Un’opera si doveva realizzare a Roma. Piacesse o meno, fosse necessaria o meno, avesse un’utilità o meno, ma era una e una soltanto. Lo stadio a Tor di Valle. Ebbene, come un’inesorabile dannazione capitale, succede ora che intorno a quest’unico intervento urbanistico si sia sviluppata un’estesa ragnatela di corruzione. Un giro di mazzette gestito da imprenditori e amministratori, oltre ai consueti faccendieri e fors’anche qualche malcapitato. A scoprirlo è stata la procura romana, che ha ordinato nove arresti e annunciato ulteriori indagini su altre sette persone.
Ne emerge un pentagramma “pluralista” di figure e ruoli. A cominciare dal presidente della società costruttrice, l’immobiliarista Luca Parnasi, seguito dal presidente dell’Acea, Luca Lanzalone, e da diversi consiglieri e assessori. equamente distribuiti tra centrodestra, centrosinistra e cinquestelle: una novità, quest’ultima, che smentisce definitivamente la presunta diversità del movimento. Segnalata peraltro dalle motivazioni contenute nelle misure costrittive, laddove la magistratura denuncia una “corruzione sistematica, caratterizzata da un’opzione criminale insensibile ai mutamenti politici”.
Di fronte a questo cataclisma politico-giudiziario, che avrà conseguenze non proprio irrilevanti, con i relativi rischi di precipitazione istituzionale, vorrei sottovoce ricordare i pochi che vanamente si sono opposti allo stadio di James Pallotta. I comitati territoriali, le formazioni della sinistra, l’ex assessore Berdini, oltre alla consigliera Grancio, espulsa dai cinquestelle proprio per il suo dissenso urbanistico. Come si può facilmente evincere, avevamo ragione noi. Solo che alla lunga ci si stanca ad aver ragione.”

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