Il terzo uomo e il ruolo dell’Italia

Ma per capire la dinamica di quanto è avvenuto a Tranik tra il 1999 e il 2001 si deve considerare il terzo attore, colui – o per meglio dire, coloro – che hanno elaborato la versione ufficiale, dapprima recitata senza tentennamenti dal solo Nihad Ohran, e successivamente recitata con completezza da Paraga e da Hanas Zulum. Non conosciamo i dettagli della prima versione, in quanto la deposizione di Nihad Ohran nella preinchiesta è indisponibile, e ne sappiamo qualcosa solo dal breve riassunto che ne ha fatto la Procura di Travnik nel documento in cui si richiedeva l’autorizzazione a procedere al Tribunale internazionale dell’Aja. La versione finale, che comunque include tutti i dettagli inizialmente dati da Nihad Ohran e a noi conosciuti, si articola nei 21 punti già visti. I punti (10), (11), (12) e (20), relativi all’eccidio e al presunto rapporto ai superiori di Paraga, del tutto insostenibili, sono stati contestati al processo, e la loro confutazione ha permesso la condanna di Paraga. I punti dal (13) al (19), relativi alle ore successive alle 20.00, sono negati fondamentalmente dalla deposizione, confermata per ben quattro volte, del civile Ragib, e da una serie di “ripensamenti” nel corso del tempo di altri testimoni. I punti (8) e (9) sono negati dai sopravvissuti italiani, con l’identificazione di Nijaz Kurbegović come trattorista dal Querceto a Radovan, e con la testimonianza per cui non vi fu alcuno scarico del camion mentre loro erano al Querceto.

Del tutto implausibile è il punto (21), quello sulla presunta, successiva promozione di Paraga. Il destino di Paraga dopo l’eccidio è stato un elemento particolarmente contrastato e contraddittorio nel corso della preinchiesta, dell’inchiesta e del processo. La versione ufficiale sostenuta da Paraga e Fuad Zec, è che verso il 10 giugno Paraga sia stato dimesso da comandante del 3° battaglione, sostituito dal suo vice Osman Huntić, e spostato, con una promozione, presso il Comando centrale a Gornji Vakuf. Una versione che concorda sulla data ma non sul contenuto è quella di Meho nella preinchiesta, per cui Paraga, “Rasema” e il gruppo dei ragazzi di Voljice, verso il 10 giugno sarebbero scomparsi, senza che nessuno sapesse dove fossero, e che il Comando di Gornji Vakuf tempestava di richieste il comando di Mašete per sapere dov’era Paraga. Dževad Zulum nell’inchiesta si limita a concordare sulla data, tra il 10 e il 15 giugno, ma senza specificare altro. La versione diametralmente opposta a quella ufficiale è invece contenuta nella comunicazione del Ministero della Difesa del 30 maggio 2001, per cui Paraga sarebbe stato dimesso dal Comando di Gornji Vakuf come punizione, ma lui e i suoi uomini si sarebbero opposti a questa decisione riuscendo ad averla vinta; fino a che, a fine giugno o a inizi di luglio, sarebbe stato sì dimesso ma a favore del suo vice Fuad Zec. In questa versione non viene specificato il destino successivo di Paraga. La tesi secondo la quale Paraga sarebbe rimasto al comando del Battaglione ancora per un mese, forse due mesi, è sostenuta da Hamdija nella preinchiesta, e da Meho, Nihad Ohran e Besim Zulum nell’inchiesta. Il primo non fa specificazioni ulteriori, il secondo dice che Paraga sarebbe scomparso con tutto il gruppo di Voljice, il terzo specifica che Paraga dopo le dimissioni se ne sarebbe andato a Voljice, e il quarto fissa una data precisa per le dimissioni di Paraga, il 4 agosto 1993, quando a suo dire il Battaglione sarebbe stato spostato a Gornji Vakuf. Fuori coro invece Edhem Šehić, che parla di settembre, e Dževad, che nella preinchiesta parla addirittura di ottobre-novembre.

