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18 dicembre 1922: la strage fascista di Torino

Antefatto

La notte di domenica 17 dicembre 1922 alla barriera di Nizza, tra corso Spezia e via Nizza, avvenne uno scontro a fuoco nel quale restarono ferite quattro persone, due delle quali, militanti fascisti, moriranno nel giro di poche ore. L’uccisore, riconosciuto nel tranviere ventiduenne Francesco Prato, riuscì a fuggire, benché ferito a una gamba. Aiutato dai suoi compagni, Prato si rifugiò in un’abitazione non distante da corso Spezia e, in seguito, venne fatto espatriare in Unione Sovietica dove pare sia scomparso nel periodo delle purghe staliniane.

La vicenda

La morte dei due squadristi scatena la reazione delle squadracce fasciste capeggiate da Pietro Brandimarte e organizzata dai quadrumviri del fascismo torinese: Scarampi, Voltolini, Monferrino e Orsi, che investirono l’intera città di Torino, in una caccia all’uccisore Prato, presso gli esponenti più conosciuti della fazione politica opposta.

La caccia all’uomo verrà ampiamente rivendicata dal criminale Brandimarte:

« I nostri morti non si piangono, si vendicano. (…) Noi possediamo l’elenco di oltre 3 000 nomi di sovversivi. Tra questi ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta. (…) (I cadaveri mancanti) saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nei fossi, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti Torino »

Gli scontri porteranno alla morte di 14 uomini ed a 26 feriti, mentre vennero date alle fiamme l’edificio della Camera del Lavoro, il circolo anarchico dei ferrovieri, il Circolo Carlo Marx e devastata la sede de l’Ordine Nuovo.

Mussolini, telefonando al prefetto di Torino, subito dopo la strage dirà:

« Come capo del fascismo mi dolgo che non ne abbiano ammazzato di più; come capo del governo debbo ordinare il rilascio dei comunisti arrestati! »

Le vittime

18 dicembre

  • Carlo Berruti, ferroviere e consigliere comunale del Partito Comunista d’Italia, ucciso nelle campagne di Nichelino.
  • Matteo Chiolero, tramviere e militante socialista, ucciso nella sua casa in via Abegg 7.
  • Erminio Andreone, fuochista delle ferrovie, ucciso davanti alla sua casa (poi bruciata) in via Alassio 25.
  • Pietro Ferrero, anarchico e segretario torinese della Federazione degli operai metallurgici (FIOM), trovato irriconoscibile con la testa fracassata sotto il monumento a Vittorio Emanuele, dopo essere stato legato per i piedi a un camion e trascinato per tutto corso Vittorio Emanuele.
  • Andrea Ghiomo e Matteo Tarizzo, due antifascisti: vengono ritrovati il primo nel prato di via Pinelli con il cranio spezzato e sanguinante, centinaia di ferite sulla testa e su tutto il corpo; il secondo in fondo a via Canova, ucciso in un lago di sangue da un colpo di clava che gli ha fracassato il cranio.
  • Leone Mazzola, proprietario di un’osteria e militante socialista, ucciso a colpi di arma da fuoco nel proprio letto nel retrobottega, dove ha la sua abitazione.
  • Giovanni Massaro, ex ferroviere e anarchico, ucciso a colpi di moschetto vicino alla cascina Maletto di via San Paolo.

19 dicembre

  • Cesare Pochettino, artigiano non impegnato in politica. Viene prelevato assieme al cognato Stefano Zurletti ed entrambi sono portati in collina e fucilati sull’orlo di un precipizio: Pochettino muore sul colpo, mentre Zurletti si finge morto e, soccorso da un anziano signore che ha assistito alla scena dall’alto con la figlia, viene portato in ospedale. Qui subisce le angherie degli squadristi che scorrazzano liberamente fra letti e corridoi riempiendolo di insulti e minacce, ma riesce a sopravvivere. Morirà poi il 10 dicembre1951, e pertanto il suo nome non figura tra le vittime.
  • Angelo Quintagliè, usciere dell’ufficio ferroviario “Controllo prodotti”.
  • Evasio Becchio, operaio e comunista di 25 anni, prelevato da un’osteria e condotto in fondo a corso Bramante dove viene ucciso a colpi di pistola e moschetto.

Il processo

Il 29 maggio 1945 il capo degli assassini, Brandimarte viene rinviato a giudizio per dieci omicidi commessi durante la strage: il processo viene, guarda caso, trasferito a Firenze dalla Cassazione per motivi di ordine pubblico e cinque anni più tardi, il 5 agosto 1950, viene condannato a 26 anni e 3 mesi di reclusione (due terzi della pena condonati), ma il 30 aprile 1952 la Corte d’Assise d’Appello di Bologna lo assolve per insufficienza di prove.

In totale, quindi, 7 anni di galera per 10 assassinati: poco più di 8 mesi per ogni vittima. Per la giustizia borghese (fascista, ma pure democristiana o liberale) tanto vale la vita di un antifascista comunista, socialista, anarchico.

 

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