialmente profittevoli che, appartenendo ai servizi pubblici, sfuggivano al loro controllo come la sanità, l’educazione, i sistemi pensionistici, i trasporti, ecc…. .
  • Un processo massiccio di spossessamento delle/degli sfruttate/i e oppresse/i – facilitato dalla privatizzazione dei servizi pubblici e dall’aumento del debito privato – che le/i precipitano in un numero crescente di casi, in una situazione che ricorda la sorte che toccava agli strati popolari nell’Europa del XIX secolo. In particolare, in seguito allo scoppio delle bolle immobiliari in Giappone (anni 1990), negli Stati Uniti (2006-2007), in Irlanda e in Islanda (2008), in Spagna (2009) decine di milioni di famiglie delle classi popolari sono state cacciate dalle loro case. In Grecia, nel quadro del terzo memorandum del 2015, le banche hanno le mani libere per espellere le famiglie che non in grado di pagare i loro debiti ipotecari.

Dagli Stati Uniti al Cile, dal Regno Unito al Sud Africa, il costo degli studi superiori è stato moltiplicato dalle politiche neoliberiste, obbligando decine di milioni di giovani delle classi popolari a indebitarsi in proporzioni drammatiche. Si tratta di una svolta fondamentale dopo l’allargamento dell’accesso all’università del secolo precedente. Anche il debito dei contadini si allarga nel mondo con conseguenze veramente disumane: più di 300.000 suicidi di contadini proprietari sono stati censiti in India dal 1995 (una cifra che non tiene conto dei suicidi dei senza terra e delle donne). In generale l’indebitamento privato inasprisce l’oppressione delle popolazioni più marginali: le espulsioni dalle case, ad esempio, colpiscono in maggioranza famiglie monoparentali nelle quali donne capofamiglia hanno i figli a carico.

Un nuovo modo di dominazione

La mondializzazione capitalista implica anche

  • Una modificazione del ruolo assegnato agli Stati del rapporto tra i capitali imperialisti e i territori. Tranne qualche eccezione, i governi non sono più copiloti di progetti industriali di grande ampiezza o dello sviluppo di infrastrutture sociali (educazione, sanità…). Se continuano a sostenere nel mondo le “loro” transnazionali, queste ultime (vista la loro potenza e la loro internazionalizzazione) non si sentono dipendenti dal loro paese d’origine così come in passato: il rapporto è più “asimmetrico” che mai…. . Il ruolo dello Stato, sempre essenziale, si restringe: contribuire ad instaurare le regole per universalizzare la mobilità dei capitali, aprire tutto il settore pubblico agli appetiti del capitale, contribuire a distruggere i diritti sociali e a mantenere la propria popolazione sotto controllo.
  • Abbiamo dunque a che fare con due sistemi gerarchici che strutturano i rapporti di dominio mondiali. La gerarchia degli Stati imperialisti, già complessa come abbiamo notato (cap. I), e quella dei grandi flussi di capitale che strutturano il pianeta sotto forma di reti. Questi due sistemi non si sovrappongono più, anche se gli Stati sono al servizio dei secondi.

La mondializzazione capitalista costituisce un nuovo modo globale di dominio di classe, strutturalmente instabile. Conduce in effetti a delle aperte crisi di legittimità e di ingovernabilità in numerosi paesi e in intere regioni; ad uno stato di crisi permanente. I supposti centri di regolamentazione mondiale (WTO, Consiglio di sicurezza dell’Onu…) sono incapaci di compiere efficacemente il loro compito, e la politica “America first” di Donald Trump indebolisce le istituzioni che servono da quadro di concertazione alla borghesia internazionale.

Una classe non domina nel tempo una società senza mediazioni, compromessi sociali; senza fonti di legittimità che siano di origine storica, democratica, sociale, rivoluzionaria… . Le borghesie imperialiste liquidano secoli di “saper fare” in questo ambito in nome della libertà di movimento del capitale, mentre l’aggressività delle politiche neoliberiste lacera il tessuto sociale in un numero crescente di paesi. Che in un paese occidentale come la Grecia, gran parte della popolazione sia privata dell’accesso alle cure e ai servizi sanitari la dice lunga sull’ “estremismo” delle borghesie europee.

Durante il periodo degli imperi, bisognava assicurare la stabilità dei possedimenti coloniali – così come (sebbene in minore misura) delle zone d’influenza durante il periodo della guerra fredda. Oggi, a causa della mobilità e della finanziarizzazione, ciò dipende dal luogo e dal momento…. . Così, intere regioni possono entrare in crisi cronica sotto i colpi della mondializzazione. La messa in opera dei diktat neoliberali da parte di regimi dittatoriali già usurati ha provocato i sollevamenti popolari del mondo arabo e vaste mobilitazioni in Africa, crisi di regime aperte e violente risposte controrivoluzionarie che hanno avuto come sbocco un’instabilità acuta.                                                                                                                            

La particolarità del capitalismo mondializzato, è che si adatta all’instabilità come uno stato permanente: questa diventa consustanziale al normale funzionamento del nuovo sistema globale di dominio. Nel periodo precedente l’instabilità acuta era legato allo scoppio di una crisi economica, un momento particolare tra lunghi periodi di “normalità”, cioè di relativa stabilità. Certamente le crisi ci sono sempre, ma in un ambiente trasformato. 

IV. I nuovi (proto), (sub) imperialismi.

Le borghesie imperialiste tradizionali pensavano dopo il 1991 di poter penetrare il mercato dei vecchi paesi cosiddetti “socialisti” a tal punto da subordinarli a sé naturalmente – domandandosi al contempo se la Nato avesse ancora una funzione di contrasto alla Russia. Non si trattava di un’ipotesi assurda come lo dimostrano la situazione della Cina durante la svolta degli anni 2000 e le condizioni d’adesione di questo paese al WTO (molto favorevoli al capitale internazionale). Le cose, tuttavia, sono andate diversamente – e pare che non sia stato inizialmente preso in considerazione seriamente dalle potenze dominanti.

Per la prima volta, dopo un secolo e mezzo, è nata una nuova grande potenza capitalista, in Asia: la Cina. Un fatto capitale prodotto da una storia singolare. 

