Pubblichiamo il testo inviatoci da Gabriela Mitidieri, militante dell’organizzazione argentina Democracia Socialista e del movimento Ni una menos, che raccontando gli ultimi eventi del movimento contro la riforma delle pensioni nel suo paese, da lei vissuto in prima persona, fornisce alcuni chiavi di lettura da un punto di vista femminista e anticapitalista di cosa sta succedendo.
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Negli ultimi giorni il clima politico argentino è stato sconvolto come non succedeva da tempo. Un progetto di riforma delle pensioni proposto dal governo neoliberista di Mauricio Macrí è stato con difficoltà approvato. La misura si inserisce in un insieme di politiche di adeguamento finanziario che hanno ncluso, da quando il governo di Cambiemos è entrato in carica, una forte crescita delle tasse, un’inflazione crescente e delle proposte di riforma del lavoro che attaccano in forma diretta diritti storici dei lavoratori e delle lavoratrici. Seppure il piano fosse stato messo in atto gradualmente, sul finire dell’anno si sono accelerati i tagli, in modo da cominciare l’anno nuovo con un bilancio fiscale favorevole.
La cosiddetta legge di riforma della previdenza è fondamentalmente un cambio nel calcolo della pensione che colpisce anche le pensioni non contributive e i benefici sociali, come l’Assegno Universale per Figli. Vale a dire, il progetto si propone di “cambiare la forma secondo cui si regolano gli assegni pensionistici. Questi saranno definiti per un 70% in modo legato all’inflazione relativa ai due trimestri precedenti e per un 30% secondo la crescita registrata dei salari. Questo cambio della formula per il calcolo pensionistico significherà una perdita nell’assegno per i pensionati, giacché il loro potere d’acquisto stagnerà e non potranno più migliorare la propria condizione. La perdita netta sul potere di acquisto sarà del 21%.”

Da un punto di vista femminista, bisogna sottolineare alcuni elementi che ci permettono di evidenziare come questa svolta a destra sui diritti sociali delle persone colpisce in maniera particolare le donne e aumenta la femminilizzazione della povertà. Così come come segnala una nota di recente pubblicazione fino al 2014 si stimava che il 62% delle pensionate fossero donne. A sua volta, l’86% delle persone che hanno avuto accesso alla moratoria previdenziale erano donne. Vale a dire, per via di una natura strutturalmente precaria del mercato del lavoro femminile, una grande quantità di donne non erano in condizioni di realizzare i contributi pensionistici sufficienti, a causa del lavoro non formale in cui erano impiegate o per essere lavoratrici domestiche non remunerate. Per il fatto di non superare i 10 anni di pagamento di contributi, una pensionata riceve mensilmente in media 5.700 dollari (€271) mentre il reddito di sussistenza minima di beni e servizi, agganciato all’inflazione, supera i 16.000 dollari (€761). Economiste femministe argentine come Patricia Laterra e Corina Rodriguez Enriquez, insieme alla sociologa Flora Partenio, segnalano in maniera fondata che “Tutta la precarizzazione delle nostre vite si sostiene grazie a un maggior lavoro di cura non remunerato che realizzano le donne”. Per quanto riguarda l’Assegno Universale per Figli, il 99% delle beneficiarie sono donne, mentre sono sempre loro a ricevere il 64% delle pensioni non contributive (per esempio di invalidità), evidenziando ancora una volta quanto siano femminilizzati i compiti di cura nello spazio domestico.

