di David Mandel*

A cento anni di distanza, l’eredità storica della Rivoluzione d’Ottobre continua a non essere semplice per i socialisti: lo stalinismo è riuscito a mettere radici dopo meno di un decennio dalla Rivoluzione e la restaurazione capitalistica settanta anni dopo ha incontrato scarsa resistenza popolare.

Si può, naturalmente, segnalare il ruolo fondamentale dell’Armata Rossa nella sconfitta del nazismo, o che la rivalità tra l’Unione Sovietica e il mondo capitalistico ha aperto lo spazio per le lotte antimperialiste, o anche che l’esistenza di un’enorme economia nazionalizzata e pianificata è riuscita ad arginare gli appetiti capitalistici. Ciononostante, anche in quelle aree, il lascito è ben lungi dall’essere esente da ambiguità.

In breve, l’eredità principale della Rivoluzione d’Ottobre per la sinistra di oggi è, in realtà, la meno ambigua e può tradursi in due parole: “hanno osato”. Voglio dire con questo che i bolscevichi hanno realmente svolto il loro compito come partito dei lavoratori, organizzando sia la presa rivoluzionaria del potere politico ed economico, sia la sua difesa successiva di fronte alle classi proprietarie: fornirono agli operai – così come ai contadini – la guida di cui avevano bisogno e che volevano.

È quindi perlomeno ridicolo che tanti storici e, sotto la loro stella, l’opinione pubblica in genere, abbiano visto l’Ottobre come un terribile crimine ispirato dal progetto ideologico di costruire un’utopia socialista. Coerentemente con questo punto di vista, l’Ottobre fu un’azione arbitraria che dirottò la Russia dal suo naturale cammino di sviluppo verso una democrazia capitalista. L’Ottobre costituì, per giunta, la causa della devastante guerra civile che distrusse il paese per quasi tre anni.

C’è una versione ritoccata di questa lettura, fatta propria anche da gente di sinistra, che rifiuta il leninismo (o quel che costoro credono sia stata la strategia di Lenin) a causa delle dinamiche autoritarie innescate dalla presa rivoluzionaria del potere e dalla conseguente guerra civile.

Tuttavia, quel che oltremodo sorprende quando si studia la rivoluzione dal basso è quanto poco i bolscevichi, e gli operai che li sostenevano, fossero realmente guidati da una ideologia, nel senso che fossero una sorta di movimento millenaristico che aspirasse soltanto al socialismo. In realtà, e soprattutto, l’Ottobre fu la risposta pratica ai gravissimi e concreti problemi sociali che le classi popolari erano costrette ad affrontare. Questo, evidentemente, era anche l’approccio al socialismo di Marx ed Engels – non un’utopia che andava costruita a partire da alcuni disegni preconcetti, ma un insieme di soluzioni concrete alle reali condizioni dei lavoratori sotto il capitalismo. Questo il motivo per cui Marx si è sempre rifiutato ostinatamente di offrire “ricette per i libri di cucina del futuro”.[1]

L’obiettivo immediato e quello principale della Rivoluzione d’Ottobre fu anticipare la controrivoluzione, sostenuta dalle politiche di guerra economica della borghesia, che avrebbe cancellato tutte le conquiste democratiche e le promesse della Rivoluzione di Febbraio e avrebbe tenuto ferma la partecipazione russa alla Guerra Mondiale. Una controrivoluzione vittoriosa – e sarebbe stata questa la sola alternativa reale all’Ottobre – avrebbe probabilmente dato origine alla prima esperienza di uno Stato fascista nel mondo, anticipando così di alcuni anni le successive risposte delle borghesie italiana e tedesca ad insurrezioni rivoluzionarie analoghe, ma fallite.

I bolscevichi e la grande maggioranza degli operai industriali urbani in Russia erano logicamente socialisti. Ma tutte le tendenze del marxismo russo ritenevano che in Russia non vi fossero le condizioni politiche ed economiche per conquistare il socialismo. Sicuramente, c’era la speranza che la presa rivoluzionaria del potere in Russia incoraggiasse i lavoratori dei paesi occidentali sviluppati a sollevarsi contro la guerra e contro il capitalismo, dischiudendo in tal modo più ampie prospettive per la stessa rivoluzione russa. In effetti, fu solo una speranza, ed era ben lungi dall’essere una certezza. Pur così, l’Ottobre ci sarebbe stato anche senza di essa.