In Cina si è costituita una nuova borghesia all’interno del paese e del regime, principalmente attraverso la “borghesizzazione” della burocrazia, che si è trasformata in classe possidente attraverso meccanismi che ora conosciamo bene. Si è dunque ricostituita su una base di indipendenza (eredità della rivoluzione maoista) e non come una borghesia nel suo insieme organicamente subordinata all’imperialismo. La Cina è così diventata una potenza capitalista, d’altro canto membro permanente del consiglio di sicurezza dell’Onu, con diritto di veto (tutte cose che valgono anche per la Russia), anche se la sua formazione sociale resta originale (il lavoro di analisi di questa società nata da una storia molto specifica, senza precedenti, è tutt’altro che completato).

Quali che siano le fragilità del regime e della sua economia, la Cina è diventata la seconda potenza mondiale. Dal 2013 sotto l’impulso di Xi Jinping, Pechino dispiega una politica internazionale sempre più ambiziosa, aggressiva, dal carattere decisamente imperialista: dispiegamento militare (base di Gibuti in particolare), consolidamento di zone di influenza e subordinazione di governi, accaparramenti di terre e di risorse minerarie, esportazione di capitali e presa di controllo di imprese all’estero, spossessamento e rovina delle popolazioni locali… In numerosi paesi le classi popolari subiscono duramente le conseguenze di queste misure. Dal 2017, il gigantesco programma di espansione all’Ovest cosiddetto delle “nuove vie della seta” (o “una cintura, una via”, in sintesi: Obor, per One Belt, one road) punta a moltiplicare la presenza economica, finanziaria, politica e securitaria cinese nell’Oceano Indiano, in Medio oriente e in Africa, in Asia Centrale e in Europa, in America Latina.

Il caso cinese è unico. La Russia rimane economicamente dipendente dalle esportazioni di materie prime (dove i prodotti petroliferi contano per due terzi). La sua collocazione internazionale dipende in gran parte dall’ampiezza del suo arsenale nucleare (equilibrio delle forze mondiali) e dall’efficacia della sua forza d’urto militare regionale (Crimea, Siria). Attua politiche imperialiste senza però avere la capacità di dare vita, come può fare la Cina, a una nuova potenza imperialista matura (da cui l’uso del termine “proto” per qualificarla).

I BRICS hanno tentato di giocare di comune accordo nell’arena del mercato mondiale, senza grandi successi. I paesi che compongono questo fragile “blocco” non manovrano tutti nella stessa direzione. Il Brasile, l’India, il Sudafrica possono essere qualificati probabilmente come “sub-imperialismi” – una nozione ripresa dagli anni ’70 – e di gendarmi regionali, ma con una differenza notevole rispetto al passato: essi beneficiano di una maggiore libertà nell’esportazione dei capitali (vedi in particolare il “grande gioco” in Africa con la competizione tra Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, India, Brasile, Sudafrica, Cina, Qatar, Turchia, Nigeria, Angola… ).

La corsa all’Africa

Quando si tratta di rapina e di saccheggio delle risorse naturali, di spossessamento di stati in difficoltà, di erosione del tessuto sociale, di conflitti armati e di militarizzazioni della politica, il resto del mondo si getta sull’Africa. 

Nel contesto di crisi di civiltà multidimensionale che l’umanità affronta è in atto una nuova corsa verso l’abbondanza di risorse naturali. Dal periodo coloniale al presente l’estrazione di risorse naturali dall’Africa ha dominato le economie. Come ha descritto Walter Rodney riguardo ad un periodo precedente, l’estrazione di ferro, di uranio, di diamanti, di oro e di gomma e di altre risorse preziose ha alimentato l’industrializzazione e l’espansione del capitalismo all’Ovest, a spese dell’economia africana e dello sviluppo sociale, alimentando la corruzione del processo politico. Nel 2013, ad esempio, sei delle dieci più importanti scoperte di petrolio sono state fatte in Africa.

Oggi la fame di minerali strategici, petrolio ed altri prodotti colpisce tutto il continente. La ricerca di profitto e dominio continua ad alimentare la corsa all’estrazione, quali che siano le conseguenze sulle condizioni di esistenza dei popoli e sull’ambiente. Il carattere devastante che ciò rappresenta per la popolazione africana può essere illustrato da molti esempi, ma il caso della Repubblica del Congo, ricca di risorse, è il più impressionante. Nel sottosuolo del Congo si trovano 24 trilioni di dollari (stima in base ai prezzi del 2011) di risorse naturali, tra le quali ricchi giacimenti di petrolio, di oro, di diamanti, di coltan utilizzato i chip dei computer, di cobalto e nichel per i motori aerei e le batterie dell’auto, di rame per le tubature, di uranio per le bombe e le centrali elettriche, di ferro per quasi tutto.  In ragione dell’impunità attuata dal FMI, dagli aggiustamenti strutturali e dai programmi di stabilizzazione della Banca Mondiale e sugli accordi commerciali ed investimenti dell’UE e degli USA, l’Africa è diventata una regione chiave delle rivalità tra potenze. I nuovi poteri cercano di affermare le loro ambizioni partecipando alla nuova corsa su questo continente. La Cina, che è diventata la più grande investitrice netta in Africa è seguita dalla Russia, dall’India e dal Sud Africa, non sotto forma di una iniziativa comune del BRICS, ma, nonostante la loro appartenenza a questo club ( il che mostra la vacuità di questo progetto).

In base a un rapporto del 2016 la Cina ha investito in 293 progetti di IDE (Investimenti Diretti all’Estero, FDI in inglese) in Africa dal 2005, per un totale di 66,4 miliardi di dollari, per la maggior parte in mega progetti distruttori dell’ambiente nei quali è responsabile di circa un quarto degli investimenti. Il programma dell’Unione africana per lo sviluppo delle infrastrutture in Africa incontra qui il programma cinese Obor. 

