di Alda Sousa e Adriano Campos

Lunedì 4 dicembre 2017, Mario Centeno, ministro delle Finanze del governo del Partido Socialista (PS), il “Ronaldo dell’Ecofin” secondo Schaüble, è stato eletto alla presidenza dell’Eurogruppo, succedendo a Dijsselbloem. Il primo ministro portoghese Antonio Costa si congratulava di ciò, dichiarando: «Questa è la prova che si può, nello stesso tempo, condurre una politica antiausteritaria e conformarsi alle regole europee».

In realtà, è opportuno ricordare che Angela Merkel aveva appoggiato la candidatura di Centeno sulla base della vecchia logica di suddivisione dei poteri fra il Partito popolare europeo e il Partito socialista europeo: se Juncker era il presidente della Commissione europea, la presidenza dell’Eurogruppo doveva essere attribuita a un ministro delle Finanze socialista. E al di là dei meriti che Centeno poteva avere ai suoi occhi, è anche vero che non vi sono ormai molti Paesi nell’Eurogruppo nei quali i socialisti sono al governo.

Giunti a questo punto, le lettrici e i lettori si chiederanno, senza dubbio, come mai il Bloco abbia sottoscritto un accordo che ha permesso di costituire un governo il cui ministro delle Finanze è diventato presidente dell’Eurogruppo. La portavoce del Bloco, Catarina Martins, ha detto che non c’era molto di cui rallegrarsi: «Avere o meno un responsabile portoghese alla testa di una istituzione europea non significa niente di concreto per il Portogallo». Secondo lei, quel che conta «è la natura dell’Eurogruppo», «un gruppo informale dell’Unione europea, senza regolamento e senza legittimità democratica, che non esitò un attimo nell’umiliare la Grecia, fino al punto di escludere dalle sue riunioni il suo ministro delle Finanze». In effetti, come cercheremo di spiegare in questo articolo, la questione europea sarà strategica per il Bloco.

Il quotidiano francese «Liberation» descrisse Centeno come un uomo di sinistra, spiegando che era «membro di un governo che unisce i socialisti e la sinistra radicale» [1]. Non si tratta di una semplice imprecisione, ma di un errore fondamentale. Prima di tutto è necessario ricordare che né il Bloco, né il PartidoComunista Português (PCP) fanno parte del governo. Come si è spiegato in un precedente articolo, il governo del PS «si inscrive rigidamente nel quadro del rispetto dei trattati e degli impegni che il Portogallo ha contratto con le istituzioni europee. Non è un governo di sinistra, ma un governo di centro che dispone dell’appoggio parlamentare del Bloco, del PCP e dei Verdes fino a quando il PS rispetterà gli accordi» [2].

2015, una situazione eccezionale. In quell’articolo si illustrava la congiuntura del tutto straordinaria che nel 2015 portò il Bloco (e il PCP) a firmare un accordo con il PS. La situazione creatasi dopo le elezioni generali del 4 ottobre di quell’anno era completamente inedita, costituendo una sfida ma anche un’opportunità per cominciare a porre fine alla tragedia della violenza sociale imposta dalla Troika fra il 2011 e il 2014.

La coalizione di destra era stata la più votata, ma senza ottenere la maggioranza assoluta: 39 % dei voti e 107 seggi. Il PS era arrivato al secondo posto, con il 32,4 % dei voti e 86 seggi. Il Bloco arrivò terzo, con il 10,3 % (549.000 voti, e cioè quasi il doppio rispetto al 2011) e 19 seggi (erano 8 nel 2011). Il PCP aveva ottenuto 445.901 voti, guadagnando 3.400 voti e un seggio (8,3 % e 15 seggi, ai quali andavano aggiunti i due seggi del gruppo Verde). Vi è stato dunque un milione di elettori a sinistra del centro che hanno votato contro la politica della destra e che allo stesso tempo non hanno avuto fiducia nel PS, privandolo così della maggioranza assoluta.