Nel mio lavoro storiografico, fornisco prove documentate e, a mio avviso, convincenti in favore di questo modo di presentare l’Ottobre, anche se non proverò a sintetizzarle qui, Preferisco spiegare quanto fossero dolorosamente consapevoli i bolscevichi e i lavoratori che li sostenevano – il partito era prevalentemente composto di operai – della minaccia della guerra civile, quanto cercarono di evitarla e, fallendo in questo, quanto tentarono di ridurne la durezza. Vorrei però concentrarmi ad insistere maggiormente nello spiegare il senso di quell’“hanno osato” come lascito dell’Ottobre.

La ragione per cui i bolscevichi, insieme alla maggioranza dei lavoratori, sostennero il “dualismo di potere” durante il periodo iniziale della rivoluzione fu il desiderio di evitare la guerra civile. In questo modo di sistemare le cose, il potere esecutivo veniva esercitato dal governo provvisorio, inizialmente composto di politici liberali, rappresentanti delle classi proprietarie. Al tempo stesso, i Soviet, organismi politici eletti da operai e soldati, controllavano il governo, accertandosi della sua lealtà al programma rivoluzionario. Quest’ultimo era essenzialmente composto da quattro elementi: una repubblica democratica, la riforma agraria, la giornata lavorativa di otto ore, e un’energica diplomazia che assicurasse in fretta e democraticamente la fine della guerra. Nessuno di questi punti era di per sé socialista.

L’appoggio al doppio potere segnò una rottura radicale con il tradizionale rifiuto del partito di potersi alleare con la borghesia nella lotta contro l’autocrazia. Un rifiuto che costituiva le fondamenta stesse del bolscevismo in quanto partito dei lavoratori. Fu la ragione della condizione egemone del partito nel movimento operaio per tutti gli anni della protesta operaia di fronte alla guerra. Il rifiuto della borghesia (che a sua volta era un rifiuto del menscevismo) aveva radici nella prolungata e dolorosa esperienza operaia che vedeva come la borghesia si alleasse intimamente con lo Stato autocratico per schiacciare le sue aspirazioni sociali e democratiche.

L’iniziale sostegno al doppio potere rifletté la volontà di concedere un’opportunità ai liberali, poiché le classi proprietarie (il partito costituzional-democratico – i Kadetti – ne divenne il principale rappresentante politico nel 1917) si erano aggiunte, ancorché piuttosto tardivamente, alla rivoluzione, o perlomeno così sembrava. La loro adesione alla rivoluzione facilitò considerevolmente una vittoria con scarso spargimento di sangue per tutto il vasto territorio russo e per tutto il fronte. L’assunzione del potere da parte dei Soviet in Febbraio avrebbe cacciato dal potere le classi proprietarie, facendo così risorgere lo spettro della guerra civile. D’altro canto, gli operai non erano preparati ad assumersi la responsabilità diretta di dirigere lo Stato e l’economia.

Il successivo rifiuto del dualismo di poteri e la richiesta di trasferire tutto il potere ai Soviet non fu da alcun punto di vista la risposta al rientro di Lenin in Russia e alla pubblicazione delle sue Tesi di aprile. Sostanzialmente, queste furono l’appello a riprendere le tradizionali impostazioni del partito, ma nelle condizioni della Guerra Mondiale e della rivoluzione democratica vittoriosa. Se la posizione di Lenin alla fine prevalse fu perché era sempre più chiaro che le classi proprietarie e i loro esponenti liberali erano ostili agli obiettivi della rivoluzione e volevano, di fatto, rovesciarla.

Già a metà aprile, il governo liberale rese evidente il suo appoggio alla guerra e ai suoi obiettivi imperialisti. Anche prima di questo, la stampa borghese interruppe la sua breve luna di miele dell’unità nazionale con campagne contro il presunto egoismo operaio nel perseguire i suoi “angusti” interessi economici a detrimento della produzione bellica.