Fin qui ho dato le “dure cifre”. Il governo di Cambiemos si trovava in una fase in cui la propria legittimità sembrava essersi consolidata dopo le elezioni di metà mandato di ottobre, nelle quali la lista del governo uscente kirchnerista ha fallito, mentre la sinistra tradizionale è riuscita a portare al congresso appena un paio di deputati. Parallelamente, si viveva una crescita del clima repressivo e della criminalizzazione della protesta sociale. Questa situazione è arrivata a un punto di violenza estrema con la scomparsa, dopo un’azione della gendarmeria, di Santiago Maldonado, militante della causa dei popoli originari Mapuche, successivamente ritrovato morto. Il mese scorso è stato anche assassinato alle spalle Rafael Nahuel, giovane Mapuche che resisteva in Patagonia contro la privatizzazione dei propri territori comunali ancestrali.
Nei movimenti sociali ci siamo abituati durante gli ultimi due anni a scendere in piazza una, due e a volte anche tre volte a settimana. A partire dall’ultimo 8 marzo, nella città di Buenos Aires, la modalità di caccia all’uomo da parte della polizia al termine di ogni manifestazione ci hanno fatto imparare dei metodi antirepressivi, reclamando la liberazione a fronte delle violente detenzioni arbitrarie messe in atto da una delle tre forze di polizia autorizzate. Tuttavia, l’egemonia sociale apparente che Cambiemos stava costruendo non gli ha permesso di vedere che ogni dicembre argentino è una nuova prova del fuoco. L’avvicinarsi della fine dell’anno, la difficoltà di arrivare alla minima sussistenza, il ricordo ancora fresco del 2001, l’anno in cui la mobilitazione popolare riuscì ad aprire una breccia nella normalità neoliberista, sono tutti elementi che sembrano essere riaffiorati. L’attacco alle pensioni è stato visto come un limite che ancora non era lecito superare, secondo il sentire di ampi settori della società. Così i sindacati che si erano pronunciati contro la passività della Confederazione Generale dei Lavoratori (CGT), le organizzazioni di sinistra e kirchneriste, i movimenti di donne e giovanili, si sono dati appuntamento nella piazza di fronte al parlamento il giorno in cui era prevista la discussione della legge. La settimana precedente, il governo non aveva raggiunto il quorum necessario ad approvarla, per la nascente mobilitazione popolare che protestava per il carattere regressivo della riforma. Lunedì 18 dicembre era tutto pronto perché si riuscisse ad approvare la legge. Dopo quel mancato quorum, il governo era riuscito a negoziare con i governatori provinciali affinché facessero pressione sui propri rispettivi parlamenti per far passare la misura. Ma questa volta, in seguito agli episodi di violenza repressiva causati dalla Gendarmeria – il corpo preferito dalla Ministra della Sicurezza – si era data disposizione affinché solo la polizia della città agisse nel caso di possibili incidenti.

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Fin da molto presto la mattina, tra sindacati, organizzazioni sociali e partiti di sinistra, ci siamo nuovamente radunati di fronte al parlamento. Avendo imparato in fretta la ferocia macrista, ci siamo organizzati con misure di protezione, dispositivi personali che hanno portato avanti molte compagne femministe all’interno delle nostre organizzazioni. Compagne che hanno imparato ad aumentare i riflessi di fronte alla polizia per via degli attacchi subiti negli ultimi anni durante le manifestazioni a chiusura degli incontri nazionali di donne. Molti e molte di noi hanno recuperato la memoria dell’organizzazione di fronte al neoliberismo delle giornate del dicembre 2001, della Resistenza nelle occupazioni di fabbrica come Bruckmann e Zanon, tra le altre.
Lunedì 18 dicembre non siamo riusciti a piegare la prepotenza di un governo composto da imprenditori e specialisti in marketing e finanza. La legge è stata approvata, e il macrismo conta adesso su più di 50mila milioni di pesos grazie a questo taglio brutale delle pensioni argentine. Ma qualcosa è accaduto: un pomeriggio di scontri aperti con la polizia, una resistenza per non abbandonare lo spazio pubblico e il nostro diritto a protestare, gesti di solidarietà di classe tra sconosciuti che di fronte ad un nuovo attacco con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, cantavano più forte canzoni come: “unità dei lavoratori e coloro a cui non piace, si fottano!” o “se questo non è il popolo, il popolo dove sta?”. Una notte di mobilitazioni spontanee in ogni quartiere della città di Buenos Aires, in città di tutto il paese che hanno recuperato un’altra vecchia abitudine nazionale, quella di sbattere le pentole nelle strade per far sentire il dissenso e la rabbia popolare. Ci stiamo ancora riprendendo. Eppure, cerchiamo di non perdere il calore che resta nei nostri corpi per delineare analisi provvisorie che ci permettano di continuare la lotta e l’organizzazione di coloro che dicono basta a questo stato di cose. Facendo appello alla solidarietà internazionalista affinché si conosca un po’ più di questa incipiente resistenza contro l’avanzata neoliberista che colpisce tutti e tutte.

Traduzione di Marta Autore.

 Da communianet.org
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