Di certo il Comando centrale della Brigata di Gornji Vakuf, con a capo Enver Zejnilagić, non difendeva Paraga: appena saputo dell’eccidio comunicò subito agli Osservatori europei che la responsabilità era purtroppo di parte musulmana, che il responsabile era Paraga, e che era un rinnegato, un militare trasformatosi in brigante. Forse fu lo stesso Comando di Gornji Vakuf che fece pervenire in Italia la videocassetta che ritraeva Paraga, consentendo il suo riconoscimento da parte dei sopravvissuti. Quindi una “promozione” di Paraga a Gornji Vakuf appare quanto mai implausibile; mentre plausibile è quanto raccontato da Meho nella preinchiesta, per cui Paraga e i suoi scomparvero verso il 10 giugno, attivamente “ricercati” dal Comando di Gornji Vakuf, e il dettaglio fornito dal Ministero della Difesa per cui Zejnilagić si attivò per dimettere immediatamente Paraga. Ma tuttavia sappiamo per certo che Paraga, per tutta la guerra, non subì alcuna punizione, e che in specifico nell’agosto e nel settembre 1993 era operativo nell’esercito (non si sa con quali funzioni) perché risulta, con il nome in codice di “Puma”, dalle intercettazioni delle comunicazioni radio dell’Esercito bosniaco effettuate dall’HVO croata. Una soluzione la si può trovare considerando che il 9 giugno 1993 venne formato un nuovo Corpo dell’Esercito bosniaco, il sesto; e che inglobò parte delle formazioni che prima rispondevano al terzo Corpo. In particolare inglobò i battaglioni della 317a Brigata operanti fuori da Gornji Vakuf, mentre le truppe assegnate alla città di Gornji Vakuf rimasero sotto il terzo Corpo. Il sesto Corpo che si formò allora era un coacervo di unità speciali d’ogni tipo: si può facilmente ipotizzare che Paraga e i suoi uomini vennero incorporati in questo nuovo Corpo, sfuggendo alle misure decise da Zejnilagić e acquisendo una copertura che non poteva essere sfidata, mentre gli altri soldati, estranei al suo stretto giro, vennero spostati nella città di Gornji Vakuf, come affermato da Besim Zulum. Edhem Šehić e Dževad, dicendo di esser stati sotto gli ordini di Paraga fino a settembre-novembre, avrebbero quindi fatto parte del gruppo degli “uomini di Paraga”.

Chi erano gli “uomini di Paraga? Tanti testimoni parlano di “quelli di Voljice”, tra le quattro e le sei persone, ma restringere a tal punto il loro numero porterebbe a conclusioni paradossali. Hamdija, l’autista, è preciso, e afferma che Paraga si muoveva sempre con 20-25 persone. Ma non si trattava di un’unità militare precisamente definita dal punto di vista formale: includeva poliziotti militari, membri del PDO (una decina, per il Ministero della Difesa nella sua comunicazione del 30 maggio 2001), membri di varie compagnie, come risulta dai nomi fatti dai testimoni, che appartenevano chi alla compagnia di Bojska, chi a quella di Grnica, chi a quella di Voljice. Paraga era al contempo comandante del 3° Battaglione (con circa 400 persone sotto il suo comando), sia al centro di una relativamente piccola unità che pescava a destra e a sinistra, e che si muoveva apparentemente in modo autonomo. Questa compresenza di più linee militari ha di certo confuso gli inquirenti di Travnik e chiunque si sia occupato di questo caso.

Rimangono i punti dall’ (1) al (6), con i ruoli, in specifico, di Nihad Ohran e di Sabahuddin “Dino” Prijić. Precedentemente, analizzando le sole deposizioni dei testimoni, avevo avanzato l’ipotesi che Nihad Ohran poteva essere uno degli esecutori, in quanto le altre testimonianze che gli fornivano un alibi nelle ore decisive erano false. Tuttavia analizzando l’operato della Procura di Travnik si è visto che l’interrogatorio dei due sopravvissuti italiani nell’ottobre 1999 includeva l’identificazione fotografica di almeno una ventina di persone, in cui a logica non poteva non esserci Nihad Ohran, e i due sopravvisuti non lo hanno identificato. Ma allora perché tanta fatica a creargli un alibi? L’unica ipotesi alternativa è che quelle false testimonianze non erano finalizzate a fornirgli un alibi, ma erano finalizzate a una complessiva ricostruzione fittizia e falsa delle ore successive alle 20.00. I due sopravvissuti hanno riconosciuto invece la fotografia di “Dino” Prijić come uno dei due esecutori: lo hanno fatto nell’ottobre 1999, e lo hanno rifatto nel luglio 2016. L’identificazione ufficiale di “Dino”, compiuta dall’Interpol fin dal 1999, è quella per cui si tratta di Sabahuddin Prijić, trasferitosi subito dopo la guerra in Canada, dove è tuttora residente, per l’esattezza (almeno a partire dal 1999) a Calgary, in Alberta. Il problema è che non vi possono essere dubbi sul fatto che la fotografia che i sopravvissuti italiani hanno riconosciuto non corrisponde al Sabahuddin Prijić di Calgary: quest’ultimo, che ama postare su internet decine e decine di fotografie che lo ritraggono con familiari e amici, ha un naso degno di un Cyrano de Bergerac, e per di più “a patata”. La persona riconosciuta come uno dei due esecutori ha invece un naso normalissimo, come d’altronde avevano detto i sopravvissuti italiani già in sede di identikit. Il vero “Dino”, quello di Calgary, era molto probabilmente presente quel 29 maggio 1993, ma non era né il soldato che si era seduto accanto a Moreni, sul camion, durante il tragitto da Guser al Querceto, né uno dei due esecutori. Così nella versione ufficiale “Rasema” viene identificata con una Rasema Handanović che non c’era quel giorno, e si mette in modo fraudolento il cartellino “Dino” Prijić sotto la fotografia del vero esecutore. Nella versione ufficiale non vi è neppure un grammo di verità.