Alcune conclusioni interlocutorie 

Si possono così delineare tre conclusioni:

  1. La competizione tra potenze capitaliste è rilanciata. Si tratta di conflitti tra potenze capitaliste, quindi qualitativamente differenti da quelli del periodo precedente. Questa può sfociare in vere guerre commerciali.
  2. Per quanto riguarda la libertà di movimento dei capitali, alcune borghesie (anche subordinate) e transnazionali del “Sud” possono utilizzare le regole concepite dopo il 1991 dalle borghesie imperialiste tradizionali, specialmente in materia di investimenti, rendendo più complessa rispetto al passato la concorrenza sul mercato mondiale. Rispetto al flusso di merci, la messa in concorrenza generalizzata dei lavoratori rimane largamente promossa dalle imprese dei centri imperialisti tradizionali e sono proprio queste che controllano l’accesso ai mercati del consumo nei paesi sviluppati e non le aziende dei paesi produttori; ciò vale meno, tuttavia, oggi per la Cina, così come per l’India o il Brasile. I margini di manovra delle potenze regionali non sono necessariamente stabilizzati come mostra oggi il caso del Brasile dove l’imperialismo statunitense riafferma la propria influenza.
  3. Non vi è soltanto una crisi di legittimità delle classi dominanti, ma anche una crisi ideologica. Si manifesta nell’ampiezza della crisi istituzionale, quando i “cattivi” candidati si impongono in alternativa e contro l’establishment, quando l’elezione stessa perde ogni credibilità agli occhi di una parte crescente della popolazione. Non potendo rispondervi, esse cercheranno sempre di più di ricorrere al “divide et impera” fomentando razzismo, islamofobia e antisemitismo, xenofobia e stigmatizzazione così come avviene con i Coreani in Giappone o con gli Afro-discendenti negli Usa e in Brasile, coi musulmani in India, con gli sciiti, i sunniti o i cristiani nei paesi musulmani…. La lotta antirazzista, antixenofoba è più che mai terreno essenziale di resistenza su scala internazionale. Così come la lotta contro le altre forme di discriminazione (sessiste, sociali….).

V. Nuove estreme destre, nuovi fascismi.

Una delle prime conseguenze della fenomenale potenza destabilizzante della mondializzazione capitalista è la crescita  spettacolare delle nuove estreme destre e dei nuovi fascismi con una base (potenzialmente) di massa. Alcune assumono forme relativamente classiche (neo nazisti), come i neonazisti di Alba Dorata in Grecia, lo NDP tedesco, lo Jobbik ungherese. Altre assumono nuove xenofobie e ripiegamenti identitari. La loro avanzata è particolarmente vistosa in una parte dei paesi europei, segnatamente il PVV olandese, il Fronte Nazionale francese, la Lega in Italia, il FPÖ austriaco, i Veri Filandesi; lo Ukip britannico… Queste forze approfittano di una triplice crisi: sociale, istituzionale e identitaria. Il loro programma economico varia, ma hanno in comune un discorso violentemente contro gli immigrati e un razzismo islamofobo. 

Nei Paesi Bassi, ma anche in Francia e in altri paesi l’estrema destra è riuscita a rompere la sua marginalità ideologica modificando i confini del discorso politico riprendendo le proprie tematiche dalla destra classica e dal centro sinistra. I governi cercano di conquistare una nuova legittimità soffiando sul fuoco del nazionalismo e del pericolo esterno: “invasione” da parte dei capitali stranieri o l’immigrazione. Negli Stati Uniti la campagna elettorale di Donald Trump, un outsider politico si è radicata organicamente nel suprematismo bianco.

Altre forze di estrema destra nascono sotto il segno del fondamentalismo religioso, e ciò avviene in tutte le “grandi” religioni (cristiana, buddista, induista, musulmana…), o sotto il segno del “nazionalismo religioso” (estrema destra sionista)… . Queste correnti rappresentano oggi una minaccia considerevole in paesi come l’India, lo Sri Lanka, Israele.

Esse sono state capaci di influenzare la politica di governi importanti come quello degli Stati Uniti all’epoca di Bush.  In Francia i settori cattolici più reazionari hanno influito pesantemente sullo svolgimento della campagna presidenziale (sostenendo Fillon) e occupano una posizione centrale in molti paesi Est europei, tra i quali l’Ungheria. L’evangelismo radicale, cristiano, semina scompiglio in America latina e in Africa. In questo ambito il mondo musulmano non ha dunque il monopolio; ma ha preso una dimensione internazionale particolare, attraverso movimenti “transfrontalieri” come lo Stato islamico, Al-Qaida o i talebani, alcune reti che sono in connessione più o meno formale dal Marocco all’Indonesia fino al sud delle Filippine.

Le estreme destre si coordinano anche su scala internazionale sotto le forme più eterogenee. Così il “movimento euroasiatico” di Alexander Dugin integra nuove destre, fascisti, “cospirazionisti”, “campisti” e diversi fondamentalismi religiosi, una rete aperta a pericolose alleanze “rosso brune”.

Bisogna analizzare più approfonditamente le nuove estreme destre, religiose e non: non sono semplici repliche del passato; esse esprimono l’oggi. È importante giudicarle politicamente per comprendere che ruolo giocano (ricordiamo che non è passato tanto tempo da quando una parte non trascurabile della sinistra radicale internazionale vedeva nell’islamismo fondamentalista l’espressione di un antimperialismo “oggettivamente” progressista, anche se ideologicamente reazionario). Ciò è anche necessario per combattere le interpretazioni “essenzialiste” dello “scontro di civiltà”. 

Sono correnti di estrema destra e controrivoluzionarie. Hanno contribuito ad arrestare la dinamica delle rivoluzioni popolari nate durante la “primavera araba”. Non hanno il monopolio né della violenza estrema (vedi il regime di Assad!) né della “barbarie” (l’ordine imperialista è “barbaro”). Ma esercitano sulla società un controllo e un terrore “dal basso” che ricorda in molti casi i fascismi tra le due guerre prima di accedere al potere.

Come tutti i termini politici, quello di fascismo è sovente abusato o interpretato in modi diversi. Ciò nonostante, alcune nostre organizzazioni discutono questo problema – come evolvono i movimenti fondamentalisti e le estreme destre nazionaliste, che possono essere o non essere qualificate di fasciste – ad esempio in paesi come il Pakistan (il movimento talebano) o l’India (RSS), o sotto lo Stato islamico. “Teofascimo” potrebbe essere un termine generico utilizzato per questo tipo di correnti, tutte le religioni incluse.

Qualsiasi siano gli attributi più appropriati per caratterizzare le nuove estreme destre, la loro crescita esponenziale pone alla nostra generazione militante problemi politici con i quali non ci eravamo confrontati nel periodo precedente – quelli della resistenza “antifascista” su ampia scala. Dobbiamo lavorare su questo e perciò abbiamo bisogno di collettivizzare le analisi e le esperienze nazionali o regionali.

