Qualcuno ha commentato sorpreso la mia prima dichiarazione indiretta di sostegno alla lista nell’articolo Minniti e Gentiloni: Le sante feste dell’ipocrisia in cui proponevo che, nella prossima campagna elettorale di “Potere al popolo”, la denuncia delle spese militari (comunque motivate o camuffate) dovesse essere continua, centrale e collegata a quella dei tanti tagli ai servizi. Tanto più che la “scalata” dell’Italia dal ventunesimo al terzo posto tra gli investitori in Africa, che ovviamente non ha portato nessun vantaggio al 99% degli italiani, è stata possibile grazie agli infiniti favori fatti da tutti i governi a capitalisti e avventurieri, oltre che alla lobby degli armamenti, ben rappresentata da Leonardo e Fincantieri, che risultano tra i primi cento giganti delle imprese di morte nel mondo. «I soldi per i “loro” investimenti li hanno presi dalle nostre tasche!», concludevo con il taglio da volantino. Perché mi sento già impegnato in questa difficile campagna.

E mi sembra che già da questo tema emerga una buona ragione per appoggiare questa lista: chi altro in Italia ha il coraggio di denunciare apertamente le imprese militari del nostro paese? Non certo la coalizione capeggiata da Grasso, e che ha detto più volte che chiede voti per poter ricucire col PD. Quindi al massimo fa una criticuzza alla subalternità del governo agli interessi francesi, ma come può dire (e fare) di più chi ha all’interno della propria direzione uomini come Massimo D’Alema, che difende tuttora il suo ruolo nell’aggressione alla Serbia e nella politica sciagurata nei Balcani? Lo stesso si può dire di chi ha inseguito a lungo Romano Prodi, sperando di ottenere l’appoggio di questo esponente del capitalismo italiano che ha privatizzato più aziende statali di qualsiasi altro uomo politico italiano, ma salvando i gioielli dell’industria militare, Finmeccanica (oggi Leonardo) e Fincantieri.

Qualcuno ha obiettato che nel programma di Potere al popolo non si usa il termine imperialismo. Ma le rivendicazioni non sono ambigue, o sfumate: sono “il ritiro di tutte le missioni militari all’estero; la cancellazione del programma F35 e degli altri programmi militari e la riconversione civile dell’industria bellica; la cancellazione del MUOS in Sicilia, lo smantellamento delle basi militari in tutto il paese, la rimozione delle bombe nucleari presenti sul territorio e la restituzione a fini civili dell’uso del territorio, problema particolarmente grave in realtà come la Sardegna”. Mi pare che non ci possano essere equivoci.

Ma la ragione fondamentale per cui ho vinto ogni esitazione e ho deciso di impegnarmi a sostenere questa iniziativa di raccogliere una sinistra dispersa e frammentata oltre misura, è perché non solo era necessaria (in realtà lo era da tempo, senza che questo assicurasse automaticamente la riuscita) ma perché i suoi promotori hanno scelto un metodo corretto e trasparente per trovare un minimo denominatore tra le idee e i programmi di chi accettava di partecipare all’impresa. Per questo mi sembra assurda la pretesa di discutere questa o quella formulazione del programma giudicandola alla luce delle concezioni che fanno parte del patrimonio culturale e politico di ciascuna delle organizzazioni che confluiscono nell’iniziativa.

Faccio un esempio: ho sempre dubitato dell’efficacia di certi richiami alla Costituzione, che a volte rischiano di confondersi con quel discorso retorico che ha consentito di non applicarla già nei primi venti anni dalla sua approvazione (furono le straordinarie lotte operaie, studentesche e sociali “del ’68”, protrattesi per una decina di anni) a imporne una sia pur parziale attuazione. Pur partecipando a tutte le iniziative che si opponevano a chi voleva ulteriormente svuotarla, compresa ovviamente la campagna referendaria conclusasi col voto del 4 dicembre 2016, ho sempre sottolineato che una difesa efficace della Costituzione deve appoggiarsi su (e partire da) mobilitazioni su temi concreti di difesa del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’ambiente, senza dimenticare mai che non è per caso che le belle enunciazioni sui diritti di cittadini e sui compiti dello Stato sono state disattese. Se della Costituzione è stato applicato quasi solo l’articolo 12 (sul colore della bandiera), vuol dire che molti articoli esprimevano solo auspici, o erano formulati in modo di poter essere interpretati in maniera distorta