Due fatti vanno sottolineati. Il 10,3 % dei voti al Bloco e l’8,3 % della Coligação Democrática Unitária (CDU: PCP+Verdes) rappresentavano il miglior risultato mai ottenuto dalla sinistra alla sinistra del PS, e congiuntamente equivalevano al 57 % del 32,4 % di quest’ultimo. Inoltre, per avere la maggioranza in Parlamento, in modo particolare sul bilancio, il PS aveva bisogno dei voti sia del Bloco, sia del PCP, non essendogli sufficienti quelli di uno solo dei due.

Pertanto, sono stati i nuovi rapporti di forza, soprattutto con l’aumento del Bloco, quelli che hanno reso possibile l’idea stessa di un simile governo. Tutto era cominciato con la sfida lanciata ad Antonio Costa [leader del PS] da Catarina Martins in un dibattito televisivo nel settembre 2015, in piena campagna elettorale: «Se il PS è disposto ad abbandonare l’idea di tagliare 1600 milioni alle pensioni, ad abbandonare il taglio dei contributi padronali alla Sicurezza sociale, e anche la proposta di licenziamenti in seguito a semplici accordi fra lavoratori e padrone, il 5 ottobre sarò disponibile per parlare di un governo che possa salvare il Paese. Se lei risponde sì, o che intende rifletterci, questo dibattito ne sarà valsa la pena. Se lei risponde no, le portoghesi e i portoghesi avranno compreso che lei si appresta a telefonare a Rui Rio o a Paulo Portas [3] e che i pensionati continueranno a perdere il loro denaro». Colto di sorpresa, Antonio Costa non reagì.

Anche se è vero che il Bloco non si aspettava un risultato così spettacolare, che lo aveva convertito nella terza forza politica, questa sfida non era una performance né una manovra destinata unicamente a far pagare al PS un rifiuto alla trattativa. Non aveva neanche nulla a che fare con una strategia di alleanza con il PS. Il suo obiettivo era quello di innalzare il livello del dibattito politico e creare un diverso rapporto di forze.

In effetti, nel 2015 Antonio Costa s’era presentato alle elezioni con uno dei programmi più a destra nella storia del PS. Pertanto, il Bloco non intendeva negoziare con il PS sulla base di una presunta svolta a sinistra di questo partito. È stata la situazione prodottasi dall’ascesa elettorale che ha permesso di mettere nell’angolo il PS, facendo sì che il prezzo che avrebbe dovuto pagare appoggiando un governo di destra apparisse troppo salato. Nella notte elettorale del 4 ottobre 2015 Catarina Martins è stata la prima dirigente politica a prendere posizione, dicendo che per quanto dipendeva dal Bloco, la destra non sarebbe stata in grado di formare un governo. Il PCP si pronunciò dopo, con dichiarazioni che andavano nello stesso senso. Ma la prima reazione di Costa fu prudente: diceva che avrebbe rispettato il risultato elettorale e che non avrebbe partecipato a «coalizioni negative». Tuttavia, e molto rapidamente, si vide costretto a scegliere fra astenersi in Parlamento, lasciando che passasse un governo di destra rifiutato e odiato dalla maggior parte della popolazione (cosa che avrebbe accelerato la sua “pasokizzazione”), o raccogliere la sfida del Bloco (e del PCP) e formare un governo che, anche se di minoranza, sarebbe stato appoggiato in Parlamento dal Bloco, dal PCP e dai Verdes.

Prima di dare inizio alle riunioni con il Bloco e con il PCP, il PS lo fece con la destra. Ma senza alcun risultato, e la situazione si fece insostenibile. Dato che il PCP era contrario a riunioni allargate, gli accordi vennero negoziati dal PS separatamente con il Bloco, da una parte, e con il PCP e i Verdes, dall’altra. Antonio Costa ebbe l’incarico come primo ministro, e il suo programma di governo (e di bilancio) venne approvato dalla nuova maggioranza parlamentare. Ovviamente, non si trattava del programma del Bloco, né di quello del PCP: ma non era neanche il programma iniziale del PS, che s’era visto costretto ad accettare proposte molto importanti dei partiti alla sua sinistra.