La ragione era evidentemente quella di minare l’alleanza operai-soldati che rese possibile la rivoluzione.

Non senza una connessione con questo era il sospetto crescente tra gli operai di una progressiva e intensificata serrata padronale, mascherata sotto la presunta scarsezza di rifornimenti; sospetto amplificato dal netto rifiuto dei padroni industriali della regolamentazione governativa di questa economia vacillante. Le serrate padronali erano da lungo tempo l’arma privilegiata dei proprietari delle fabbriche. Soltanto nei sei mesi precedenti lo scoppio della guerra i padroni dell’industria della capitale, di concerto con l’amministrazione delle fabbriche di proprietà statale, avevano organizzato almeno tre serrate generalizzate, con il conseguente licenziamento di 300.000 lavoratori in totale. Dieci anni prima, nel novembre e dicembre del 1905, due serrate generali avevano assestato un colpo micidiale alla prima rivoluzione russa.

Alla fine della primavera – inizio estate del 1917, eminenti personalità delle classi dominanti sollecitavano la soppressione dei Soviet, ottenendo grandi ovazioni dalle assemblee della loro classe. Poi, alla metà di giugno, sotto la forte pressione dei suoi alleati, il governo provvisorio avviò un’offensiva militare, ponendo fine al cessate il fuoco di fatto che aveva regnato sul fronte orientale fin dal Febbraio.

E a quel punto, già nel giugno, una maggioranza degli operai della capitale accolsero la richiesta bolscevica di liberare la politica governativa dall’influenza delle classi possidenti. Era questo, sostanzialmente, il significato di “tutto il potere ai Soviet”; un governo che rispondesse unicamente di fronte agli operai e ai contadini. A quel punto, i bolscevichi e gli operai della capitale accettarono l’inevitabilità dello scontro.

Malgrado tutto, non si trattava, in sé, di una cosa così terribile, visto che gli operai e i contadini (i soldati erano giovani contadini, nella loro stragrande maggioranza) costituivano la grande maggioranza della popolazione. Ben più inquietanti erano le prospettive di una guerra civile che investisse le diverse frange interne alle forze che sostenevano la “democrazia rivoluzionaria”. I socialisti moderati, i Menscevichi e i Social-rivoluzionari (S-R) dominavano la maggioranza dei Soviet al di fuori della capitale, nonché il Comitato Esecutivo Centrale (CEC) dei Soviet e il Comitato Esecutivo dei contadini, e approvavano i liberali a tal punto da inviare una delegazione dei propri capi alla coalizione governativa, nel tentativo di puntellare la debole autorevolezza popolare di quest’ultima.

La minaccia di guerra civile in seno alla democrazia rivoluzionaria riemerse con forza agli inizi di Luglio quando, insieme a unità della guarnigione, gli operai della capitale si presentarono in massa per fare pressione sul CEC perché prendesse da solo il potere. Non solo fallirono in questo, ma le manifestazioni conobbero il primo serio spargimento di sangue della rivoluzione, seguito da un’ondata di repressione governativa contro la sinistra, tollerata dai socialisti moderati.

Gli avvenimenti di Luglio lasciarono i bolscevichi privi di una strada chiara lungo cui avanzare. Formalmente, il partito adottò un nuovo slogan proposto da Lenin: “Un potere per i lavoratori e i contadini poveri”, senza alcun riferimento ai Soviet, in cui stavano predominando i socialisti moderati. Lenin intendeva questa parola d’ordine come un appello a preparare un’insurrezione che potesse eludere i Soviet e che, se se ne fosse data l’occasione, si scontrasse con questi. Quello slogan, però, non veniva raccolto né dal partito né dagli operai della capitale, perché significava contrapporsi alle masse popolari che continuavano a sostenere i moderati – e implicava quindi la guerra civile in seno alla democrazia rivoluzionaria.

Preoccupava particolarmente l’atteggiamento dei socialisti, vale a dire della minoranza colta, dell’intellettualità di sinistra. Gli intellettuali di sinistra appoggiavano, quasi nella loro totalità, i socialisti moderati. I Bolscevichi erano un partito plebeo, e lo stesso certamente valeva anche per i Social-Rivoluzionari di sinistra, che si separarono dai S-R nel settembre del 1917 e formarono una coalizione di governo nei Soviet con i Bolscevichi a Novembre. Le prospettive di dover dirigere uno Stato e probabilmente la stessa economia senza il sostegno di persone preparate preoccupava profondamente soprattutto i militanti dei Consigli di fabbrica, in maggioranza bolscevichi.

