220px-Daniel_Viglietti_-_La_tierra_para_quien_la_trabajaStamattina, sotto questo cielo grigio e triste bresciano, mi è giunta, con una settimana di ritardo, la brutta notizia che il compagno Danie Viglietti era morto, a Montevideo, durante un intervento chirurgico. Una mia amica e compagna messicana, già da alcuni giorni mi inviava tramite whatsapp varie canzoni del musicista uruguayano. Solo stamane, vedendo l’ennesima canzone, mi è venuto il dubbio. Ho scritto a Lena, e lei mi ha confermato che Daniel se n’era andato già da una settimana! “Credevo lo sapessi” mi ha scritto. No, Lena, non lo sapevo. Da troppo tempo, sommerso da questa tempesta di “informazioni” che non mi lascia più il tempo di fermarmi a riflettere, mi sono fatto contagiare dalla superficialità legata alla rapidità indistinta.

Chi ha la mia età (o giù di lì) ed era militante negli anni ’70 lo ricorderà, il compagno Daniel, al salone della Cavallerizza (quello delle grandi assemblee del movimento studentesco, ricordate?), con la sua chitarra, cantandoci A desalambrar (Togliamo le barriere), Canción para mi América (Canzone per la mia America), Milonga de andar lejos (Milonga per andar lontano). Era il ’72? O il ’73? Non ricordo più esattamente. Credo il ’73, perchè nel ’72, Daniel era in galera, arrestato dai militari uruguayani. Nel ’73 si esiliò in Argentina, e poi, per 11 lunghi anni, in Francia. Erano gli anni del MLN (Tupamaros). E noi, giovanissimi militanti della sinistra rivoluzionaria (ma credo che lo stesso valga per molti che erano del PCI, escluso Veltroni) guardavamo all’America Latina (la “nostra” America) con uno sguardo che definire innamorato è dir poco. Le immagini della Cuba rivoluzionaria, del Che Guevara, di piazza Tlatelolco a Ciudad de Mexico nel ’68, del “cordobazo” argentino del ’69, dei vari movimenti guerriglieri (tutti conoscevamo e ammiravamo i vari Raul Sendic, Carlos Marighela, Douglas Bravo, Miguel Enriquez, Roberto Santucho, Carlos Fonseca, ecc.). Ascoltavamo le tue canzoni, Daniel, e quelle di Violeta Parra, di Victor Jara, di Atahualpa Yupanqui, e di centinaia di altri meravigliosi artisti che sarebbe troppo lungo ricordare. E ci “bevevamo” i film di Sanjines, di Pino Solanas, di Miguel Littin, ecc. Era “La hora de los hornos”, era l’immagine di centinaia di fucili alzati nelle mani degli indios boliviani con cui termina “Yawar Mallku” (Sangue di condor). I cineforum al cinema di via Bixio (oggi Nuovo Eden) erano strapieni, quando si trattava di cinema latinoamericano. E persino i dibattiti post-proiezione ci vedevano attenti. E ascoltavamo sempre con piacere. Per noi la gente come te, Daniel, era un mito. Parlare spagnolo un segno di alterità, di adesione ad un “altro mondo possibile” (e mi toccava studiare l’inglese, “el lenguaje siniestro” dell’impero, coño!), dimenticando che anche i Franco, i Pinochet, i Videla parlavano la lingua di Cervantes. Tu, anche tu, eri Latinoamerica, “coi popoli in rivolta si muove la storia”: tutto il mondo stava esplodendo, ma l’America Latina era più vicina, più dentro di noi. Sarà stata la lingua, o la vicinanza culturale, ma tutti volevamo sentirci piccoli “Che” Guevara. E cantavamo le tue canzoni, in piazza, nei cortei, nei bar della città vecchia (ricordate la Piola? E il Bianchi di allora?), allenando il nostro “castellano”. Chi non conosceva Daniel Viglietti, tra quelle migliaia di studenti che manifestavano tra Piazza Cesare Battisti e Piazza Loggia?

Poi vennero i Pinochet, i Videla, i Viola, i Galtieri, i “Chicago Boys”, le sconfitte, l’esilio, le torture, la morte. E scoprimmo che l’altra America Latina, quella dei massacratori e dei criminali, in uniforme o senza, era ancora più forte della “nostra”. E poco a poco ho smesso di ascoltare le tue canzoni, Daniel. Anche quando i Chavez, i Morales, i Correa, i Pepe Mugíca hanno rimesso un po’ di moda tra noi il “nostro” continente, dopo l’orgia di sangue e squallore. Sono invecchiato quasi come te, compagno. Ma oggi, in questa grigia giornata che comunque festeggerò, perché sono 100 anni che, tentando di assaltare il cielo, abbiamo fatto “cagar sotto” i padroni, sto ascoltando la tua “A desalambrar”. Per ricordarti, compagno Daniel. Hasta la victoria, compañero!

Yo pregunto a los presentes
si no se han puesto a pensar
que esta tierra es de nosotros
y no del que tenga más.

Yo pregunto si en la tierra
nunca habrá pensado usted
que si las manos son nuestras
es nuestro lo que nos den.

A desalambrar, a desalambrar
que la tierra es nuestra
es tuya y de aquel
de Pedro y María, de Juan y José.

Si molesto con mi canto
a alguno que ande por ahí
le aseguro que es un gringo
o un dueño del Uruguay.

A desalambrar, a desalambrar
que la tierra es nuestra
es tuya y de aquel
de Pedro y María, de Juan y José.

Yo pregunto a los presentes
si no se han puesto a pensar
que esta tierra es de nosotros
y no del que tenga más.

A desalambrar, a desalambrar
que la tierra es nuestra
es tuya y de aquel
de Pedro y María, de Juan y José.

Que la tierra es nuestra
es tuya y de aquel
de Pedro y María, de Juan y José.

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