Più in generale, l’evoluzione delle destre radicali nutre una spinta reazionaria molto pericolosa che mira in particolare a rimettere in discussione i diritti fondamentali delle donne e LGBTI trovando appoggio sovente nelle Chiese istituzionali in materia di aborto (Spagna dove uno scellerato progetto di legge che mira ad abolire il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza è stato sconfitto, Italia, Polonia, Nicaragua… ), lo statuto della famiglia (puntando al ritorno a una visione molto conservatrice del ruolo della donna…), così come scatenando una vera e propria caccia alle streghe contro gli omosessuali (Iran, alcuni paesi africani dove sono potenti le correnti evangeliste…) o i/le transessuali. La reazione attacca frontalmente anche il diritto all’autodeterminazione delle donne e delle persone (riconoscimento della diversità di orientamento sessuale), diritti acquisiti dopo lunghe lotte.

Questi movimenti prendono di mira in particolare le donne che subiscono una doppia oppressione, razziale e sessuale. Nella maggior parte dei paesi occidentali l’avanzata di questi movimenti è dovuta alla propaganda islamofoba, anche se non è l’unica caratteristica dei movimenti e partiti reazionari) in particolare contro le donne mussulmane, quelle che portano il velo e le aggressioni contro di loro sono aumentate. Mentre alcuni di questi movimenti attaccano chiaramente le donne e le persone LGBTI possiamo osservare un nuovo fenomeno di omonazionalismo e di femonazionalismo nei paesi europei negli Stati Uniti e in Israele. Prendendo a pretesto la protezione delle donne e delle persone LGBTI questi attaccano alcuni settori della popolazione, i migranti accusandoli di violentare le donne o definendo l’Islam come contrario all’omosessualità. Questi movimenti stanno crescendo da qualche anno e sono di fatto spesso legati all’estrema destra. Di conseguenza l’estrema destra nei paesi imperialisti conosce spesso tensioni tra le correnti che vogliono fare appello al sessismo e all’esterosessimo della loro base e quelle che tentano di aggregare alla loro causa i diritti delle donne e delle LGBTI per rafforzare l’islamofobia e i pregiudizi antimmigrati.

Anche se l’omonazionalismo dei movimenti di estrema destra nei paesi imperialisti e le campagne anti LGBTI delle forze di estrema destra nei paesi dominati sembrano contraddirsi, nei fatti si rafforzano reciprocamente. Convergono nel considerare l’omosessualità e i diritti LGBTI come prodotti di esportazione dei paesi imperialisti. Questa menzogna deve essere combattuta dalla campagna internazionale queer contro il pinkwashing di Israele.

Alla luce della vecchia e nuova ideologia fondamentalista religiosa nei nostri rispettivi Stati, riaffermiamo l’importanza della laicità dello Stato, come quella di praticare liberamente qualsiasi religione. 

Lo Stato deve essere laico, senza secolarizzare le comunità, né utilizzare il secolarismo come strumento per minare i diritti delle minoranze (Francia). 

Uno Stato laico non significa secolarizzare le comunità e le persone, in modo da attentare ai loro diritti umani.

La libertà di culto non significa che i leader religiosi abbiano la libertà di esercitare un potere e un controllo tramite i poteri degli apparati di Stato. La libertà di culto significa soltanto la libertà di praticare la propria fede. Ciò vuol dire che in Libano la libertà di culto non dovrebbe permettere che dei leader religiosi possano esercitare la loro propria versione dello “Stato di diritto religioso”.

Bisogna tenere conto del fatto che, nelle due pratiche summenzionate, ci sono rapporti di potere oppressivi imposti alle donne, ai loro corpi e alle loro vite, e ricordare che le leggi religiose dipendono in gran parte dall’unità famigliare e dalla segregazione dei ruoli dati tra uomini e donne. In Libano, ad esempio, non esistono le leggi che regolano uno stato individuale protetto dallo Stato, e le sole leggi che esistono sono religiose e protette dalle sette.

In paesi come l’Italia e il Messico, dove la separazione tra la Chiesa e lo Stato è stata una conquista storica, vogliamo sottolineare come tale conquista si attenua costantemente quando le relazioni pubbliche tra le alte sfere politiche governative e i leader religiosi si moltiplicano, in particolare riguardo ai diritti delle donne e LGBTI

Tali tipi di azioni e di legami, anche se non sono espressi in questo modo, cercano di prendere decisioni congiunte riguardo ai diritti delle donne e ai loro corpi, come nel caso dell’aborto in Messico. Queste decisioni mettono evidentemente in pericolo le nostre vite.

Il conservatorismo neoliberale che cerca di rafforzare la famiglia patriarcale piuttosto che le donne e che impedisce i divorzi, ha fatto aumentare notevolmente la violenza domestica contro le donne. Oltre all’impunità, i tagli di bilancio nel sostegno materiale alle vittime di violenza coniugale hanno creato un ambiente sociale che suscita la violenza maschile.

I movimenti “teofascisti” utilizzano sistematicamente la violenza sessuale contro le donne e le/i minorenni nei territori che controllano, principalmente sotto forma di stupro e di schiavitù sessuale. Se ne servono per reclutare nuovi membri e per combattere altri gruppi. In Iraq e in Siria, migliaia di donne yazide e kurde sono state catturate e stuprate da membri dello Stato islamico.

VI. Regimi autoritari, esigenza democratica e solidarietà.

La crescita delle destre reazionarie è favorita dall’ideologia securitaria propugnata oggi dai governi borghesi in nome della lotta contro il terrorismo o l’immigrazione “illegale”. A loro volta, i suddetti governi strumentalizzano le paure così alimentate per inasprire lo Stato penale, instaurare regimi sempre più polizieschi e far accettare misure liberticide: sono popolazioni intere ad essere trattate ora come “sospette” e sottoposte a sorveglianza.

Nelle regioni del mondo coinvolte dal processo rivoluzionario iniziato in Tunisia e in Egitto, i nuovi apparati, volendo spezzare la lotta popolare per l’emancipazione, hanno utilizzato tutto l’insieme delle pratiche più feroci; la loro violenza è stata moltiplicata dalla concorrenza tra le potenze. In Siria, nello Yemen, in Libia e parzialmente in Iraq, è con la guerra totale che da una parte le caricature di poteri di Stato e i loro alleati (Iran e Russia da un lato, monarchie del golfo dall’altro), e dall’altra parte i jihadisti hanno intrapreso lo sradicamento dei movimenti per le libertà e la giustizia sociale. In Egitto e ora in Turchia, la radicalizzazione repressiva dei regimi che erano sati scossi, si traduce in uno schiacciamento senza precedenti delle aspirazioni democratiche. Il popolo kurdo, che si rifiuta di rinunciare alla propria lotta, è una vittima espiatoria del regime di Erdogan, mentre lo Stato di Israele sotto Netaniahu approfitta del caos circostante, della complicità del generale Sisi e, soprattutto, del presidente americano Trump, per soffocare ancor più il popolo palestinese. I paesi del Maghreb e il Libano sembrano in confronto meno toccati dal forte vento controrivoluzionario, anche se la monarchia marocchina stringe la sua mano di ferro. In Tunisia, culla del processo aperto alla fine del 2010 i movimenti sociali non sono stati distrutti, anche se l’assenza di prospettive pesa sulla situazione.

