_20171003105627-k2zH-U431763408073ooH-992x558@LaVanguardia-Web

Pubblichiamo un’analisi di un compagno italo-catalano residente a Barcellona da oltre trent’anni. Oggi ha preferito firmarsi (se te ne vai, non torni).

Elezioni catalane

Siamo alla vigilia di elezioni catalane che gli amanti dell’eufemismo definiscono “anomale”.

Bè, difficile parlare di normalità quando una parte del governo uscito dal precedente scrutinio è in carcere, un’altra costretta all’abiura e poi rimessa in libertà sorvegliata ed un’altra ancora, con il presidente in testa, costretta alla fuga in Belgio inseguita da mandati di cattura dai fantasiosi e giuridicamente poco sostenibili contenuti.

E non è solo il governo: 700 sindaci indagati, molti imputati per reati del tipo aver aperto gli uffici comunali il giorno della festa nazionale spagnola, o non aver ritirato una bandiera dalla facciata del palazzo comunale.

La presidentessa del Parlamento e decine di funzionari o alte cariche in manette e rilasciati sotto cauzione.

E poi giù a cascata, dalle istituzioni a tutti gli ambiti della vita sociale, lo zelo di poliziotti e magistrati assedia e intimidisce a raffica.

Il PP, recentemente qualificato come associazione a delinquere dalla giudice che istruisce uno dei numerosi casi di corruzione del paese-spain, con C’s ed associazioni filiali, generosamente foraggiate da banche e grosse imprese, oliano il meccanismo della delazione/denuncia in una sorta di offensiva finale giudiziaria in cui si querela a tappeto, sicuri che ci sarà un pubblico ministero e poi un giudice a raccogliere anche le più risibili accuse, per poi trasformarle diligentemente in una rogna per i malcapitati: maestri accusati d’”indottrinare” e incitare all’odio i bambini per aver fatto dibattiti sul concetto di democrazia dopo i pestaggi subiti nelle loro scuole da genitori e maestri il 1º ottobre, colpevoli tutti di aver voluto votare. Giornalisti perquisiti e minacciati. Media censurati, con il divieto di usare espressioni come “governo in esilio” o “prigionieri politici” per indicare, rispettivamente, un governo in esilio e dei prigionieri politici. Impiegati della Generalitat licenziati o diffidati dal decorare gli alberi di natale con laccetti gialli. Autori e autrici di tweet irrispettosi nei confronti di monarchia e poliziotti alla sbarra degli imputati. Pompieri e abitanti di quartiere, colpevoli di aver manifestato contro i picchiatori uniformati dell’1 ottobre, accusati anche loro di incitazione all’odio. Gruppi di anziani che s’incontrano per chiedere, con delle sciarpe gialle, la libertà dei detenuti, diffidati e sgomberati e poi denunciati quando si riuniscono di nuovo, stavolta per una difesa generica dei diritti dell’uomo. Centinaia di siti web oscurati. Infiltrazione massiccia di sbirraglia di ogni tipo in ogni tipo di associazione, collettivo, assembramento.

Elezioni anomale dicevo. Ma, contrariamente al referendum del 1º ottobre “che non dava garanzie”, queste si che valgono.

In Catalogna sono una decina di migliaia gli agenti di GC e PN giunti negli ultimi mesi, il 30% degli antisommossa di tutta la Spagna. Alcune centinaia alloggiati in navi da crociera italiane. Quelli che picchiarono e mandarono all’ospedale o a farsi medicare più di mille persone colpevoli del reato di referendum sono condecorati. L’esercito fa manovre in città come Tarragona e in diversi punti del territorio. Così, tanto per sgranchirsi le gambe. Le visite di Mossos d’esquadra, Guardias civiles, Policia Nacional a uffici pubblici, scuole, mezzi di comunicazione spesseggiano: ora una citazione qui, ora una perquisizione là… e così la gente si abitua ad avere sul collo il fiato dei sostenitori dell’ordine (stabilito) e il manganello di Damocle eternamente sospeso sul capo.

Molti poliziotti in libera uscita sono già stati visti, fotografati, o anche interpellati da altri poliziotti in servizio, mentre partecipavano a manifestazioni unioniste (a queste ci vanno anche in divisa, se è per questo), a metodiche operazioni di stacco, distruzione e ignizione di bandiere, cartelli e simboli dell’odiato nemico indipendentista o ad azioni di provocazione, o aggressioni pure e semplici, in compagnia o in parallelo con gli squadristi dilettanti dei vari gruppetti fascisti che godono alla grande di un’impunità da sempre loro garantita nello stato post franchista (in cui è delitto essere okupa ma non fascista o nazista), ma oggi ulteriormente rinforzata grazie agli stretti legami collaborativi che gli ultrà mantengono con partiti, associazioni e istituzioni filo borboniche. Ci sono poi i gruppi di semiprofessionisti, squadre addette al monitoraggio, pedinamento, intimidazione e denuncia degli attivisti indipendentisti che, fra censure e denunce, cercano di rendere visibili le loro posizioni.