Il fallito colpo di Stato del generale Kornilov alla fine di Agosto, che ottenne l’appoggio entusiasta delle classi dominanti, sembrò lasciare intravvedere una soluzione al vicolo cieco a cui si stava arrivando. Arrendendosi all’evidenza, i socialisti moderati parvero accettare l’esigenza di troncare i rapporti con i liberali (i ministri liberali si dimisero la notte prima della sollevazione militare). Gli operai reagirono con un misto curioso di sollievo e di allarme alle notizie dell’arrivo di Kornilov a Pietrogrado. Provavano sollievo perché potevano almeno intervenire all’unisono contro la controrivoluzione in marcia – e così fecero con grande coraggio – e non scontrarsi con le altre forze della democrazia rivoluzionaria. Lenin, già dopo la sconfitta di Kornilov, offrì il sostegno del suo partito al CEC, muovendosi come una forza leale ma di opposizione, sempre e ove il CEC sottraesse il potere al governo.

Dopo qualche oscillazione, i socialisti moderati si rifiutarono di rompere con le classi proprietarie. Consentirono a Kerensky di formare un nuovo governo di coalizione comprendente personalità borghesi particolarmente odiose, ad esempio il padrone d’industria S. A. Smirnov, che di recente aveva chiuso le sue fabbriche tessili per cacciarne i lavoratori.

Alla fine di Settembre, però, i Bolscevichi detenevano ormai la maggioranza in quasi tutti i Soviet della Russia, potendo così contare sulla maggioranza al Congresso dei Soviet, convocato di mala voglia dal CEC per il 25 Ottobre. Mentre era ancora nascosto per sfuggire a un ordine di carcerazione, Lenin ordinò al Comitato Centrale del Partito di preparare l’insurrezione. La maggioranza del CC aveva però dei dubbi al riguardo e preferiva attendere la convocazione di un’assemblea costituente. Si possono perfettamente capire quei dubbi. Dopotutto, un’insurrezione poteva scatenare tutte le condizioni per l’ancora latente guerra civile. Si trattava di un salto spaventoso verso l’imprevedibile, che avrebbe messo il partito nella situazione di governare in una situazione di grave crisi politica ed economica. D’altro canto, la speranza che un’assemblea costituente potesse superare la profonda polarizzazione che caratterizzava la Russia, o che le classi dominanti accettassero il suo verdetto in contrasto con i loro interessi era indubbiamente un’illusione. Nel frattempo, si avvicinavano sempre più il collasso industriale e la massiccia carestia.

Se i dirigenti bolscevichi alla fine organizzarono l’insurrezione non fu per il prestigio personale di Lenin, ma per la pressione delle loro basi e quadri intermedi, che stavano venendo interpellati da lui. Il partito aveva 43.000 iscritti nell’Ottobre 1917 nella sola Pietrogrado, 28.00 dei quali erano operai (su un totale di 420.000 operai dell’industria), e 6.000 erano soldati. Quei lavoratori erano pronti a intervenire.

Tuttavia, lo stato d’animo tra i lavoratori fuori dal partito era più complesso. Appoggiavano la richiesta di trasferire tutto il potere ai Soviet, ma non erano favorevoli alla fatica di prendere l’iniziativa. Questo presupponeva una situazione opposta a quella dei primi cinque mesi della rivoluzione, in cui le basi operaie erano all’avanguardia, costringendo il partito a seguirle; era stato così nella rivoluzione di Febbraio, nelle proteste di Aprile contro la politica bellica del governo, nei movimenti per il controllo operaio nelle industrie in risposta alle serrate padronali che avanzavano, e nelle manifestazioni di Luglio per rivendicare che il CEC prendesse il potere.