Falsi nomi, false fotografie, false identificazioni, false testimonianze. Avvertimenti, messaggi in codice – questo è il senso delle accuse mosse a Rasema Handanović e Sabahuddin Prijić. Nuovi avvertimenti a Sabahuddin Prijić nel 2008, con un procedimento aperto senza alcuna intenzione di chiuderlo. Nuovi avvertimenti a Rasema Handanović, nel 2012, dopo che era stata arrestata ed estradata in Bosnia per un altro eccidio, compiuto nell’aprile 1993, e aver collaborato con l’accusa durante il processo – l’avvocato difensore di uno degli imputati (lo stesso avvocato che aveva difeso Paraga nel 2001) ricordò il suo coinvolgimento nell’eccidio degli italiani. Intimidazione e messaggio in codice ricevuto: Rasema Handanović non smentisce queste accuse, pur se infondate, e cessa di accusare l’alto dirigente militare di Sarajevo coinvolto nell’eccidio dell’aprile 1993, limitandosi ad accusare i suoi sottoposti.

La versione ufficiale era stata formulata inizialmente per arrivare a una condanna di Paraga: perché mai inventare tutto quanto avvenne il 29 maggio, senza lasciare neppure un grammo di verità, se davvero Paraga era colpevole? L’unica risposta possibile è che Paraga doveva essere condannato del tutto indipendentemente da quanto era avvenuto il 29 maggio, che l’eccidio degli italiani era solo un pretesto per colpire Paraga, reo di ben altro. Anzi, che quanto era avvenuto realmente quel 29 maggio doveva essere occultato nel modo più attento. La versione ufficiale fu successivamente fatta recitare a Paraga, convinto che grazie al cambio delle testimonianze in suo favore poteva essere assolto; ma era ovviamente un’illusione. Coloro che avevano stilato la versione ufficiale lo avevano fatto per arrivare a una sua condanna, alla fine ottenuta grazie alla collaborazione del Ministero della Difesa e al riallineamento della Procura di Travnik, che nell’ottobre 2000 decise di non cercare più la verità su quanto effettivamente avvenuto. Ma la condanna di Paraga non era l’unico obiettivo: la vicenda dell’eccidio degli italiani, nel 1999 una vicenda aperta, internazionale, con i sopravvissuti e i familiari delle vittime che chiedevano verità e giustizia, e cercavano di far sentire la loro voce ogni dove, con un procedimento aperto della magistratura italiana, questa vicenda doveva essere “chiusa” definitivamente, sommersa da una montagna di menzogne.

Ma chi erano gli autori di tutto questo? Se con gli elementi finora esposti è possibile solo fare ipotesi, di certo godettero dell’aiuto e dell’appoggio delle autorità italiane. Vi sono stati due interventi da parte italiana nell’inchiesta di Travnik:

1. le indagini condotte dai carabinieri di stanza in Bosnia per conto della Procura di Travnik, dal luglio all’ottobre 1999;
2. la documentazione fornita dalla Procura di Brescia a quella di Travnik, nel novembre 1999 e nel maggio 2001.

I rapporti che i Carabinieri italiani in Bosnia hanno fornito alla Procura di Travnik (ed evidentemente ai loro superiori nazionali) quali incaricati dell’indagine sono indisponibili. Hanno convocato una conferenza stampa a Sarajevo nel dicembre 1999, affermando che la loro inchiesta si era conclusa in contemporanea con l’audizione dei due sopravvissuti italiani da parte della Procura di Travnik, circa a metà ottobre 1999, e che avevano stilato successivamente un rapporto completo per la Procura bosniaca; che avevano identificato i responsabili, in tutto sei, di cui potevano fare il nome del solo Paraga, ma affermando che “alcuni degli assassini” erano all’estero “in Usa, oppure in Canada” – un chiaro riferimento a Sabahuddin Prijić e a Rasema Handanović. Quali fossero per i Carabinieri gli altri tre “responsabili dell’omicidio di tre volontari italiani” non è dato sapere. Come neppure è dato sapere se questa vicenda sia o no collegata con le disgrazie giudiziarie del comandante dei Carabinieri in Bosnia, Renato Scuzzarello, che vide aprirsi ben tre inchieste contro di lui per una denuncia anonima (per presunta diversione di fondi) dell’inizio del 2000; prontamente dimesso dall’incarico di comandante del MSU (Multinational Specialized Unit), rispedito in Italia, fino all’ottobre 2001 rimase in un limbo, interrotto dalla richiesta di archiviazione di tutti i procedimenti per insussistenza dei fatti.