Tuttavia, i movimenti di contestazione non cessano di rinascere in tutta la regione fino in Iran, poiché le politiche di oppressione condotte in nome della “lotta contro il terrorismo”, il neoliberismo distruttivo e la corruzione endemica di tutti questi poteri non possono venire a capo di popolazioni giovani informate ed esasperate dall’assenza di prospettive.

In America latina, i governi (e partiti) cosiddetti progressisti sono in crisi. Questo riguarda tanto le esperienze di ispirazione sociale liberale quanto quelle più radicali, bolivariane, ecc. Pagano il prezzo delle loro concessioni al neoliberismo e/o dei limiti di un orientamento neosviluppista, basato sull’esportazione di energie fossili e di materie prime in generale.

Le debolezze di queste esperienze “progressiste” hanno facilitato la brutale offensiva reazionaria della destra filoimperialista e antidemocratica. L’offensiva neoliberista antipopolare contro i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, delle donne, dei popoli indigeni, dei popoli di origine africana, prende due forme distinte ma complementari: vittorie elettorali (Argentina, Cile) e colpi di Stato pseudo-costituzionali (Honduras, Paraguay, Brasile).

Di fronte a questa offensiva, contro i colpi di Stato e le misure reazionarie e antipopolari, si è sviluppata un’ampia resistenza popolare sotto diverse forme. Gli anticapitalisti partecipano attivamente a queste mobilitazioni, cercando di rafforzare la dinamica antisistema.

Negli stessi paesi di vecchia tradizione democratica borghese, assistiamo ad un vero cambio di regime. Vengono adottate leggi proprie della guerra civile col pretesto dell’antiterrorismo. Vengono dispiegati sistemi di sorveglianza di massa. L’esercito è dotato di poteri di polizia (Francia) o le forze di polizia sono militarizzate. Misure di eccezione sono introdotte nel diritto corrente. L’esecutivo estende la sua autorità a spese del giudiziario… .

L’indebolimento dello Stato democratico borghese, “rappresentativo della volontà del popolo”, espone direttamente le donne e altri settori della società storicamente più vulnerabili alle leggi “selvagge” del mercato, sotto le quali solo i più forti possono sopravvivere. 

La rinuncia al contratto sociale come lo abbiamo conosciuto nella seconda metà del XX° secolo, ha aperto le porte all’accaparramento di tutti i beni comuni da parte del capitale multinazionale. Tale rapina si estende alle parti intime e personali dei corpi e degli organi vitali delle donne (e degli esseri umani in generale).

La generalizzazione progressiva degli stati d’eccezione contribuisce alla negazione dell’umanità di interi gruppi sociali: minoranze, migranti… . Il ricorso sistematico al “crimine” di blasfemia, di lesa maestà, d’attentato all’identità o alla sicurezza nazionale vi contribuisce. L’insidioso ritorno della politica di disumanizzazione (che ha nutrito i genocidi di ieri) non è solo il segnale di tendenze reazionarie, ma anche controrivoluzionarie.

La mondializzazione capitalista ha provocato la crisi delle istituzioni cosiddette democratiche (laddove esistevano) e del parlamentarismo borghese. Di fronte a questa perdita di legittimità, la tendenza dominante è quella dell’instaurazione – brutale o strisciante – di regimi autoritari che sfuggono alla sovranità popolare (vi sono eccezioni che confermano la regola, come nel caso di vecchie dittature militari che possono ancora cedere o spartire una parte del loro potere, come in Birmania, senza per altro che sia instaurato un regime democratico). Il diritto di scelta è semplicemente negato alle popolazioni in nome di trattati e regolamenti approvati dai loro governi.

L’esigenza di democrazia – “la vera democrazia adesso!” – acquista così una dimensione sovversiva più immediata rispetto a ciò che fu in passato, permettendo di fornirle un contenuto alternativo, popolare. Allo stesso tempo, l’universalità delle politiche neoliberiste e della mercificazione dei “beni comuni” che l’accompagna, permette la convergenza di resistenze sociali, come si è visto nell’ambito del movimento altermondialista. Le conseguenze già avvertite del cambiamento climatico offrono anche un nuovo campo di convergenze potenzialmente anticapitaliste.

Tuttavia, gli effetti durevoli delle sconfitte del movimento operaio e dell’egemonia ideologica neoliberale, la perdita di credibilità dell’alternativa socialista, contrastano queste tendenze positive. È difficile che i successi, talvolta considerevoli, dei movimenti di protesta riescano a durare nel tempo. In questo contesto, l’asprezza delle oppressioni può rafforzare resistenze identitarie “chiuse”, dove una comunità oppressa resta indifferente alla sorte riservata agli altri oppressi (come nel caso dell’“omonazionalismo”). La confessionalizzazione di numerosi conflitti contribuisce anche alla divisione de/lle/gli sfruttat/e/i e de/lle/gli oppress/e/i.

L’ordine neoliberale può imporsi solo riuscendo a distruggere le vecchie solidarietà e strozzando l’emergere di nuove solidarietà. Anche se sono più che mai oggettivamente necessarie, non possiamo pensare che le solidarietà si sviluppino “naturalmente” in risposta alla crisi, così come l’internazionalismo di fronte al capitale mondializzato. Per conseguire questo fine occorre un impegno concertato e sistematico.

VII. Espansione capitalista e crisi climatica

Il 17° congresso mondiale della IV Internazionale ha adottato una risoluzione sull’ecologia alla quale rimandiamo. Notiamo qui brevemente che la reintegrazione del “blocco” sino-sovietico nel mercato mondiale ha permesso un’enorme espansione dell’area geografica sotto il dominio del capitale, cosa che alimenta un’accelerazione drammatica della crisi ecologica globale, su molteplici terreni. La riduzione delle emissioni di gas serra deve cominciare subito nei grandi paesi emettitori del Sud e non soltanto del Nord.