Ma lo spargimento di sangue del Luglio e la repressione che ne seguì mutarono le cose in modo significativo. In effetti, la situazione politica si era evoluta da allora fino al punto che i Bolscevichi guidavano i Soviet quasi ovunque. Ora, nei giorni che precedettero l’insurrezione, tutta la stampa che non fosse bolscevica prediceva con sicurezza che l’insurrezione sarebbe stata schiacciata in maniera ancor più sanguinosa che nelle giornate di Luglio.

Un’altra fonte di indecisione per i lavoratori era lo spettro minaccioso della disoccupazione di massa. Si avvicinava il tracollo industriale e costituiva quindi l’argomento più forte per agire immediatamente, ma anche un motivo di insicurezza che alimentava molti dubbi.

L’iniziativa, perciò, proveniva dal partito, anche se questo non significava che i lavoratori bolscevichi fossero privi di dubbi. Avevano tuttavia alcune qualità forgiate dopo anni di intensa lotta contro l’autocrazia e contro i padroni, e questo permise loro di superarli. Una delle loro virtù era l’aspirazione all’indipendenza come classe di fronte alla borghesia, che costituiva del resto l’elemento distintivo del bolscevismo come movimento dei lavoratori. Negli anni precedenti la rivoluzione, quel desiderio si manifestava nella loro tenacia nel conservare le proprie organizzazioni – fossero esse politiche, economiche o culturali – libere dall’influenza delle classi dominanti.

Strettamente legato a questo era il forte senso di dignità dei lavoratori, sia come individui, sia come membri della classe operaia. L’idea di operaio cosciente in Russia comportava una visione del mondo e un codice morale distinti e contrapposti a quelli della borghesia. Il senso di dignità si manifestava ad esempio, e tra le altre forme, nella richiesta di venir trattati civilmente che compariva senza eccezioni nell’elenco delle rivendicazioni negli scioperi. Chiedevano di essere trattati con il “lei” dall’amministrazione delle fabbriche e non con il “tu”, riservato agli amici, ai figli e al personale subalterno. In un compendio statistico relativo agli scioperi, il ministero dell’Interno zarista registrò nella colonna delle richieste politiche la rivendicazione di essere trattati civilmente, probabilmente perché implicava il rifiuto dei lavoratori di essere considerati socialmente subalterni. Nel 1917, risoluzioni emanate dalle assemblee di fabbrica parlavano delle politiche del governo provvisorio come “prese in giro” della classe operaia. Nell’Ottobre, quando gli operai della Guardia Rossa si rifiutavano di chinarsi correndo o di gettarsi a terra per combattere era perché ritenevano che fosse un segno di codardia e di disonore per un operaio rivoluzionario, e i soldati dovettero spiegare loro che non c’è alcun onore nell’offrire al nemico la tua fronte. Ma, se l’orgoglio di classe era un limite a livello militare, non sembra che senza questo la Rivoluzione d’Ottobre avrebbe potuto esserci.

Pur se la Rivoluzione d’Ottobre ricadde soprattutto sulle spalle dei membri del partito, l’insurrezione fu implicitamente la benvenuta per tutti i lavoratori, inclusi i tipografi, tradizionalmente seguaci dei Menscevichi. Sicuramente si ripresentò sulla scena il problema della composizione del nuovo governo. Tutte le organizzazioni operaie, a quel punto capeggiate dai Bolscevichi, cosi come lo stesso partito, chiedevano una coalizione di tutti i partiti socialisti.

Ancora una volta, questo era l’espressione dell’ansia di unità in seno alle forze della democrazia rivoluzionaria e del desiderio di evitare una guerra civile che le portasse a scontrarsi tra loro. Nel Comitato Centrale, Lenin e Trotsky erano contrari ad includerei i socialisti moderati (anche se non gli S-R di sinistra, né i Menscevichi–internazionalisti), ritenendo che avrebbero paralizzato l’attività di governo. Nonostante questo, si fecero da parte mentre si svolgevano i negoziati.