L’altro capitolo italiano è relativo alle carte che la Procura di Travnik richiese, nell’aprile 1999, a quella bresciana. Richiesta che forse avrebbe potuto creare problemi: il Ministero di Grazia e Giustizia italiano, ricevuti i documenti dalla Procura di Brescia,bloccò nel dicembre 1999 la loro consegna a Travnik, e quest’ultima non reiterò la domanda. Il destino di queste carte rimase sconosciuto alla Procura bresciana, che scoprì solo a processo iniziato (nel maggio 2001) che non erano mai giunte a destinazione. In tutta fretta ricompose il dossier e lo reinviò al Ministero di Grazia e Giustizia. Non sappiamo se anche questa volta le carte vennero bloccate dal Ministero, sappiamo solo che nella fase dibattimentale del processo a Travnik, la Procura bosniaca non ne accusò ricezione. Forse non vennero inviate, oppure giunsero a processo chiuso – la cosa non fa molta differenza. La Procura di Brescia le consegnò comunque anche al legale dei due sopravvissuti e dei familiari di Guido Puletti, che seguiva il processo a Travnik, rendendo nei fatti possibile una eventuale consegna non ufficiale al PM di Travnik: forse non del tutto casualmente l’unico documento presente nei due invii ufficiali e assente nel fascicolo consegnato al legale delle parti lese fu l’identificazione della vera “Rasema” da parte dei sopravvissuti italiani.

Per concludere: nuove domande

Se sappiamo che la versione ufficiale è un cumulo di menzogne, quali sono invece in positivo gli elementi che conosciamo del 29 maggio 1993? Ben pochi, ma importanti. Non sappiamo i nomi degli esecutori, solo chi non erano, ma conosciamo i nomi di due persone presenti all’eccidio: il trattorista, Nijaz Kerbegović, di Grnica, il cui nome ci è arrivato probabilmente per un errore nell’invio del materiale giudiziario di Travnik a Brescia; la donna che era con Paraga, la vera “Rasema”, Rasema Oručević, di Hadžići, grazie a un diario di viaggio nella Bosnia in guerra di un gruppo di turchi. Sappiamo che tra gli otto testimoni aggiunti nell’inchiesta vi erano una o più persone che i sopravvissuti italiani non dovevano vedere, forse uno degli esecutori. Sappiamo, grazie alla testimonianza di Fahrija del 2008, che qualcuno fornì la mattina del 29 maggio 1993 le informazioni relative al camion degli italiani al comando di Paraga, e che gli addetti alle comunicazioni quella mattina erano Emir Ohran, Eniz Zulum e Almir Švago; e che l’unità militare che bloccò sulla Diamond route il convoglio degli italiani aveva queste informazioni (la targa del camion?) per bloccare quel convoglio, e non altri. Sappiamo (grazie a un documento dell’intelligence croata reso pubblico) che il nome del capo della polizia militare a Gornji Vakuf, il Meho “Četnik” che Paraga insistentemente collega all’eccidio degli italiani fornendone delle false generalità, si chiamava in realtà Meho Haznadarević, e che venne ucciso da membri dell’Esercito bosniaco nel novembre 1993 perché sospettato di collaborazionismo con il HVO croato. E in quest’ultimo caso ricordare Meho “Četnik” può esser stato da parte di Paraga un modo per lanciare degli avvertimenti agli autori della versione ufficiale.

Dopo questa rassegna alcune risposte sono state date, ma nuove domande sorgono:

1. Paraga chi era effettivamente, un militare, un bandito, o cos’altro?
2. Perché, per che cosa, Paraga doveva essere condannato?
3. Perché tanto accanimento per occultare qualsiasi aspetto di quanto avvenne il 29 maggio 1993, anche nei minimi dettagli?
4. Cosa successe davvero quel 29 maggio 1993?
5. Perché tutto quanto era così importante da far scomodare addirittura le autorità italiane in senso opposto a quanto ci si sarebbe potuto aspettare?
6. Chi sono coloro che hanno scritto la versione ufficiale?

Per tentare di dare una risposta a queste domande bisogna allontanarsi dalla Bosnia, da Travnik e dalle sue carte, e andare invece all’Aja, in Olanda, per analizzare le carte dei processi del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, allargando lo sguardo da Gornji Vakuf a tutta la Bosnia centrale. Questo non sarà un passaggio sufficiente, ma è comunque obbligatorio, al fine non solo di avere alcune risposte, ma soprattutto per individuare nuove, e più importanti, domande.

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