Si trattava di un accordo destinato a frenare l’impoverimento del Paese, andando controcorrente rispetto agli anni della Troika: garantire il recupero dei tagli salariali e alle pensioni, impedire nuove privatizzazioni e, anche, conquistare nuovi diritti. L’accordo comprendeva pure una clausola di salvaguardia che prevede che, in caso di recessione, i salari e le pensioni non potranno essere toccati. E aggiungiamo anche che il Bloco manteneva intatta tutta la sua autonomia politica [4].

Va ricordato che il mandato per negoziare l’accordo con il PS venne votato all’unanimità dalla direzione nazionale del Bloco (80 membri) nell’ottobre 2015, anche se più tardi vi sono state divergenze sulla sua applicazione, sulla valutazione delle conquiste e sulle prospettive.

L’ora dei bilanci: conquiste, disaccordi, tensioni. Si deve ora passare a un bilancio delle conquiste ma anche delle difficoltà e delle tensioni di questi ultimi anni. Non solo enumerando le conquiste, ma discutendo pure i problemi strategici che si pongono. E tutto ciò guardando al futuro a breve o medio termine, e cioè al 2019.

Si deve ricordare che l’accordo concluso fra il PS e il Bloco nel 2015 aveva come sottofondo una politica di recupero dei salari, delle pensioni e dei diritti sociali che si è tradotta in provvedimenti concreti nei bilanci del 2016, 2017 e 2018: aumento del salario minimo a 505 euro nel 2015, a 530 euro nel 2016, a 557 nel 2017, a 580 euro nel 2018 e a 600 euro nel 2019.

Se in questo modo è evidente che il salario minimo sarà aumentato di quasi il 20 % fra il 2015 e il 2016, è altrettanto evidente che continuerà a essere molto basso. Inoltre, il rapporto salario minimo/salario medio è dello 0,58, e ciò significa che l’aumento del salario minimo non ha consentito in assoluto un aumento dei salari reali. Questo dipende dal fatto che sino a ora il governo si è rifiutato di rivedere le leggi sul lavoro introdotte o modificate dalla Troika. Inoltre, si deve rilanciare la contrattazione collettiva, cosa che appare difficile dato che negli anni della Troika il numero dei lavoratori e delle lavoratrici con contratti collettivi di lavoro è sceso da 1.300.000 nel 2011 a 300.000 nel 2014.

Pertanto, se è vero che già alla fine del 2016 i funzionari avevano già recuperato del tutto i tagli salariali introdotti dalla Troika, è anche vero che agli inizi del 2017 i salari si trovavano allo stesso livello del 2011.

Una delle proposte del Bloco che il governo del PS s’è visto costretto ad accettare è la famosa “imposta Mortágua”, chiamata così perché è stata la deputata bloquistaMariana Mortágua [5] che l’aveva proposta: si tratta di un’imposta supplementare nel settore immobiliare, in base alla quale i proprietari di immobili con valore patrimoniale superiore ai 600.000 euro pagano uno 0,7 % in più, che aumenta all’1 % per valori immobiliari superiori al milione di euro.

Come ha detto Catarina Martins, “Noi con Costa, il primo ministro, non siamo amici: stiamo trattando» [6]. Il primo momento di tensione si ebbe nel dicembre 2015, a meno di un mese dall’insediamento del governo socialista. Come avevamo scritto in «Contretemps», la BANIF, una piccola banca di Madera, era fallita in seguito a difficoltà che si trascinavano da diversi anni, e il Bloco aveva proposto che fosse assorbita dalla banca pubblica Caixa Geral de Depósitos (CGD). Il governo trattò con Bruxelles, che impose che la BANIF fosse venduta al gruppo [spagnolo] Santander: per 150 milioni di euro, dopo che il governo vi aveva iniettato 3.000 milioni di euro… Il governo disse di non avere altra scelta. Ma quando in dicembre presentò in Parlamento un bilancio corretto per poter realizzare questa operazione, il Bloco votò contro, così come fecero il PCP e i Verdes. Il PS dovette essere appoggiato dai partiti di destra, quelli stessi che al momento della formazione del governo s’erano sbracciati strillando che mai avrebbero portato soccorso al PS. Pertanto, è chiaro che il Bloco non appoggerà mai questo governo quando si tratta di salvare delle banche, né accetterà mai la giustificazione che non vi sono alternative.