In questo contesto, la regolazione del “debito ecologico” nel Sud non deve favorire lo sviluppo capitalista mondiale e dare profitto sia alle transnazionali nippo-occidentali impiantate nel Sud, sia alle transnazionali del Sud (ad esempio l’agroindustria brasiliana), dal momento che ciò non farebbe altro che nutrire sempre di più le crisi sociali e ambientali.

Occorre certo una solidarietà “nord-sud”, ad esempio nella difesa delle vittime del caos climatico. Più che mai, tuttavia, vi è all’ordine del giorno nei rapporti “nord-sud” una lotta comune “anti–sistema” dal punto di vista delle classi popolari: ossia una lotta comune per un’alternativa anticapitalista, un’altra concezione dello sviluppo al “Nord” come al “Sud”. 

Il punto di partenza essendo la lotta socio-ambientale per “cambiare il sistema, non il clima”, ha alla base i movimenti sociali e non solamente le coalizioni specifiche sul clima. Bisogna, dunque, lavorare affinché ci sia un’articolazione tra di esse. Se non si “ecologizza” la lotta sociale (come già si può fare nelle lotte contadine o urbane), l’espansione numerica delle mobilitazioni sul “clima” rimarrà alla superficie delle cose.

A causa del riscaldamento atmosferico globale, la superficie dei ghiacciai si riduce, il livello degli oceani cresce, la falde acquifere seccano, i deserti si estendono, l’acqua dolce diventa più rara, l’agricoltura è minacciata e i fenomeni climatici estremi diventano più frequenti. Gli effetti del super tifone Haiyan nelle Filippine superano in ampiezza ciò di cui eravamo già avvertiti. Il futuro annunciato fa già parte del presente. Ciò ha delle conseguenze destabilizzatrici che vanno ben al di là delle regioni direttamente colpite e provocano delle crisi a catena (vedi le tensioni tra il Bangladesh e l’India sulla questione dei rifugiati migranti, o i conflitti tra Stati per il controllo delle riserve acquifere). L’organizzazione delle vittime del caos climatico, la loro difesa e l’aiuto alla loro autorganizzazione fanno pienamente parte della lotta ecologica.

Un’altra questione chiave è quella della sovranità alimentare che dà ai popoli il diritto e i mezzi di definire i propri sistemi alimentari. Essa dà il potere a quelle e quelli che producono, distribuiscono e consumano, piuttosto che alle grandi aziende e alle istituzioni del mercato che dominano oggi questo settore. Permette di porre fine all’accaparramento delle terre ed esige un’ampia riforma agraria per ridare le terre ai produttori.

 Uno degli aspetti più distruttivi della crisi ambientale è il suo impatto sulla biodiversità – quella che viene chiamata la “sesta estinzione”. L’avvenire della nostra specie non può essere separato da questa crisi della biodiversità.

VIII. Un mondo di guerre permanenti.

Siamo entrati in un mondo di guerre (al plurale) permanenti. Questa situazione non riguarda solo i conflitti internazionali, ma anche la situazione interna ad alcuni paesi dell’Africa o dell’America latina, come il Messico.

Le guerre sono durature sotto molteplici aspetti. Dobbiamo, dunque, interessarci alle modalità attraverso cui sono condotte, così come alle resistenze popolari, per capire meglio le condizioni di una lotta, la realtà di una situazione, le esigenze concrete della solidarietà…. . Per questo, ciascuna guerra deve essere analizzata nelle sue specificità. Ci confrontiamo, infatti, con situazioni molto complesse, come oggi in Medio Oriente, dove nell’ambito di un teatro di un’unica operazione (Iraq – Siria) si intrecciano conflitti dalle caratteristiche specifiche, al punto tale da generare tensioni e contraddizioni tra forze progressiste.

Dobbiamo, tuttavia, mantenere una bussola in una geopolitica così complessa: indipendenza di classe contro gli imperialismi, contro i militarismi, contro i fascismi e contro l’avanzata dei movimenti identitari “anti-solidali” (razzisti, islamofobi e antisemiti, xenofobi, castisti, fondamentalisti, omofobi, misogini, maschilisti…).

Chi parla di guerre dovrebbe parlare di movimento antiguerra. Essendo le guerre così differenti le une dalle altre, la costituzione in sinergia di tali movimenti non è così automatico. Esistono tuttavia movimenti antiguerra vivaci, soprattutto in Asia. Dal punto di vista strategico, nel continente euroasiatico, il superamento delle frontiere ereditate dall’epoca dei blocchi sarà fatto in particolare su questa questione.

La nostra solidarietà deve affermarsi verso tutte le popolazioni vittime del militarismo, verso tutte le resistenze popolari alle guerre provocate dall’ordine neoliberale e dalle ambizioni delle potenze. Deve essere portata una nuova attenzione alla lotta per il disarmo nucleare universale, dopo l’adozione da parte dell’ONU di un trattato a questo fine, e l’attribuzione del premio Nobel per la pace all’organizzazione che ne è stata l’asse portante (la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, ICAN). 

IX. I limiti della superpotenza

Le regole uniche dell’ordine capitalista mondializzato non impediscono ad alcuni stati di essere più eguali degli altri; gli Stati Uniti si permettono azioni che non autorizzerebbero altrove e ad altri. Approfittano del ruolo del dollaro per “esportare” il loro “diritto” a procedimenti legali; controllano una buona parte delle tecnologie più avanzate e comandano una potenza militare senza eguali. Il loro Stato possiede funzioni di regolazione del mondo che altri – nel mondo occidentale- non hanno più o di cui non dispongono più i mezzi. La novità tuttavia è che nell’ultimo decennio devono far fronte alla Cina, il cui Stato pilota l’espansione internazionale, e al fatto che non hanno più il monopolio in questo campo.

Gli Stati Uniti rimangono la sola superpotenza al mondo – e tuttavia, stanno perdendo le guerre in cui sono stati impegnati dall’Afghanistan alla Somalia. La causa sta forse nella mondializzazione neoliberale che impedisce di consolidare socialmente (in alleanza con le élite locali) dei successi militari temporanei. Forse è anche la conseguenza della privatizzazione degli eserciti, laddove giocano un ruolo crescente le aziende di mercenari, così come le bande armate “non ufficiali” al servizio di interessi particolari (grandi imprese, grandi famiglie di proprietari…).