Ero quindi inizialmente preoccupato vedendo al primo punto del Programma di Potere al popolo la Difesa della costituzione. Ma ho dovuto ricredermi: la formulazione di questa parte del programma parte dalle formulazioni un po’ astratte consolidate nella sinistra anche “radicale”, ma subito dopo, nell’elenco delle rivendicazioni, emergono richieste precise e concrete come “abrogare l’articolo 7 con il richiamo ai Patti Lateranensi, per la piena affermazione del principio di laicità dello Stato in tutte le sfere della vita pubblica”. Si dice che bisogna “ripudiare la guerra”, ma la rivendicazione si concretizza in “un taglio drastico alla spesa militare”.

E così via. Si rivendica, ed è semplice e comprensibile, la rimozione del vincolo del pareggio di bilancio, inserito con la modifica dell’articolo 81, che sacrifica le vite e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori in nome dell’equilibrio fiscale e dei parametri europei; il ripristino del Titolo V della Costituzione com’era prima della riforma del 2001; il ritorno a un vero sistema proporzionale, contro il maggioritario e il rafforzamento del potere esecutivo; e anche “l’opposizione ai trattati internazionali che vorrebbero cancellare ogni parvenza di sovranità popolare e democratica in nome del primato del profitto”.

E questo metodo è stato applicato per molti aspetti. Così in un elenco di obiettivi forse un po’ troppo lungo e minuzioso (ma sempre concreto, perché parte dalla richiesta di abrogazione del Jobs Act e della legge Fornero sul lavoro, e di tutte le leggi che negano il diritto ad un lavoro stabile e sicuro, compreso anche il Pacchetto Treu, proposto a suo tempo dal governo di centrosinistra) si arriva al sodo proponendo la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali, “tanto più necessaria a fronte dei processi in atto di automazione delle produzioni”; e lariduzione dell’orario di lavoro nell’arco della vita, cancellando la controriforma Fornero.

Insomma è un programma che fissa alcuni punti fermi, facilmente comprensibili. Probabilmente sarebbe stato meglio un programma ancora più agile, con pochi obiettivi ma concreti su cui costruire una campagna. Ma rispetto a quanto era stato prodotto nei precedenti tentativi di raggruppamento della sinistra che avevano visto ancora un peso forte e condizionante degli apparati burocratici sopravvissuti, il passo avanti fatto è stato rilevante. E soprattutto, quello che mi ha rassicurato è che il progetto non si fa illusioni elettoralistiche, ma punta a utilizzare questa scadenza per “costruire democrazia reale attraverso le pratiche quotidiane, le esperienze di autogoverno, la socializzazione dei saperi, la partecipazione popolare”, e dichiara esplicitamente nel “Manifesto” che “le prossime elezioni non sono un fine bensì un mezzo attraverso il quale uscire dall’isolamento e dalla frammentazione, uno strumento per far sentire la voce di chi resiste, e generare un movimento di lavoratrici e lavoratori, di giovani, disoccupati e pensionati, di competenze messe al servizio della comunità, di persone impegnate in associazioni, comitati territoriali, esperienze civiche, di attivisti e militanti, che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi”. Per me, in anni e anni di impegno politico, è stato difficile trovare qualcosa di più vicino alla mia concezione del rapporto tra partecipazione a elezioni e costruzione di un’opposizione nel paese. Per questo, grazie a questa buona partenza, che fa sperare soprattutto in un incontro di diverse generazioni di militanti, non mi è stato difficile rinunciare alla tentazione dell’astensione o dell’autoproclamazione settaria. (a.m.)

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