Sono già centinaia le persone che per un attacchinaggio sono state seguite, fotografate, fermate, identificate, multate, minacciate o aggredite.

Ministri, presidenti e candidati unionisti dichiarano candidamente che se non vincono loro, vincono loro lo stesso perché l’articolo 155, che è il nome che danno qui allo stato d’assedio, darà comunque al governo spagnolo, votato da elettori di quelli giusti, il controllo di tutte le istituzioni catalane.

Ma tranquilli, perché a vegliare sulla correttezza democratica di tutto il processo c’è la “Giunta elettorale” composta da membri nominati dal Consejo Superior cioè dai capi di una magistratura la cui indipendenza dal potere politico è oggetto di battute e risatine anche da parte della portavoce del governo. Che bisogno c’è di osservatori internazionali? E così osservatori internazionali fuori dai piedi! Ci pensa la “Junta”! Eccome se ci pensa: i fascisti convocano un presidio davanti alla sede della CUP mentre vi si elabora il programma politico? Tutto regolare, permesso concesso. Libertà di riunione, che diamine!

Il comune di vattelapesca mette un cartello che chiede libertà per i prigionieri indipendentisti? O lo togliete o vi spezziamo le reni, ringhia la Giunta, che istruisce le forze dell’ordine per la tolleranza zero, dall’identificazione di capannelli di più di 20 persone, a multe e divieti di colori in fontane, arredamento urbano e capi d’abbigliamento di votanti. Independentisti, off course.

Oltre alla manovalanza fisica (partiti, poliziotti, procura, magistratura e squadristi) a garantire il normale svolgimento dello scrutinio ci sono naturalmente i media. Al centro di tutte le accuse di manipolazione, tendenziosità e turpitudini d’ogni tipo ci sono ovviamente i media pubblici catalani, radio e televisione, colpevoli secondo gli unionisti di aver ammaliato e ipnotizzato la metà del popolo catalano con la loro propaganda filo indipendentista. Poco importa che tali media rappresentino solo il 20% dello share in Catalogna e che uno studio sottoscritto anche dai rappresentanti del blocco unionista abbia rivelato che negli spazi informativi vi si trova un 40% di posizioni antiindipendenza, mentre nei media pubblici e privati spagnoli queste vanno dall’80% al 95 e anche 100%. Senza essere un esperto in matematica non mi quadrano le cifre: se l’80% dei catalani vedono televisioni o ascoltano radio che presentano la sfida indipendentista come un flagello, come può quella vista solo dal 20% alienarne il 50%? Mah! Nel dubbio su TV3 si concentrano le attenzioni di tutti gli aspiranti a Torquemada del momento: niente laccetti, niente collegamenti fiume con Bruxelles con la cattiva scusa che decine di migliaia di catalani vi stanno facendo la più grossa manifestazione della storia della città, niente espressioni come governo in esilio o presidente, presenza imposta di tutti i capimanipolo unionisti che hanno il loro bel daffare a essere su tutti i plató televisivi.

E intanto il giornalismo di regime, quello da menzogna, insulto, diffamazione e strafottenza, campeggia e dilaga, sotto la guida di uno scatenato El Pais, definibile ormai “El Alcazar” (quotidiano del Movimiento franchista) postmoderno.

E poi ci sono i padroni, che di solito non si sporcano le mani in queste basse faccende elettorali ma che stavolta non hanno dubitato a scendere in campo: fanno intervenire la loro marionetta principale, il Borbone, con toni lugubri e sinistri richiami all’ordine (costituzionale), e poi mettono in movimento le truppe con il trasferimento di un migliaio di società, da banche a multinazionali farmaceutiche. La giocata è far vincere i loro pupilli, che li compenseranno con riduzioni fiscali, sovvenzioni, appalti e tutte quelle cose che permettono di trasferire fondi pubblici a tasche private e che sanno fare così bene i nostri neoliberali.

Per completare il quadro non potevano mancare gli ineffabili sottanoni della conferenza episcopale, che non minacciano di scomunica i separatisti perché non si usa più ma che dicono che un buon cristiano deve votare per l’unità. E nemmeno i faccendieri dell’Unione Europea, con il Junker (si, quello che ha fatto del Lussemburgo un paradiso fiscale) e il Valls, francese di origine catalana esperto nello spegnimento di fuochi con benzina.

Insomma una bella squadra, impegnata nel far ingoiare al maggior numero di catalani possibile la storiella dell’indipendentismo cattivo ed egoista che causa un sacco di problemi. Oggi si chiama “costruire una narrazione”. In questa le vittime sono quelli che mettono in galera, menano le vecchiette, pestano passanti, speculano con tutto quello che serve alla gente per vivere, minacciano, insultano, multano, vietano… e gli aggressori gente che vuole decidere sul proprio futuro. Aggressori violenti, anche se non rompono, non bruciano, non distruggono, non feriscono, non ammazzano, che con la loro ostinazione nel voler essere un qualcosa che per legge non sono, impongono alla gente normale, quella patriotica o che non vuol essere altro che quello che gli han detto che è, conflitti e tensioni.

Povero Orwell

Annunci