leninIl 21 gennaio 1921 nasceva a Livorno il Partito Comunista d’Italia (sezione italiana della III Internazionale). La rottura con la maggioranza della corrente massimalista e, a maggior ragione, con quella riformista del Partito Socialista Italiano fu guidata soprattutto dalla frazione del “Soviet”, diretta da Amadeo Bordiga (che diverrà il leader del nuovo partito), a cui si univano il gruppo legato al giornale “Ordine Nuovo” (il cui esponente principale era Antonio Gramsci) e una minoranza dei massimalisti. Il PCdI nasceva nel quadro del riflusso del “Biennio Rosso”, dopo il fallimento dell’occupazione delle fabbriche (settembre 1920). Il sostanziale boicottaggio dei riformisti (sia la minoranza del PSI, guidata da Filippo Turati, sia la maggioranza della CGL) e i tentennamenti dei massimalisti di fronte a questo grande movimento di massa furono all’origine di una scissione che probabilmente fu effettuata “troppo a sinistra”. Il PCdI, infatti, diversamente da alcuni altri partiti comunisti (come quello francese, nato l’anno prima con una scissione “troppo a destra”) risultò largamente minoritario nel movimento operaio italiano (tranne alcune roccheforti, come Torino o Trieste). Le elezioni della fine del 1921 (che diedero al partito il 4% dei voti, cioè un settimo dei voti del PSI) lo avrebbero evidenziato, al di là della deformazione dello “specchio elettorale”

 

Sempre il 21 gennaio, ma del 1924, moriva il principale dirigente della rivoluzione russa, Vladimir Ilic Ulianov, detto Lenin. Gravemente malato già da quasi due anni (in parte anche a causa dell’attentato di cui era stato vittima nell’estate del 1918 da parte della socialrivoluzionaria Fanny Kaplan), era praticamente fuori gioco (paralizzato e incapace di scrivere e parlare) da vari mesi. La sua morte (abilmente sfruttata dalla “troika” di Zinovev, Kamenev e Stalin, in piena campagna per la “successione”) non cambiò certo la dinamica di involuzione burocratica della società sovietica, ma è in un certo senso uno spartiacque simbolico, tra quella che alcuni definiscono fase “leniniana” e la successiva fase “staliniana”. Anche se, dal punto di vista storico, questa periodizzazione appare piuttosto discutibile (il contributo personale di Lenin finisce almeno un anno prima, in seguito all’ultimo attacco della sua malattia) è indubbio che la sua scomparsa definitiva spianò ulteriormente la strada al processo di distruzione delle speranze sorte il 7 novembre 1917. Il regime sorto a partire dalla guerra civile (1918-1920) che, a detta dello stesso Lenin, aveva ben poco di socialista e di “sovietico” (nel senso di “consiliare”), e le cui caratteristiche burocratiche e antidemocratiche andavano consolidandosi (basti pensare a Kronstadt, marzo 1921), si stava trasformando nell’esatto contrario di ciò che avevano sperato i rivoluzionari (bolscevichi in primis) 6 anni prima. A mano a mano che il paese si riempiva di statue di Lenin (e persino dell’orribile mausoleo tipico della mentalità bizantina e chiesastica di Stalin), la società sovietica si allontanava dalle sue idee, fino a trasformarsi, dalla fine degli anni venti fino agli anni cinquanta, nell’incubo di una dittatura sanguinaria, antiproletaria ed antisocialista, che il “piccolo padre”, il prete mancato Josif Stalin, incarnava perfettamente.

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