La coalizione era però destinata a non realizzarsi. Le trattative si interruppero appena si affrontò il problema del potere dei Soviet: i Bolscevichi, al pari della stragrande maggioranza dei lavoratori, volevano che il Governo fosse responsabile esclusivamente di fronte ai Soviet, vale a dire un governo popolare libero da influenze delle classi possidenti. I socialisti moderati ritenevano, invece, che i Soviet fossero una base troppo debole per un governo funzionale. Continuarono ad insistere, sia pure non apertamente, sull’esigenza di introdurvi esponenti delle classi dominanti, o almeno del “ceto medio” che non aveva rappresentanza nei Soviet. La società russa era però profondamente divisa, e il ceto medio era allineato alle classi dominanti. I moderati rifiutavano decisamente anche un governo a maggioranza bolscevica, pur se i Bolscevichi avevano avuto la maggioranza al Congresso dei Soviet che ne votò l’assunzione del potere. Praticamente, i moderati chiedevano di azzerare l’insurrezione d’Ottobre.

Una volta che la cosa fu chiara, svanì l’appoggio operaio a una coalizione ampia. Poi gli S-R di sinistra, arrivati alla stessa conclusione degli operai, costituirono una coalizione governativa insieme ai Bolscevichi. Verso la fine di novembre, un congresso nazionale di contadini dominato dai Socialrivoluzionari di sinistra decise di fondere il proprio Comitato Esecutivo con il CEC di deputati operai e soldati. La decisione fu accolta con sollievo e giubilo dai Bolscevichi e dai lavoratori in generale: si era raggiunta l’unità, perlomeno dal basso, anche se non comprendeva l’intellettualità di sinistra, in maggioranza schierata con i socialisti moderati (va anche detto che i Menscevichi, a differenza degli S-R, non si levarono in armi contro il Governo dei Soviet).

È questo dunque il significato dell’“hanno osato” come lascito dell’Ottobre. I Bolscevichi, da genuino partito dei lavoratori, procedettero secondo questa massima: “Fai quel che devi, accada quel che può accadere”. Trotsky pensava che essa dovesse guidare l’agire di qualsiasi rivoluzionario.[2]

Ho cercato di dimostrare che questa sfida non fu raccolta alla leggera e che i Bolscevichi non erano temerari avventuristi. Temevano la guerra civile, cercarono di evitarla e. se non fu possibile, cercarono perlomeno di limitarne la gravità e prendere un qualche vantaggio su di essa.

In un saggio scritto nel 1923, il leader menscevico, Fedor Dan, spiegò il rifiuto del suo partito di rompere i rapporti con le classi proprietarie, anche dopo il golpe di Kornilov. Il motivo era che “i ceti medi”, quella parte della “democrazia” che non era rappresentata nei Soviet (Dan accenna a un professore, un cooperatore, il sindaco di Mosca…) non avrebbe appoggiato la rottura con le classi proprietarie – erano convinti che senza di esse il paese sarebbe stato ingovernabile – né avrebbe preso assolutamente in esame di partecipare a un governo con i Bolscevichi. E Dan proseguiva così: «Quindi – in linea teorica – non restava che una strada per un’immediata soluzione alla coalizione [con esponenti delle classi possidenti]: la formazione di un governo insieme ai Bolscevichi – una soluzione che non solo non avrebbe tenuto conto della democrazia che non era rappresentata nei Soviet, ma che si sarebbe anche rivolta contro di essa. Ritenevamo che questa strada fosse inaccettabile, vista la posizione bolscevica in quel periodo. Capimmo perfettamente che inoltrarsi in quel cammino comportava addentrarsi nella via del terrore e della guerra civile, vale a dire fare tutto quello che poi si videro poi costretti a fare i Bolscevichi. Nessuno di noi sentiva di potersi assumere la responsabilità delle politiche che sarebbero nate da un governo di non-coalizione».[3]