Lo stesso è avvenuto ogni volta che il PS ha proposto di iniettare denaro pubblico nelle banche o di avviare negoziati con imprese dai quali lo Stato non avrebbe avuto che da perdere. Ma la questione delle banche, come quelle del debito e dell’Europa, non avevano potuto essere incluse negli accordi [di governo]. I rapporti di forze non l’avevano consentito. Sostenere il contrario significa essere ingenui, in mala fede o non comprendere affatto quali sono i reali rapporti di forza.

La questione europea, al centro della politica del Bloco. Non è una novità che fra il PS da una parte e il Bloco e il PCP dall’altra esistano da sempre profonde divergenze sull’Unione europea (UE). Né è una novità il fatto che il Bloco abbia subito una notevole evoluzione per quanto riguarda la UE e la moneta unica.

Avendo sostenuto sin dalla sua fondazione un “europeismo di sinistra”, il Bloco ha cominciato a riformulare la propria posizione nel congresso del 2012 e poi nella campagna per le elezioni europee del 2014, rifiutando nettamente ogni sacrificio a favore dell’euro. Questa posizione è stata sviluppata e approfondita nel 2015 dopo il colpo di Stato finanziario contro la Grecia, che ha messo in ginocchio Syriza. La direzione del Bloco adottò allora una risoluzione molto chiara sulle lezioni della sconfitta greca: «Questa Unione non permetterà l’esistenza di alcun tipo di governo che pratichi una politica alternativa e, posta di fronte a un governo di sinistra, non esiterà a ricorrere a qualunque mezzo per distruggerlo». E ancora: «Per farla finita con l’incubo dell’austerità, è necessario risolvere il problema del debito. Un governo di sinistra deve pertanto contemplare e ottenere il mandato per una rottura con la moneta unica nel caso di un fallimento dei negoziati sopra il debito». Una rottura che non può improvvisarsi da un giorno all’altro, ma che deve essere consapevolmente preparata politicamente e tecnicamente. E questa è stata la linea politica del Bloco nella campagna elettorale del 2015.

L’analisi del Bloco è simile a quella che Cédric Durand faceva in un articolo su «Contretemps» del novembre 2015: «L’avvenimento che mi preoccupa è quello del 13 luglio 2015. Quella mattina, nella quale svanirono le speranze di milioni di greci e delle forze di sinistra di tutto il continente, mise crudamente in luce l’esistenza d’una strada senza uscita: dare la priorità all’idea europea significa per una sinistra al potere rinnegare sé stessa. La lezione che ne traggo è questa: per non ridursi all’insignificanza, la sinistra deve ancorarsi saldamente agli interessi immediati dei subalterni, e cioè rifiutare l’austerità e preparare l’uscita dalla moneta unica. Al disfattismo dell’altra Europa si contrapponga la volontà di rompere».

Nel 2015 fu pubblicato un manifesto per un Piano B. Si tennero riunioni a Madrid, Copenaghen, Roma e Lisbona, con diversi livelli di partecipazione, ma sempre con l’intenzione di trovare convergenze fra partiti politici e movimenti sociali su un’alternativa alla UE. Qui di seguito riportiamo alcuni estratti dall’appello di Lisbona:

«Il colpo di Stato contro il popolo greco è un colpo di Stato contro la democrazia in Europa, al quale siamo tenuti e tenute a reagire, a resistere e a rispondere con un saldo piano politico. E, in effetti, è dopo questo colpo di Stato che venne presa l’iniziativa del Piano B per proteggere i popoli europei, restaurare la democrazia in Europa e garantire la prosperità e l’eguaglianza alle popolazioni europee. […]

«Il fallimento dei trattati e delle istituzioni della UE non è il fallimento dell’Europa e dei suoi popoli. Le democrazie europee hanno bisogno di un’alleanza internazionale delle forze progressiste, democratiche e popolari, dei sindacati e dei movimenti sociali che lottino per una rottura con i trattati dell’Unione europea e costruiscano una nuova cooperazione che favorisca gli interessi dei nostri popoli e protegga la democrazia e i diritti civili, politici, sociali, economici e ambientali. Una cooperazione che favorisca la pace internazionale mediante il rifiuto del militarismo e dell’industria degli armamenti, la solidarietà con i migranti e i rifugiati, e la lotta per uno sviluppo a livello internazionale di elevate norme democratiche, sociali e ambientalistiche.