Inoltre questa potenza, seppure super, non ha gli strumenti in grado di intervenire su tutti i fronti in presenza di una instabilità strutturale generalizzata. Avrebbe bisogno di imperialismi secondari come spalla. La Francia e la Gran Bretagna hanno capacità molto limitate. La Brexit ha apportato un duro colpo alla costituzione di un imperialismo europeo unificato, dato che il Regno Unito comanda uno dei due soli eserciti significativi dell’Unione.

L’elezione di Donald Trump e le sue dichiarazioni unilateraliste pongono in termini acuti un problema più vecchio: in quale misura è assicurato “l’ombrello strategico” garantito dagli Stati Uniti? La risposta è chiara: in una misura incerta. I falchi della destra giapponese ne hanno tratto le conseguenze. Che cosa succederà in Europa occidentale? La Germania imperialista è sotto pressione. Può continuare ad approfittare della sua posizione economica dominante senza assumersi responsabilità militari? La crisi dell’Ue, la pressione russa e l’atteggiamento di Washington pongono obiettivamente all’ordine del giorno la questione del riarmo tedesco – proprio mentre in questo paese (così come in Giappone) vi è tra la popolazione una forte ostilità nei confronti del militarismo.

L’attuale governo giapponese mostra apertamente le sue ambizioni nazionaliste e militariste. Però deve ancora spezzare le resistenze civiche al completamento del suo riarmo (portaerei, arma nucleare…). Tali resistenze sono particolarmente vive nell’isola di Okinawa dove si trovano le più grandi basi militari statunitensi. Più in generale, la memoria storica dell’invasione giapponese in Asia, che ha dato inizio in Estremo Oriente alla Seconda Guerra Mondiale, è tutt’altro che svanita. L’arcipelago giapponese costituisce certo un elemento centrale del sistema di dominio degli Stati Uniti nel Pacifico del nord. Ma Tokyo non è sempre in grado di assumere direttamente responsabilità geopolitiche internazionali e di assecondare così Washington. Inoltre, la politica erratica di Donald Trump e il poco conto in cui tiene l’opinione dei suoi alleati non facilitano il compito di Shinzo Abe.

L’imperialismo statunitense non può contare su alleati affidabili ed efficienti né a ovest, in Europa, né a est, in Asia.

X. Internazionalismo contro campismo.

Non c’è più una grande potenza (categoria alla quale non appartiene Cuba) “non” o “anti” capitalista. Bisogna trarne tutte le conclusioni.

In passato, senza mai allinearci alla diplomazia di Pechino, abbiamo difeso la Repubblica popolare della Cina (e la dinamica della rivoluzione) contro l’alleanza imperialista nippo-americana. In questo senso siamo stati dalla parte del suo campo. Ci siamo opposti alla NATO nonostante il nostro pensiero sul regime staliniano: non per questo siamo stati “campisti”, dal momento che la nostra posizione non frenava la nostra lotta contro la burocrazia staliniana. Abbiamo semplicemente agito in un mondo dove le linee dei conflitti erano articolate in rivoluzione/controrivoluzione, blocco Est/Ovest e cino-sovietico. Oggi non è più così.

La logica “campista” ha sempre condotto ad abbandonare alcune vittime (quelle che si trovano ad essere dalla parte sbagliata) in nome della lotta contro “il nemico principale”. Ciò è ancora più vero oggi rispetto al passato, dal momento che porta a schierarsi nel campo di una potenza capitalista (Russia, Cina) – o al contrario nel campo occidentale quando Mosca o Pechino sono percepiti come la prima minaccia. Così facendo si alimentano nazionalismi aggressivi e si santificano le frontiere eredità dell’epoca dei “blocchi” proprio nel momento in cui occorre cancellarle.

Il campismo può condurre a sostenere in Siria il regime assassino di Assad e l’intervento russo – oppure la Coalizione sotto egemonia USA che include in particolare l’Araba saudita. Anche di fronte al martirio di Aleppo, una parte della sinistra radicale internazionale ha continuato a guardare altrove, per non rompere con la sua tradizione campista. Altre correnti si accontentato di condannare l’intervento imperialista in Iraq e in Siria (che occorre senza dubbio fare), ma senza dire nulla di ciò che è e di ciò che fa lo Stato islamico e senza chiamare alla resistenza nei suoi confronti.

Questo tipo di posizione impedisce di porre chiaramente l’insieme dei compiti di solidarietà. Non basta richiamare le responsabilità storiche degli imperialismi, dell’intervento del 2003, gli obiettivi inconfessati dell’attuale intervento siro-iracheno, denunciare il proprio imperialismo. Bisogna pensare ai compiti concreti di solidarietà dal punto di vista dei bisogni (umanitari, politici e materiali) delle popolazioni vittime e dei movimenti di lotta. Ciò non può essere fatto senza attaccare il regime di Assad e i movimenti fondamentalisti controrivoluzionari.

Così come nel caso dei conflitti di frontiera che divide attualmente l’Est europeo, come nel caso dell’Ucraina, il nostro orientamento è stato quello di lottare, in tutti i paesi, dentro e fuori l’Ue, per un’altra Europa basata sulla libera associazione di popoli sovrani contro tutte le forme di dominio (nazionali, sociali…) – questo significa per noi il socialismo.

XI. Crisi umanitaria

Politiche neoliberiste, guerre, caos climatico, convulsioni economiche, decomposizioni sociali, esacerbazione delle violenze, pogrom, crollo dei sistemi di protezione sociale, epidemie devastanti, donne ridotte in schiavitù, bambini martiri, migrazioni forzate… . Il capitalismo trionfante, sfrenato, partorisce un mondo dove si moltiplicano le crisi umanitarie.

La disintegrazione dell’ordine sociale colpisce appieno gli Stati in paesi come il Pakistan. In Messico, in particolare, la decomposizione del capitalismo senza aver condotto all’emergenza di un nuovo fascismo, ha comunque trasformato le gang criminali marginalizzate che agiscono clandestinamente, in veri gruppi di potere associati alla classe politica dominante, al capitale finanziario internazionale. Così estendono le loro reti al resto dell’America latina e agli Stati Uniti. Inoltre, oltre al traffico di droga, sono implicate nel rapimento e nella tratta delle donne. Esse controllano parti ampie del territorio e hanno una base sociale. La sedicente guerra contro la droga, i conflitti tra le diverse bande criminali e i danni “collaterali” hanno provocato più morti della guerra in Iraq.

