Ieri 14 gennaio anniversario della fuga di Ben Ali da Tunisi, decine di migliaia di persone hanno manifestato in tutte le città per ricordare e festeggiare la rivoluzione. Contemporaneamente erano ben presenti le proteste per la nuova legge finanziaria lacrime e sangue.

A Tunisi le strade del centro hanno visto vari cortei sfilare, sotto l’occhio attento di migliaia di poliziotti, a partire da quello delle famiglie dei martiri e del feriti della rivoluzione, che attendono dal 2011 la pubblicazione di un elenco definitivo delle loro vittime, a quello del potente sindacato Ugtt confluito poi in place Mohamed Alì dove il segretario generale Noureddine Taboubi ha tenuto il suo discorso contro le misure governative.

Imponente anche quello organizzato delle sinistre, con il Fronte popolare e Al Joumhouri in testa.

Il governo di coalizione liberal-islamista ha promesso un pacchetto di misure a favore dei poveri.

Basteranno a placare il malcontento popolare? Con il nuovo pacchetto di misure a favore delle classi più deboli, annunciato sabato, il governo tunisino spera di porre fine alle grandi manifestazioni di protesta (o comunque di ridimensionarle) contro il caro vita divampate in tutta la Tunisia la scorsa settimana che hanno portato all’arresto di oltre 800 persone, perlopiù ragazzi molto giovani.

Le nuove riforme a favore dei meno abbienti
Ad annunciarle è stato il ministro per gli affari sociali, Mohamed Trabelsi. Si tratta sostanzialmente di un pacchetto di aiuti sanitari per i giovani senza lavoro, che in Tunisia rappresentano da tempo un’emergenza sociale. Anche le pensioni statali subiranno un aumento, per quanto non è ancora chiaro di quale entità. Le famiglie povere, sotto una certa soglia di reddito, riceveranno invece una non meglio precisata assistenza finanziaria. Infine, sarà stabilito un fondo ad hoc per facilitare l’acquisto delle case per le classi deboli in un momento in cui il mercato immobiliare, che soffre di una carenza strutturale di alloggi nei centri urbani, è proibitivo per molti tunisini.

Dove trovare le risorse
Dove trovare però i fondi per realizzare queste riforme quando il governo si è impegnato a portare avanti una severa legge finanziaria per il 2018, in modo da sbloccare il prestito accordato dal Fondo monetario internazionale?
La posizione del governo è netta: la finanziaria non si tocca. Era stata proprio la sua entrata in vigore ad innescare le proteste. Tra le misure più contestate vi erano una serie di rincari su beni di prima necessita, come il pane , ma anche il taglio dei sussidi per il carburante, l’aumento dei prezzi di assicurazioni, del settore dei servizi, degli hotel ed un generale un incremento fiscale inclusa una maggiorazione dell’Iva.

Ma se il budget per il 2018 non verrà dunque toccato dove trovare i fondi?
A dare la risposta è stato Rached Ghannouchi, l’anziano leader del partito islamico moderato Ennahda, che fa parte della coalizione di governo. «Ridurre la legge sul budget per il 2018 è un’idea impensabile e irresponsabile», ha dichiarato. «Le riserve dello Stato potrebbero risolvere parte dei problemi e creare le risorse senza ricorrere a tagli della finanziaria». Detto da un uomo che ha sempre visto le misure popolari come un mezzo per guadagnarsi un elettorato composto soprattutto dalle classi meno abbienti, la dichiarazione suggerisce la volontà del governo tunisino a proseguire la via dell’austerità. Ma resta il rebus delle riserve. Basteranno? Potranno essere liberamente svincolate?

La posizione dell’Fmi e il congelamento del prestito
L’Fmi continua a vigilare attentamente sul rispetto degli impegni da parte del governo tunisino. Nel 2016 aveva infatti accordato un prestito di 2,8 miliardi di dollari, spalmato in quattro anni, a condizione che l’esecutivo di Tunisi portasse avanti le indispensabili riforme strutturali per rilanciare l’economia. Proprio le mancate riforme del governo, tra cui l’eliminazione di 20mila impiegati pubblici e la riforma del sistema pensionistico (il cui deficit in due anni è aumentato del 65% a 440 milioni di dollari), avevano congelato il prestito. Il governo di Tunisi confidava per il 2017 in un irrealistico aumento del Pil superiore al 4 per cento. In realtà se sarà raggiunto il 2% sarà già tanto. L’innalzamento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni, già varato, ha avuto un impatto irrisorio. L’inflazione, sopra il 6%, e la pesante svalutazione del dinaro tunisino, hanno fatto il resto.

Ma la nuova protesta, che ieri in occasione dell’anniversario della fuga del dittatore Ben Ali (14 gennaio 2011) ha portato in piazza migliaia di persone, potrebbe non accontentarsi di misure ad hoc considerate dai movimenti di opposizione una temporanea panacea. Lo stesso slogan del movimento – “Che cosa stiamo aspettando?” – suggerisce che la delusione dei tunisini per una rivoluzione ai loro occhi tradita potrebbe trascinarsi ancora a lungo.

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