Ai primi di dicembre ci sarà il congresso-seminario della sezione italiana della Quarta Internazionale. O meglio, di Sinistra Anticapitalista, una delle due organizzazioni che, nel Belpaese, fanno riferimento all’Internazionale fondata da Trotskij 79 anni fa (l’altra essendo costituita dai compagni di Communia). In altre parole, di uno dei due tronconi in cui si è divisa nel 2013 Sinistra Critica, ex corrente di sinistra del Partito della Rifondazione Comunista, uscita (o espulsa, secondo i punti di vista) nel 2007 dal PRC per il famoso voto di Franco Turigliatto al senato contro i “crediti di guerra” per  l’Afghanistan. A voler essere pignoli, in Italia ci sono altre organizzazioni che si richiamano alla Quarta Internazionale fondata nel 1938 a Parigi, come il Partito Comunista dei Lavoratori, Sinistra Classe Rivoluzione, il Partito d’Alternativa Comunista, più altri gruppetti minori. Insomma, da bravi “trotskisti”, non ci si fa mancare niente. Diciamo, per i pochi lettori interessati a queste diatribe, che la nostra organizzazione fa riferimento alla corrente che, essendo maggioritaria tra gli eredi di quell’esperienza, continua a definirsi “Quarta Internazionale”, senza aggiunte (tipo “per la ricostruzione” , “riunificazione” o espressioni simili). Una corrente ritenuta, dalle altre componenti del variegato mondo (ahimé, piuttosto limitato, ma pur sempre vivo, soprattutto in alcune realtà latino-americane ed europee) che vede, nell’opera del “vecchio leone” di Janovka, un punto di riferimento importante, un po’ troppo “mollacciona”. Poco ortodossa, poco “bolscevica”, insomma. Troppo impegnata, almeno dagli anni Sessanta, a interloquire con castristi, guevaristi, sandinisti, zapatisti, ed altri “isti” di vario genere. E, nell’ultimo decennio, addirittura cercando di approfondire un dialogo (in realtà, per fortuna, mai del tutto interrotto) con un’altra delle grandi eresie del movimento operaio e socialista, l’anarchismo. Non si tratta del congresso DI Sinistra Anticapitalista, ma della sessione italiana del congresso mondiale della Quarta, che si terrà nei primi mesi del 2018. Lo stesso dibattito, quindi, a cui stanno partecipando compagne e compagni in Francia come in Argentina, negli USA come in Pakistan, nello Stato Spagnolo come in Russia, nelle Filippine come in Svizzera. Insomma, in oltre 60 paesi sparsi un po’ in tutti i continenti. Ed anche noi “quartini” bresciani stiamo discutendo dei documenti che il Bureau internazionale ha messo in circolazione da alcuni mesi. Sia quelli di maggioranza, sia quelli delle minoranze. Già, perchè, tra di noi, vige la più totale libertà di creare “tendenze” (qualcuno le chiama “correnti”), frazioni, gruppi. Non è una novità, certo. Nel movimento operaio e socialista questa libertà è sempre esistita, almeno fino agli anni Venti, quando in una parte importantissima di questo movimento, questa libertà venne prima attenuata, e poi soffocata definitivamente. Sto parlando, ovviamente, del cosiddetto “movimento comunista” (di cui anche noi facevamo parte). Ancora nel 1926, per fare un esempio, al Congresso di Lione del PC d’Italia, ci fu un aspro (ma leale) dibattito tra una corrente di minoranza (la Sinistra Comunista legata all’ex segretario Bordiga) e una variegata (e nuova) maggioranza (di cui facevano parte Gramsci, Tasca, Tresso, Leonetti e…Togliatti). E nessuno si scandalizzò, visto che era normale. Dieci anni dopo (con Gramsci in galera, Tresso e Leonetti espulsi, e Togliatti “leader indiscusso”) questi dibattiti parevano cose di un secolo prima. E per almeno mezzo secolo questo modo, libero ed aperto, di discutere tra compagni, scomparve dall’orizzonte della maggioranza del movimento “comunista” (quello che faceva riferimento ai cosiddetti “paesi socialisti”, quello che molti definivano “comunismo ortodosso” o stalinismo). Rimasero le altre correnti storiche del socialismo (oltre alla nostra) a continuare a praticare, pur con variazioni anche importanti, questa sana abitudine della I, della II e dei primi anni della III Internazionale. Ma non divaghiamo troppo. Dicevo che noi “quartini” bresciani ci troveremo a discutere di situazione internazionale, di ecosocialismo, di femminismo, di lotte proletarie, ecc. nelle prossime settimane. Quartini, come ci chiamano da sempre (a volte affettuosamente, più spesso sarcasticamente) gli altri compagni che hanno via via condiviso con noi pezzi di cammino, dalle lotte sudentesche e operaie degli anni Settanta alle mobilitazioni NO GLOBAL di 15 anni fa, dal movimento contro i Pershing e i Cruise dei primi anni Ottanta fino all’ultimo corteo alla base di Ghedi, dalle prime mobilitazioni ambientaliste fino all’ultimo grande corteo di Basta Veleni!, dalle lotte per il divorzio e l’aborto fino al “Non una di meno” dell’8 marzo di quest’anno. Eccetera, eccetera, eccetera. Insomma, ‘sti “quartini” irriducibili, testardi, contro-corrente, da oltre 40 anni, a Brescia, ci sono, un po’ come il prezzemolo. Ne sono passati, di “PCIsti”, di maoisti, di compagni di LC, di AO, del PdUP, di “operaisti”. Abbiamo visto nascere, crescere e morire decine di collettivi, gruppi, centri studi, in questi 45 anni. Ma siamo ancora qui, veramente incorreggibili. Ancora “fermi in quarta”, come ci dicevano ridendo molti compagni ed amici. Certo, sarebbe meglio “passare in quinta” se anche altre componenti, altre culture, altre storie si intrecciassero alle nostre. Magari aprendo un po’ la testa (e il cuore) verso orizzonti un po’ più ampi di quelli che vanno tra l’Oglio e il Mincio (o al massimo tra le Alpi e il Canale di Sicilia). Non so, forse è una magra soddisfazione, ma facendo parte di questo movimento dalle radici così lontane (e profonde), mi sono sentito in tutti questi anni un po’ meno isolato. Certo, errori se ne sono commessi a bizzeffe (e se ne continueranno a commettere). Ma, oggi, sapendo che insieme a me leggeranno questi documenti (e li discuteranno, li voteranno, eleggeranno dei delegati) compagni a Parigi e a Barcellona, a New York e a Mindanao, a Buenos Aires e a Lisbona, a Mosca e a Hong Kong, a Sydney e a Città del Messico, mi sento un po’ come quell’operaio di cui parlava Lenin che, arrivando in una città sconosciuta, in un paese sconosciuto, sente cantare l’Internazionale. E capisce di non essere solo, di essere tra “fratelli” di classe. Buon XVII congresso, compagne e compagni dell’Internazionale.

Flavio Guidi

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