La posizione di Dan si può contestare con quella di uno strano personaggio dei socialisti moderati, V. B. Stankevich (che era stato commissario al fronte durante il governo provvisorio). In una lettera in data Febbraio 1918 e indirizzata ai suoi compagni di partito scrisse: «Dobbiamo prendere atto che, a questo punto, le forze del movimento popolare stanno dalla parte del nuovo regime (…). Per i socialisti moderati si aprono due strade: andare avanti nella loro inconciliabile lotta contro il governo, o essere un’opposizione pacifica, creativa e leale (…). Possono le vecchie forze dirigenti affermare che, al giorno d’oggi, hanno acquisito l’esperienza sufficiente per gestire l’impegno di dirigere il paese, un compito che non è diventato più semplice ma più difficile? In realtà, non hanno alcun programma da contrapporre a quello bolscevico, e una lotta senza programma non è migliore delle avventure dei generali messicani. Ma, anche se esistesse la possibilità di dar vita a un programma, dovreste capire che non avreste la forza per realizzarlo. Per rovesciare i Bolscevichi vi servirebbe, se non formalmente almeno di fatto, lo sforzo unitario di tutte le forze d’opposizione, dagli S-R fino all’estrema destra. Ma anche se questa condizione ci fosse, i Bolscevichi continuerebbero ad essere più forti. (…) C’è un’unica strada possibile: quella del fronte unico popolare, del lavoro nazionale unito, della creatività in comune (…). Domani cosa? Si continua con i tentativi inutili, insensati e sostanzialmente avventuristi di prendere il potere? Oppure, lavoriamo insieme alla gente sforzandoci realisticamente di contribuire a risolvere i problemi che affronta la Russia, problemi che sono legati alla lotta pacifica per obiettivi politici eterni, per alcune concrete basi democratiche per governare il paese!».[4]

Lascio al lettore decidere quale fosse la posizione migliore. Ciò nonostante, si può argomentare in modo convincente che il rifiuto di osare dei socialisti moderati contribuì al risultato che proclamavano di temere.

Dopo l’Ottobre del 1917, la Storia è piena di partiti di sinistra che non osarono quando avrebbero dovuto farlo. Ad esempio, il Partito Socialdemocratico tedesco nel 1918, i socialisti italiani nel 1920, la sinistra spagnola nel 1936, i comunisti francesi e italiani nel 1945, Unidad Popular in Cile nel 1970-’73 e, più di recente, Syriza in Grecia. Quel che voglio dire, naturalmente, non è che abbiano mancato di organizzare un’insurrezione in un determinato momento specifico, ma che si siano rifiutati in partenza di adottare una strategia il cui principale obiettivo fosse quello di strappare il potere economico e politico alla borghesia, una strategia che richiede necessariamente, a un certo punto, la rottura rivoluzionaria con lo Stato capitalista.

Al giorno d’oggi, nel momento in cui le alternative che ha di fronte l’umanità sono così polarizzate, in cui, più che mai, le uniche opzioni reali sono il socialismo o la barbarie, in cui è in gioco il futuro della civiltà, la sinistra si deve ispirare all’Ottobre. Questo significa che, indipendentemente dalle sconfitte storiche subite dalla classe operaia e dalla forze sociali sue alleate nei passati decenni, va denunciato come illusorio qualsiasi programma che intenda re-instaurare il welfarekeynesiano o ritornare a una genuina socialdemocrazia. Un simile programma, nel capitalismo contemporaneo, è condannato a fallire e a rappresentare un fattore smobilitante. Osare, oggi significa sviluppare una strategia il cui obiettivo finale sia il socialismo e accettare che questo obiettivo implicherà necessariamente, in un momento o in un altro, la rottura rivoluzionaria con il potere politico ed economico della borghesia e, con questi, dello Stato capitalista.

Traduzione di Titti Pierini

* David Mandel, politologo e storico esperto di Russia e Ucraina, è docente presso l’Università del Quebec, a Montreal (Canada), ed è il curatore della rivista bilingue, in russo e in inglese, Alternatives. È autore di The Petrograd Workers in the Russian Revolution, Brill-Hayamarket, Leida e Boston, 2017.

[1] K. Marx, Afterword to the Second Edition of Capital. vol. I, International Publishers, New York, 1967, p. 17.

[2] L. Trotsky, La mia vita.

[3] I. Dan, I., Dan, “K istoriiposlednykhdneiVremennogopravitel’stva, Letopis’ Russkoirevolyutsii, vol. 1, Berlin, 1923 (https://www.litres.ru/static/trials/00/17/59/00175948.a4.pdf),.

[4] I.B. Orlov, “Dvaputistoyatperednimi …” Istoricheskiiarkhiv, n. 4, 1997, p. 79.

 

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