«Il vertice sul Piano B di Lisbona sarà un’occasione per approfondire ulteriormente le vie alternative messe a punto nel vertice di Roma. Le nostre analisi partono dalla constatazione che gli attuali trattati della UE costituiscono una camicia di forza per le democrazie, per le nostre società e per le nostre economie. Vogliamo dar vita a movimenti civici di disobbedienza e ottenere maggioranze in ciascuno dei nostri Paesi per esigere la discussione di una nuova cornice europea che permetta: politiche di sviluppo sociale che rompano con il potere della Banca centrale europea (BCE), prestiti diretti agli Stati, una ridistribuzione degli investimenti pubblici e una ristrutturazione e una mutualizzazione dei debiti pubblici che eliminano i debiti illegittimi, illegali, odiosi e insostenibili.

«Se questo Piano A fallisce a causa della prevedibile ostilità delle istituzioni della UE, non ne seguirà una capitolazione nei confronti di Bruxelles. In questo caso il o i Paesi dovranno avviare un Piano B che renda possibili altre forme di collaborazione europea, ripristinando la sovranità e attivando meccanismi per le decisioni monetarie ed economiche dei popoli. […]

«I partiti politici progressisti, i sindacati, le femministe, gli ecologisti, i difensori dei diritti umani, tutti i movimenti sociali e militanti che si sono riuniti nei forum per il Piano B sono uniti fra loro: fra salvare l’Unione europea e l’euro e salvare i nostri popoli dalla morsa dell’austerità, sceglieremo sempre i diritti sociali e democratici dei nostri popoli».

[Fine della prima parte]

Note

[1] http://www.liberation.fr/planete/2017/12/04/mario-centeno-un-homme-de-gauche-a-la-tete-de-l-eurogroupe_1614417

[2] Alda Sousa, Portugal: un nouveau cycle politique, in «Contretemps», n° 29, 2016, pp. 113-124.

[3] [Rui Rio e Paulo Portas erano all’epoca i dirigenti, rispettivamente, del Partido Social Democrata (PSD) e del Partido Popular (CDS-PP), le due componenti della coalizione di destra. Ndt]

[4] Per un’analisi più dettagliata degli accordi: Francisco Louçã, Tras el acuerdo entre el PS, el Bloque y el PCP, in «Viento Sur», 2015: http://www.vientosur.info/spip.php?article10671

[5] Deputata responsabile per le questioni di bilancio, che s’era distinta nella precedente legislatura per aver fatto parte della commissione d’inchiesta sul fallimento della banca BES [Banco Espírito Santo] e per come aveva messo in difficoltà il banchiere Ricardo Salgado.

[6] Citato in Frederic Martel, La gauche plurielle à la portugaise, un insolite ménage à trois, in «Le Monde», 7 aprile 2016. Eguberri, La experiencia del Bloco de Esquerda. Conquistas y conflictos, pubblicata in «Viento Sur», n° 157, aprile 2018, pagg. 5-14. La traduzione dal castigliano è di Cristiano Dan]

[7] https://www.contretemps.eu/contre-le-defaitisme/

[Il testo è stato inizialmente pubblicato dalla rivista «Contretemps», n° 36, gennaio 2018. La presente traduzione è stata condotta sulla versione castigliana di Faustino Eguberri, La experiencia del Bloco de Esquerda. Conquistas y conflictos, pubblicata in «Viento Sur», n° 157, aprile 2018, pagg. 5-14. La traduzione dal castigliano è di Cristiano Dan]

 

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