La loro esistenza facilita l’accumulazione capitalista attraverso lo spossessamento espellendo migliaia di contadini e i popoli autoctoni dalle loro terre a beneficio delle società transnazionali impegnate principalmente nell’estrattivismo. Ciò giustifica la militarizzazione del paese e la criminalizzazione della protesta sociale. Benché prive di un profilo politico, queste bande sono alla base del processo di accumulazione del capitale e promuovo una cultura misogina, sessista, omofoba e xenofoba. Offrono un terreno fertile per la formazione di gruppi paramilitari al servizio delle oligarchie.

Sotto la pressione dell’estrattivismo e dell’estremo saccheggio delle risorse naturali, dell’accaparramento delle terre e dell’acqua, una delle più grandi crisi di migrazioni e di profughi è in corso da molti decenni nell’Africa subsahariana. I migranti e i profughi sono per la maggior parte africani, ma contrariamente ai miti abituali, restano in maggior parte (4,5 milioni) “localizzati” in Africa. Si stima che nei prossimi anni, da 10 a 20 milioni di Africani saranno strappati ai loro luoghi di vita, come conseguenza dello sconvolgimento climatico indotto dal capitalismo.

Invece di essere rafforzato di fronte all’emergenza, il diritto umanitario è stato calpestato dagli Stati. L’Unione Europea non fa nemmeno più finta di rispettare la legge internazionale per quanto riguarda l’accoglienza dei rifugiati. Lo scellerato accordo negoziato con la Turchia ne è l’illustrazione. La stessa cosa capita ai Rohingya in Asia del Sud-Est.

Sovente emerge apertamente una violenza senza limiti. L’iperviolenza non è a questo punto più negata, ma messa in scena, come fa lo Stato islamico. Il femminicidio in paesi come l’Argentina o il Messico prende forme estreme: corpi impalati, bruciati; non hanno nulla da invidiare alle violenze “tradizionali” dei “delitti d’onore” (ribelli all’ordine patriarcale, sepolte vive….).

Dopo George W. Bush e gli attentati dell’11 settembre 2001, l’umanità stessa del nemico è negata da un numero crescente di governi. In nome della lotta del “Bene” contro il “Male”, la “guerra umanitaria” si è infine liberata del diritto umanitario e del diritto di guerra: il nemico “assoluto” non ha più diritto ad alcun diritto – marcisce nelle galere fondamentaliste o nel “buco nero” di Guantanamo e nelle prigioni segrete della CIA, piazzate in diversi paesi.

A questa barbarie moderna occorre rispondere con un allargamento dei campi d’azione internazionalisti. Sinistre militanti e movimenti sociali devono assicurare in particolare lo sviluppo della solidarietà “da popolo a popolo”, da “movimenti sociali a movimenti sociali”, verso le vittime della crisi umanitaria.

Dopo un periodo in cui la nozione stessa d’internazionalismo è stata sovente screditata, l’ondata altermondialista, poi la moltiplicazione delle “occupazioni” di piazze o di quartieri, le ha ridato la sua patente di nobiltà. Ora occorre che questo ravvivato internazionalismo trovi forme di azione più permanenti su tutti i terreni della contestazione. Ciò non si farà spontaneamente, del resto si può notare un indebolimento del significato del termine solidarietà o della sua pratica in troppi paesi.

XII. Una guerra di classe mondializzata

Il capitalismo mondializzato conduce una guerra di classe mondializzata.

I suoi obiettivi non sono congiunturali. Non punta a imporre un compromesso storico che gli sia più favorevole di quello che le borghesie hanno dovuto accettare dopo la Seconda Guerra Mondiale – vuole regnare senza più dover stringere compromessi con le classi popolari. Non impone alcun limite a priori alla sua offensiva. A questo scopo instaura un nuovo modo di dominio. 

La brutalità dell’attacco suscita resistenze, a volte di massa. Lo testimonia oggi clamorosamente l’ampiezza internazionale dell’8 marzo 2017 e delle ripetute mobilitazioni delle donne dall’Argentina alla Polonia, dall’India all’Iran, dalla Tunisia allo Stato spagnolo o all’Italia, dalla Turchia al Messico, dagli Stati Uniti al Pakistan. In effetti, le donne subiscono in pieno gli effetti combinati del neoliberismo, della precarizzazione sociale, della crescita delle correnti reazionarie e controrivoluzionarie, delle situazioni di guerra, dell’esasperazione delle violenze e dei femminicidi. Al di là della molteplicità delle situazioni e delle rivendicazioni, le donne in lotta si ritrovano spesso all’avanguardia delle resistenze collettive al nuovo disordine mondiale.

In un rapporto di forza che resta sfavorevole, le resistenze democratiche e sociali offrono punti di appoggio per ricostruire una capacità di iniziativa dei movimenti popolari e anticapitalisti (vedi la risoluzione adottata su questi temi dal congresso mondiale). 

Riguardo la dinamica propria del capitalismo mondializzato restano molte questioni “aperte”, in particolare in materia economica e le sue implicazioni strategiche. Per segnalarne solo alcune:

Vi è la minaccia di una nuova crisi finanziaria, anche se non si sa quale sarà il detonatore e quali saranno le implicazioni. Le innovazioni tecnologiche legate all’informatica avranno un effetto significativo sulla produttività del lavoro? Ci troviamo in un periodo di lunga stagnazione? Alcuni settori significativi della borghesia potranno optare per un nuovo protezionismo mentre gli accordi di libero scambio continuano ad estendersi? Il riscaldamento climatico e la crisi ecologica globale contribuiscono ad imporre dei limiti assoluti allo sviluppo capitalista? 

Il lavoro di riflessione collettiva su questi temi deve continuare.

Comunque sia, la precarizzazione del lavoro e delle condizioni generali di vita, la lacerazione del tessuto sociale, proseguirà nella maggior parte dei paesi. Le oppressioni si accentueranno, se le solidarietà non vi si opporranno con sufficiente forza. Le devastazioni della crisi ecologica si estenderanno. L’instabilità geopolitica si aggraverà ancora.

L’alternativa storica “socialismo o barbarie” acquisisce oggi pienamente il suo significato, e dà tutto il suo senso alla lotta internazionalista nella quale siamo impegnate/i.

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