Di Alessandra Caparello da Wall Street Italia

Inflazione galoppante, deficit fiscale e commerciale in crescita e in più una siccità che pesa sulle coltivazioni di soia e mais: questi i problemi che affliggono l’Argentina  a cui si aggiunge la svlutazione del peso.

Da qui la decisione della banca centrale della banca centrale argentina di imporre una nuova stretta monetaria, aumentando quindi per ben due volte il costo del denaro, di 300 punti base nel solo giro di sei giorni. In quell’arco di tempo i tassi guida sono stati portati al 33,25% e potrebbero salire ancora.

Ma nonostante il secondo forte aumento del tasso in meno di una settimana non si è riusciti comunque a a fermare il crollo della valuta locale che ha perso un altro 8% sulla valuta americana ed è ora scambiata a 23 pesos argentini per un dollaro contro i 15 di un anno fa. Il bond centenario, collocato in dollari lo scorso giugno, è scivolato toccando il nuovo minimo di 86.90 centesimi.

La banca centrale, che la scorsa settimana ha abbandonato il suo programma di revisione della politica monetaria, ha affermato che avrebbe continuato a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per raggiungere il suo obiettivo di inflazione del 15 per cento per l’anno e potrebbe aumentare di nuovo il tasso di interesse.

“La banca centrale dovrebbe sottolineare l’obiettivo di un tasso di inflazione del 15% per il 2018. Ora è ancora meno credibile come obiettivo rispetto a prima (…) Lo shock dei tassi di interesse è un passo nella giusta direzione, ma non c’è alcuna garanzia che riuscirà immediatamente ad ancorare il mercato dei cambi.

Così la banca d’affari Goldman Sachs. I prezzi al consumo in Argentina sono aumentati del 2,3 per cento in marzo, portando l’inflazione a 12 mesi al 25,4 per cento. Il governo aveva adottato politiche volte a stimolare la crescita economica in vista della prevista rielezione del presidente Mauricio Macri per il 2019.

Ma nonostante le politiche favorevoli agli investitori del presidente, il crollo del peso ha evidenziato una mancanza di fiducia degli investitori nell’economia del terzo paese dell‘America Latina, penalizzata da uno dei tassi di inflazione più alti al mondo.

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